Monthly Archives: luglio 2016

L’omicidio di Emmanuel: approfondimenti e consigli di lettura

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Il caso di Fermo visto e affrontato da più punti di vista: una selezione di articoli e contributi scelti dagli studenti della Scuola Holden

Una riflessione su stampa e fatti di cronaca (su vice.it).

Un memorandum di Michela Murgia sulle parole del razzismo e l’ipocrisia dei deputati italiani (uscito sull’Huffington Post)

Un’altra riflessione, di Roberto Saviano

Un articolo, per ricordarsi cosa era già accaduto a Fermo nella chiesa di San Marco alle Paludi dove Emmanuel e sua moglie si sono sposati (pubblicato da repubblica.it)

Un profilo, chi è Don Vinicio Albanesi.

Una ricostruzione del razzismo italiano (di Igiaba Scego, su Internazionale)

Un’intervista all’ex-ministro Cécile Kyenge, (disponibile su lastampa.it).

Una bagarre in Parlamento, a causa di Giovanardi (su Panorama)

La notizia sul New York Times

La storia di Emmanuel

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La Città di Radio3 nel weekend si anima grazie a un gruppo di ascoltatori molto speciali: i temi affrontati durante la settimana torneranno su questo blog visti con gli occhi degli studenti della Scuola Holden. Il testo che segue è stato scritto da Lucia Marinelli

Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, era riuscito a salvarsi dalla violenza di Boko Haram in Nigeria ma ha trovato la morte a Fermo. Nella giornata di martedì pomeriggio il giovane è stato ucciso non da un terrorista islamico ma dalle mani di un italiano. L’uomo fermato è Amedeo Mancini, 39enne, nome noto ai gruppi neofascisti della città marchigiana. La vittima si trovava in Italia da otto mesi insieme a sua moglie di 24 anni. Una volta giunti a Fermo hanno trovato alloggio nella struttura di Don Vinicio. La legge, tuttavia, prevedeva un collocamento differente per i due ma il parroco aveva fatto un piccolo strappo alla regola accogliendoli entrambi – un gesto gentile per consolarli dal dolore vissuto. La giovane coppia si stava lasciando alle spalle le torture subite in Libia, la bomba che aveva decimato le loro famiglie e la morte dei due figli: la maggiore, uccisa da un attacco di Boko Haram e il secondo, che non ha visto la luce perché morto nell’utero materno durante il tragitto per il Mediterraneo. Eppure a stroncare definitivamente le esistenze dei due non è stato il califfato nero di Boko Haram, le cui vittime sono martiri uguali a quelle delle stragi di Dacca, Parigi e Istanbul. L’ultima manifestazione criminale è accaduta nell’Italia sempre più logorata da intolleranza e xenofobia. Infatti solo nel 2015 si sono registrate le denunce di ben 596 violenze di matrice razziale. E se la vedova ora canta alla veglia funebre del marito “dov’è Dio?” , a noi non resta che chiederci dove sia l’Uomo.

Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli (Nelson Mandela)

Delocalizzazione: approfondimenti e consigli di lettura

Il fenomeno della localizzazione in Asia visto e affrontato da più punti di vista: una selezione di articoli e contributi scelti dagli studenti della Scuola Holden

Alcune foto, di un pratese, a Dacca (uscito su Pratosfera)

La breve storia della Fast Fashion (uscito su Il Post)

Un reportage, tra le macchine da cucire dello Sri Lanka (Uscito su Internazionale)

Un caso di eccellenza italiana tra tradizione e innovazione: la Lana di Biella (L’aria che tira- pubblicato da La7)

Un Paese pieno di ingiustizie, il racconto del Manifesto

Tre libri per capire il Bangladesh (su Internazionale)

Un’analisi, sul lavoro in Italia e la schiavitù che ne deriva (uscito su Il Fatto Quotidiano)

Una classifica: i 10 paesi della schiavitù moderna (uscito su Greenme)

Alcuni spaccati di sfruttamento che non si raccontano (uscito su Focus)

Un focus sul perché gli italiani investono in Bangladesh (da Le Formiche)

Una mappa, che delinea dove vivano gli schiavi di oggi (realizzato da The Washington Post)

Le foto di Milon sul Bangladesh

Bangladesh: tra delocalizzazione e sfruttamento

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La Città di Radio3 nel weekend si anima grazie a un gruppo di ascoltatori molto speciali: i temi affrontati durante la settimana torneranno su questo blog visti con gli occhi degli studenti della Scuola Holden. Il testo che segue è stato scritto da Carolina Orlandi.

