Il voto può attendere

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Nonostante le turbolenze che ne agitano quasi quotidianamente le acque, il vascello guidato da Paolo Gentiloni continua a navigare verso il 2018. Le ultime settimane hanno aggiunto nuove incognite sulla prosecuzione della legislatura. Si pensi alle rivelazioni sul caso Boschi-banche, al nuovo capitolo delle vicende che hanno coinvolto Renzi-senior. Da ultime, alle inchieste che dalla Sicilia sono arrivate fino a Roma, portando alle dimissioni del sottosegretario Simona Vicari. Ciò nondimeno, l’impressione è che solo il raggiungimento di un accordo sulla legge elettorale potrebbe accelerare la corsa verso le urne.

Lo stesso Matteo Renzi, da un po’ tempo a questa parte, sembra avere messo da parte la propria ansia da elezioni. Sicuramente, il leader Pd soffre tremendamente la lontananza da Palazzo Chigi. Non vede l’ora di ri-tuffarsi in una campagna elettorale. Dopo aver fatto “la fine di D’Alema” – “costretto” ad abbandonare la poltrona di premier in seguito ad una sconfitta elettorale – Renzi teme ora di fare “la fine di Bersani”: di vedere cioè rapidamente esaurirsi la spinta offerta dalle primarie, che negli ultimi sondaggi ha consentito al Pd il contro-sorpasso sul M5s.

Continua a leggere Fabio Bordignon sul blog di Repubblica Mattino Padova

cosa prevede il ‘Rosatellum’

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Riprende oggi alla Camera la discussione sulla riforma elettorale sulla base del ‘Rosatellum‘, il testo del Pd depositato ieri in commissione dal deputato Emanuele Fiano. Il modello, come già reso noto da giorni, prevede un 50% di proporzionale e un 50& di maggioritario. Nella parte proporzionale sono previste liste cortissime da 2 a 4 candidati e ogni partito va da solo. Nella parte maggioritaria ci si confronta in collegi uninominali ed è prevista la possibilità di presentarsi in coalizione.

I collegi dell’uninominale sono 303 per la Camera a cui vanno aggiunti quelli delle regioni a statuto speciale e l’estero. Al Senato sono 150. La soglia di sbarramento è prevista al 5%. Le pluricandidature sono previste al massimo in 3 collegi dove si viene eletti con metodo proporzionale e in un solo in un collegio uninominale maggioritario.

Insieme al testo della legge è stato depositato anche il fac simile della scheda elettorale della Camera e del Senato: accanto al nome del candidato nel collegio uninominale, c’è il simbolo del partito e il listino relativo alla circoscrizione della quota proporzionale. Non è prevista la possibilità di voto disgiunto.

Come funziona il modello elettorale tedesco

Il sistema elettorale tedesco è un sistema misto, che mette insieme collegi uninominali e maggioritari con un proporzionale a livello nazionale che determina gli equilibri del Bundestag, l’unica camera direttamente elettiva del parlamento tedesco, composta almeno da 598 membri. Ogni elettore deve esprimere due voti, chiamati senza molta fantasia ‘primo voto’ (erststimme) e ‘secondo voto’ (zweitstimme).

LA PROPOSTA PD Più Mattarellum che tedesco

Come funziona il ‘primo voto’. L’erststimme è il voto maggioritario e uninominale. In ognuno dei 299 collegi in cui è diviso il territorio nazionale, viene eletto solo il candidato più votato, anche solo con la maggioranza relativa. Non c’è insomma una soglia minima di voti, come è per i sindaci italiani per capirsi. È il sistema maggioritario più classico, first past the post, che viene usato anche negli Usa o in Gran Bretagna. Chi ha più voti, viene eletto.

Alessio Sgherza su Repubblica

COME FUNZIONA IL SISTEMA ELETTORALE DELLE PRESIDENZIALI FRANCESI

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Come tutte le elezioni, da quella per le cariche meno importanti fino a quelle di cui si parla in tutto il mondo, anche quelle con cui i cittadini francesi decidono il loro presidente sono regolate da un apposito sistema elettorale. Si tratta di uno dei più semplici, anche perché serve per eleggere una sola persona, ma nonostante questo è bene avere le idee più chiare possibili a riguardo e per questo abbiamo comunque deciso di spiegarlo.

Nelle elezioni presidenziali francesi sono chiamati alle urne tutti i cittadini francesi: quelli che vivono nei 96 dipartimenti della Francia continentale, quelli che vivono nei territori d’oltremare (le ex colonie rimaste ancora oggi sotto il controllo di Parigi, per intenderci) e tutti i francesi residenti all’estero.

