Monthly Archives: luglio 2016

Terrorismo, da Charlie Hebdo a Rouen: i boia in nome del Jihad avevano tutti un passato criminale

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Quasi tutti cittadini europei, molti giovanissimi e comunque under 35, la maggior parte già denunciati o arrestati o anche segnalati dalle forze dell’ordine o dall’intelligene, alcuni con gravi problemi psichici. L’11 settembre continuo che sta vivendo il cuore dell’Europa in queste settimane ha un minimo comun denominatore: i massacratori che vestivano le divise di Isis o che Daesh ha dichiarato fossero suoi soldati erano uomini con un passato criminale. Continua a leggere su Il Fatto Quotidiano.

Coltelli, Gif e canali Telegram: viaggio nella rete dell’Isis

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«Che Dio possa  aumentare i loro morti». Subito dopo ogni attacco i “fan boys” dell’Isis festeggiano sui social. Non importa se sia stato davvero Isis a compiere l’attentato. Prima di tutto i supporter del gruppo terroristico gioiscono per il sangue. Orlando, Magnaville, Nizza, Würzburg. Kabul e Aleppo. E infine Ansbach: ogni giorno, ormai, si consuma un macabro rituale. Come un rettile cui ricresce la coda anche se gliela tagli, il Califfato perde i pezzi sotto il fuoco dei raid in Iraq, in Siria e in Libia ma riesce a seminare il terrore in Europa in un vortice di gif, infografiche e hashtag. Continua a leggere l’analisi di Marta Serafini.

Francia, attacco in chiesa: un crimine ispirato da un altro. Il potere dell’emulazione

Emulazione è un termine neutro: può essere splendida o terribile. Si possono emulare gli eroi o gli assassini. Sono questi, purtroppo, a godere oggi di maggiore popolarità. Quello che sta accadendo in Europa è evidente: il male genera il male, il sangue chiama il sangue, l’imitazione dell’orrore genera altro orrore. La successione delle stragi — ieri è toccato a una chiesa nella Francia estiva di provincia — non lascia dubbi: ogni strage ne ispira un’altra, in una macabra progressione. I barbari religiosi trovano ispirazione, moventi e forza nelle nefandezze di chi la ha preceduti. La carneficina diventa un modello da imitare. Dobbiamo rassegnarci o possiamo impedirlo? Per rispondere, dobbiamo provare a capire. Continua a leggere l’articolo di Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera.

Tutti i dettagli della strage Isis nella chiesa di Rouen

A soli dodici giorni dalla strage di Nizza, la Francia è di nuovo nel terrore. Un sacerdote, Jacques Hamel di 86 anni, è stato ucciso questa mattina a Saint-Etienne-du Rouvray, vicino Rouen, in Normandia. Preso in ostaggio da due uomini all’interno della Chiesa dove stava celebrando la messa insieme ad altre quattro persone – due suore e due parrocchiani – e poi sgozzato.

L’attacco è stato quasi immediatamente rivendicato dall’Isis: sulla sua agenzia di stampa Amaq, lo Stato Islamico ha definito i due assalitori “nostri soldati“. Gli assassini sono stati uccisi dalle teste di cuoio della polizia.

Sull’accaduto indaga la procura antiterrorismo francese. La pista principale – come dimostra anche la rivendicazione – porta allo Stato Islamico. Le conferme in questo senso arrivano anche dall’entourage del presidente francese Francoise Hollande, nato proprio a Rouen, che è giunto sul luogo dell’attacco poche ore dopo l’attentato.

Continua a leggere Andrea Picardi su Formiche.net

Chi era Adel Kermiche, attentatore di Rouen

Adel Kermiche, 19 anni, è uno dei due attentatori della chiesa cattolica in Normandia. Viveva a Saint-Etienne-du-Rouvray, a casa dei genitori. Era ben noto alle forze dell’ordine, perché costretto a portare il braccialetto elettronico, come ha confermato il procuratore Francois Molins.

Cresciuto in una famiglia senza difficoltà economiche, suo padre è un professore, Adel si è radicalizzato negli ultimi 18 mesi, affascinato dall’attacco contro Charlie Hebdo. Tentò di andare in Siria nel marzo 2015, ma fu arrestato in Germania e ricondotto in Francia. Dopo soli due mesi, il suo secondo tentativo di raggiungere la Siria si fermò in Turchia. Arrestato dalle autorità francesi, Kermiche ottenne la libertà vigilata con braccialetto elettronico il 18 marzo 2016, contro il parere della Procura. Aveva l’autorizzazione ad uscire di casa dalle 8,30 alle 12,30 del mattino. L’attacco alla chiesa di Saint Etienne du Rouvray è avvenuto durante la messa delle 10.

