Da Antigone a Ettore, il nostro rapporto con morte e sepoltura secondo Umberto Curi

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Da Antigone che sfida il nomos per dare sepoltura al fratello a Priamo che raccoglie il corpo del figlio Ettore, da sempre civiltà significa anche non abbandonare i corpi dei defunti. Le voci che criticano il recupero in mare cosa raccontano della nostra società? La risposta di Umberto Curi, filosofo e studioso del nostro rapporto con la morte.

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Un commento

  • Buonasera. Mi sono imbattuta per caso in questa registrazione e raramente scrivo commenti a proposito di alcunché sul web essendo ancora convinta che la voce e il volto siano indispensabili per comunicare. Vengo da una vita passata sui libri e a stretto contatto con la classicita’ intesa come culla della civiltà, e vorrei aggiungere che in tutte le guerre degli antichi l’eroismo e la validita’ morale di un popolo spesso si misurava nel concedere o meno agli sconfitti la sepoltura dei propri morti. Spesso anche le guerre più sanguinose venivano interotte a questo scopo..per poi riprendere i massacri. La parola civiltà é essa stessa evoluta in qualcosa di diverso positivo e negativo al tempo stesso. Fa comodo a molti. Si mescola con “comodità”e si fa umiliare quotidianamente. La differenza più grande ad oggi è che non esistono i “propri” morti. Sono tutti nostri per passato, presente e futuro.

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