Monthly Archives: giugno 2016

Rosarno: l’inferno continua. Ascolta la puntata

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La cronaca e le telefonate arrivate a Prima Pagina ci riportano a Rosarno: ieri ennesimo dramma nella tendopoli alle porte della città. La vittima è Sekine Triore, 26 anni, veniva dal Mali. Nell’accampamento di San Ferdinando che ospita migliaia di braccianti impegnati nella raccolta delle arance nella piana di Gioia Tauro non si è ancora sciolto il nodo infernale tra caporalato, lavoro nero e immigrazione. Dopo sei anni torniamo lì, per capire cosa sta succedendo e per raccontare questa storia di mancata integrazione e di schiavismo.

Gli ospiti del 9 giugno 2016

Yvan Sagnet, camerunense, ha studiato al Politecnico di Torino, nel 2011 ha guidato la rivolta dei braccianti di Nardo’ in Puglia, racconta la sua storia nel libro uscito nel 2012 per Fandango Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso  e ha scritto anche Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento (Fandango)

Enrica Simonetti, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, per Imprimatur ha pubblicato Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato un viaggio nel caporalato d’italia

Don Pino De Masi, referente di Libera per la piana di Gioia Tauro

Celeste Lo Giacco, sindacalista Flai Cgil Rosarno. Sta mediando tra braccianti in rivolta e caporali/datori di lavoro

Alberto Barbieri, Coordinatore generale di Medu: medici per i diritti umani

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Io schiavo in Puglia

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Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l’ordine e la sicurezza nei campi. “Senti un po’ cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto”, lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: “Sei romeno?”. Un mezzo sorriso lo convince. “Ti posso prendere, ma domani”, promette, “ce l’hai un’amica?”. “Un’amica?”. “Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque”. Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: “Quei due sono romeni come te. Lei col padrone c’è stata”. “Ma io sono solo”. “Allora niente lavoro”.

Leggi il reportage di Fabrizio Gatti su l’Espresso

Schiavi della terra: 10 testimonianze dall’Inferno

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Lavorano nei campi fino a 14 ore al giorno. Pagati 2,5 euro. E costretti a drogarsi. Diritti negati, abusi, percosse, sparizioni: le storie dei braccianti. Stranieri e non.

Li chiamano “invisibili”, perché come ombre si muovono nei campi coltivati.
Li chiamano anche profughi (quelli che dal Nord Africa fuggono le guerre e le persecuzioni), operai (quelli espulsi dalle fabbriche del Nord Italia), napoletani (gli africani di Castelvolturno, che si spostano come api inseguendo i raccolti).
Nelle terre meridionali d’Italia nove braccianti su 10 «non hanno mai visto un contratto di lavoro». Il 60% «non ha accesso all’acqua corrente né ai servizi igienici». Il 70 ha «contratto malattie legate alle pessime condizioni ambientali in cui si ritrovano».

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Il Video: Viaggio tra i migranti sfruttati nei campi di Rosarno

“Mandarini, una cassa un euro. Arance, una cassa 50 centesimi”, dice il senegalese Mama. Ogni anno migliaia di migranti arrivano nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, per lavorare nei campi come raccoglitori di agrumi. L’86 per cento di loro non ha un contratto regolare e guadagna al massimo 25 euro al giorno. I braccianti stranieri, che hanno quasi tutti regolare permesso di soggiorno, mandano avanti un intero comparto agricolo, ma continuano a essere schiavi del caporalato e a vivere accampati in condizione disumane.

L’associazione Sos Rosarno ha creato un modello alternativo, fornendo ai migranti un regolare contratto di lavoro e un salario adeguato. Il reportage di Alessia Marzi e Michela Mancini. Guardalo cliccando qui