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Legge elettorale, le proposte in discussione

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I progetti sul tavolo della commissione

Sono 31 le proposte di legge elettorale all’esame della commissione affari costituzionali di Montecitorio. La scelta è davvero molto ampia: si va dai sistemi proporzionali quasi puri a quelli maggioritari, a uno o due turni. Passando per le riedizioni del Mattarellum e gli adattamenti alle decisioni della consulta. Vediamole nel dettaglio.

In attesa che il confronto arrivi nell’aula di Montecitorio, a maggio, la commissione affari costituzionali della camera sta cercando una sintesi tra le 31 proposte di legge elettorale in esame. Un compito non semplice, vista la varietà dei sistemi elettorali in discussione. D’altro canto, una tale varietà indica che non sono le soluzioni tecniche a mancare, quanto piuttosto la volontà e il consenso tra le forze politiche.

Una rapida analisi delle proposte in campo ci mostra che tre di esse non delineano un sistema elettorale vero e proprio, ma semplicemente correttivi di dettaglio alla normativa in vigore. Delle restanti 28, oltre la metà (15) prevedono un sistema proporzionale con premio in seggi al vincitore. Tra queste 15, 6 assegnano il premio alla lista vincente, mentre le altre 9 ammettono la possibilità di coalizioni tra liste diverse.

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Con il sistema elettorale americano, in Francia avrebbe vinto Le Pen

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L’Economist ha pubblicato un breve articolo per spiegare che se la Francia utilizzasse il sistema elettorale degli Stati Uniti per scegliere il proprio presidente, la candidata del partito di destra radicale Marine Le Pen – che al primo turno è arrivata seconda – molto probabilmente avrebbe vinto. L’esperimento dell’Economist serve a dimostrare come l’esito di un voto dipenda moltissimo dal sistema elettorale, e così anche le riflessioni conseguenti: così come la vittoria di Trump è stata descritta come un trionfo, nonostante Trump abbia preso quasi tre milioni di voti in meno di Clinton, in Francia senza spostare un voto un sistema elettorale diverso avrebbe fatto parlare di “marea populista” (rappresentata da Le Pen) invece che di “rinascita del centrismo” (rappresentato da Macron).

Dopo il primo turno delle presidenziali francesi, diverse analisi hanno mostrato come la Francia sia stata divisa in due dal risultato: Marine Le Pen ha vinto nettamente nei comuni che hanno meno di 20 mila abitanti; Emmanuel Macron è andato benissimo nei comuni con più di 100 mila abitanti e in particolar modo a Parigi. C’è dunque stata una frattura tra la Francia rurale e periurbana e la Francia urbana. Questa distribuzione del voto corrisponde anche ad aree geografiche ben precise: Macron (nella foto qui sotto in giallo) ha ottenuto i migliori risultati nelle aree urbane e ha superato il 30 per cento dei voti in tre dipartimenti metropolitani: Ille-et-Vilaine, Hauts-de-Seine e Parigi. In generale Macron è andato bene nelle zone a ovest del paese e meno bene nelle aree sull’arco che si affaccia al Mediterraneo, dove Le Pen (in nero) ha invece raccolto il maggior numero di consensi. Il Front National si è confermato nel nord-est, nel centro e nel sud-est della Francia, ma non altrettanto bene nelle principali città di queste stesse zone.

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Passa al senato il reato di tortura. Ascolta la puntata

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Un tema che ci sta molto a cuore, di cui dovremmo parlare ogni giorno, il reato di tortura. Il Senato ha approvato un testo di legge che per il suo stesso primo firmatario, Luigi Manconi, e che per le tante associazioni e persone che da anni si occupano di diritti umani, è ormai irriconoscibile e inaccettabile. Nello stesso tempo, il ritardo dell’Italia sull’introduzione del reato non è più perdonabile. Perché siamo arrivati a questo punto? Perché vicende come quella di Bolzaneto, di Cucchi, Aldrovandi, e Regeni non sono bastate? Cosa ci fa capire del rapporto tra il potere e i suoi limiti?

Gli ospiti del 19 maggio 2017

Mauro Palma Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e fondatore e presidente onorario di Antigone

Enzo Marco Letizia, segretario nazionale Anfp (Associazione nazionale funzionari di polizia)

Roberto Settembre  dopo alcuni anni di attività forense, è entrato in magistratura nel 1979 e ha lavorato quasi sempre nel settore penale. È stato l’estensore della sentenza d’appello sui fatti di Bolzaneto, resa definitiva dalla Cassazione. Su questa drammatica vicenda ha scritto un libro, Gridavano e piangevano, pubblicato da Einaudi nel 2014. È uscito dall’ordine giudiziario nel 2012.