Stiriamo le etichette delle nostre maglie senza leggerle. Il marchio Made in Bangladesh, per i più, è solo una fila di sedici lettere. Ma dall’altra parte del mondo, a qualcuno fa davvero la differenza. C’è chi addirittura ipotizza che proprio il capitalismo spietato, insito in queste logiche di mercato, abbia contribuito alla tragedia compiutasi a Dacca il primo luglio. In Bangladesh il settore tessile e di abbigliamento è la prima voce di export del Paese. E l’Italia è uno dei principali mercati di destinazione. Il motivo è semplice da intuire: i prezzi di manodopera sono stracciati e l’azienda può ottenere ricavi notevolmente maggiori. Questo tipo di economia però, non fa che alimentare i grandi marchi occidentali sulle spalle dei paesi più poveri, comportando un vero e proprio sfruttamento della manodopera. Nonostante l’incidente al Rana Plaza del 2013, dove morirono più di mille operai, abbia aperto gli occhi al mondo occidentale, la consapevolezza non è bastata a trovare un modello di delocalizzazione sostenibile del settore tessile. D’altro canto si parla sempre più spesso del reshoring, ovvero il “rientro” delle produzioni industriali, che punta tutto sulla qualità del Made in Italy. Magari di un maglioncino confezionato da una donna cinese in un sobborgo di Prato.

Dacca: approfondimenti e consigli di lettura

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L’ultimo attacco terroristico che ha colpito il Bangladesh visto e affrontato da più punti di vista: una selezione di articoli e contributi scelti dagli studenti della Scuola Holden

Una timeline che ricostruisce l’escalation di violenza avvenuto in Bangladesh negli ultimi mesi.

Una spiegazione di questa escalation (da BBC)

Una sentenza di pochi mesi fa in cui la Corte Suprema del Bangladesh rispondeva a una petizione che chiedeva l’abolizione dell’Islam come “religione di Stato” (da Daily Star)

Un ricordo per un’altra vittima italiana del terrorismo bengalese di matrice islamista (da AGI) e una notizia sull’arresto dei suoi carnefici (da Repubblica)

Una canzone rap che da molte più risposte sulla situazione bengalese di quanto abbiano fatto molti dei discorsi di questi giorni

Un blog che racconta “gli arabi invisibili”

Una mappa interattiva che mette insieme tutti gli atti e le sospette attività terroristiche a livello globale

Un’opinione, sul lato oscuro della globalizzazione (da Linkiesta)

Una risposta al «Perché il fondamentalismo ha tanto successo?» (che si basa su una riflessione di quindici anni fa)

Un programma televisivo americano che prova a raccontare in modo approfondito quella risposta (CNN)

Terrore a Dacca: le nostre reazioni

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La Città di Radio3 nel weekend si anima grazie a un gruppo di ascoltatori molto speciali: i temi affrontati durante la settimana torneranno su questo blog visti con gli occhi degli studenti della Scuola Holden. Il testo che segue è stato scritto da Eugenio Damasio.

L’attacco terroristico di Dacca, avvenuto tra l’1 e il 2 luglio, ha causato la morte di ventidue civili. Presenti, tra gli altri, nove nostri connazionali: il maggior numero di vittime italiane di un attentato di matrice islamista dai tempi di Nassyria. Nove vite che, mentre si trovavano al ristorante in una delle zone più prestigiose della capitale del Bangladesh, sono state spezzate dopo diverse ore di sequestro e di trattative tra i sette attentatori e la polizia locale. Come ovvio, le reazioni non si sono fatte attendere: da chi analizzava “le radici dell’odio” a chi, ancora una volta, chiedeva il conto della tragedia all’intera comunità islamica. Analisi necessarie ma troppo spesso parziali per un fenomeno globale ed in continuo mutamento in cui è difficile tracciare confini e trovare soluzioni a breve termine. Troppo spesso, infatti, ci troviamo a porre l’attenzione sull’Islam, vettore di tutti i problemi, dimenticandoci che attentati come questo, invece, portino con sé anche una forte matrice politica e in cui la religione, più che altro, viene utilizzata in quanto strumento identitario dalla grande valenza emotiva. La risposta, pertanto, non dovrà stare nella paura per l’Altro ma, ancora una volta, dovrà trovare vigore nella cultura e nella capacità di conoscere davvero contro cosa si stia combattendo.

Francisco Franco non era il cattolicesimo ma ne costituiva una delle tendenza possibili: la stessa cosa vale per l’Islam (Roberto Toscano, editorialista “Repubblica”, ex ambasciatore in Iran e in India)