Antonio Marchesi giurista, filosofo del diritto, è presidente della sezione italiana di Amnesty International

Donatella Di Cesare, insegna Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, tra i suoi libri citiamo Tortura (Bollati Boringhieri, 2016) e l’ultimo, Terrore e modernità (Einaudi, 2017), collabora col Corriere della Sera

Maurizio Montanari 059 793901 – psicanalista, fondatore del centro di Psicoanalisi Applicata LiberaParola, sul portale di Articolo1 ha firmato il pezzo “Tortura, la legge che manca. I dannati della Diaz salvi grazie all’Europa” (è nel blog) in cui si concentra sulla conseguenze posttraumatiche degli atti di tortura e sull’importanza per le vittime della certezza della pena

Ascolta la puntata

Il libro: Tortura

La condanna non è più unanime. Dopo l’11 settembre i nuovi apologeti della torturacover hanno trovato nella «guerra al terrore» il motivo per giustificare una pratica mai dismessa che, negli ultimi anni, sembra dilagare ovunque, nelle democrazie non meno che nei regimi dittatoriali. Ma il «no» opposto dall’indignazione non basta più a difendere la dignità umana offesa. In pagine intense, scritte con il suo stile chiaro e incisivo, Di Cesare offre un quadro critico complessivo della tortura. Ne indica il nesso stretto con il potere, ne mostra la presenza anche nella democrazia. Come lottare contro la tortura, se a delinquere è lo Stato? Filosofi, scrittori, drammaturghi, registi, poeti vengono interpellati per delineare un’inedita «fenomenologia della tortura» che mira a cogliere la peculiarità di una violenza estrema, sistematica e metodica, dove il carnefice calcola e misura il dolore per scongiurare che la vittima muoia e per esercitare ancora il suo potere sovrano. La tortura è, per la vittima, la propria morte esperita in vita. Da Guantánamo ad Abu Ghraib, dal G8 di Genova agli anni di piombo, da Giulio Regeni a tutti quei casi che hanno recentemente allarmato l’opinione pubblica, la tortura viene esercitata in modo sempre più sofisticato per poter essere negata; incombe ovunque un inerme si trovi nelle mani del più forte: nelle carceri, nei reparti psichiatrici, nei campi per gli stranieri, negli ospizi, nei centri per disabili, negli istituti per minori. E l’assenza di un reato la favorisce.

Tortura di Donatella di Cesare (Bollati Boringhieri)

Reato di tortura, così l’Italia tenta di tornare al passo con l’Europa

Se ne discute da sempre, il Ddl è in Parlamento dall’inizio della legislatura (il primo è stato presentato il 15 marzo 2013 dal senatore Luigi Manconi) ma l’Italia resta ancora senza una legge sulla tortura. A 33 anni dalla Convenzione Onu e dopo essere stata votata già una volta dal Senato e dalla Camera . Ora la proposta tornerà in aula a Palazzo Madama la prossima settimana dopo una nuova battuta d’arresto e un periodo di stand by che durava dal 14 luglio scorso. Con un testo che tiene conto degli emendamenti messi a punto dai relatori Nico D’Ascola (Alternativa popolare) ed Enrico Buemi (Autonomie) che sintetizzano l’accordo raggiunto dalla maggioranza. Ecco come cambierà il codice penale in Italia in base all’ultima formulazione della norma e cosa prevedono gli altri paesi della Ue. Dalla legislazione più “morbida” della Spagna, a quella severissima del Regno Unito, passando per la Francia , il cui sistema, con pene graduali fino all’ergastolo, si avvicina di più a quella che l’Italia si prepara a varare. Caso a parte la Germania, che pur vietando l’uso della tortura non ha un reato specifico nel codice, ma delle norme ad esso assimilabili.

Marta Paris sul Sole24Ore

Dei delitti e delle pene

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Opera di straordinaria attualità, messa all’indice nel 1766 e poi accolta entusiasticamente dagli illuministi francesi, Dei Delitti e Delle Pene di Cesare Beccaria ha posto le basi per il diritto penale moderno. Dalle riflessioni sul carcere a quelle sulla tortura e l’indulto, Radio3 ha dedicato al volume un ciclo di approfondimenti: ascoltali in streaming o scaricali in podcast.

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