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Exor (Fiat) va in Olanda. Ascolta la puntata

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Anche Exor (una delle principali società d’investimento europee, controllata dalla famiglia Agnelli) si trasferisce in Olanda, cosa resta in Italia? Globalizzazione o desertificazione?

Gli ospiti del 26 luglio 

Rinaldo Gianola, giornalista, già vicedirettore dell’Unità, autore di Diario operaio (Ediesse, 2010)
Raffaella Polato, giornalista economica del Corriere della Sera
Demtrio Paolin, scrittore, collabora con Il Manifesto, ha colaborato con il Corriere della Sera. Il suo ultimo libro, Conforme alla Gloria (Voland,2016) è stato selezionato tra i dodici finalisti per il Premio Strega 2016
Marino Magliani, scrittore italiano vive da 30 anni ad Amsterdam, tra i suoi libri citiamo Amsterdam è una farfalla (Ediciclo, 2011).
Mario Pianta,  insegna Politica economica all’università di Urbino, ha scritto, con Maurizio Franzini, Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle(Laterza, 2016).

Ascolta la puntata

Exor, Fiat, delocalizzazioni: cosa vuol dire per l’Italia?

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Cos’è Exor e cosa rappresenta per il mercato italiano il suo trasferimento in Olanda? “Questo spostamento è solo l’ultimo anello di una catena. Alla base ci sono chiare scelte di politica industriale e finanziaria volte alla delocalizzazione. Siamo testimoni di un impoverimento industriale del nostro Paese e la politica italiana pare non avere risposte”.

Ascolta l’analisi del giornalista Rinaldo Gianola.

Exor in Olanda dimostra i limiti del capitalismo italiano

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La leggenda dell’Olandese volante racconta di un vascello maledetto che solca i mari senza mai poter tornare in porto con il suo equipaggio di marinai-fantasmi. Storia magnetica, capace di attrarre il genio di Wagner che compose l’opera omonima. Oggi l’Olanda conserva il suo magnetismo: attrae capitali. E non è una buona novella per l’Italia e per il cantiere delle riforme del governo, soprattutto quelle economiche e fiscali. La notizia la prendiamo dal Sole 24Ore: “Exor segue Fca, gli Agnelli spostano la sede in Olanda”. La cassaforte di famiglia prende il volo. Sede legale e fiscale vanno all’estero, ecco la sintesi del fatto: “La famiglia Agnelli lascia l’Italia. Exor e la Giovanni Agnelli e C. Sapaz, cassaforte della famiglia e detentrice del 52,99% della finanziaria, trasferiscono la sede in Olanda. L’unico scrigno societario che resterà nei confini nazionali è la Dicembre che controlla l’accomandita e che fa capo agli eredi di Gianni Agnelli, partendo dal presidente John Elkann. Le due società torinesi seguiranno un percorso analogo a quello seguito da Fca, Cnh Industrial e Ferrari: Exor, però, porta in Olanda sia la sede legale sia quella fiscale (mentre quest’ultima per le altre società è a Londra) e mantiene la quotazione a Piazza Affari”. Restano (per ora) investimenti, stabilimenti, produzione, fatturato, ricavi, tasse pagate in Italia, la produzione industriale agganciata inesorabilmente alla Jeep di Marchionne e a tutto l’indotto dell’automotive, ma il valore simbolico di questo trasloco delle società controllanti è sotto gli occhi di tutti e dovrebbe far girare qualche neurone a chi governa. FCA è una società globale, va dove i capitali sono trattati meglio, le pratiche fiscali sono più convenienti, la burocrazia non è una palla al piede. E’ una legge del mercato che non deve sorprendere, semmai preoccupare la classe dirigente italiana, non solo quella politica. Ogni mossa nell’era Marchionne è stata frutto di una strategia, di scelte accurate (e anche annunciate) sulle quali si sarebbe potuto provare a dare una risposta. Non per favorire un gruppo industriale singolarmente, ma per tutto il sistema. L’uscita di Exor dal confine legale e fiscale del paese è il movimento di un titano, non di un’azienda qualsiasi. Exor ha concentrato le sue attività solo su alcune società e settori, ha creato il settimo gruppo automobilistico del mondo con FCA, ha acquistato un colosso della riassicurazione come PartnerRe, ha venduto più che opportunamente le ingombranti – e non redditizie – partecipazioni editoriali in Italia (Corriere della Sera e La Stampa) e le ha sostituite con un marchio di prestigio globale (il gruppo The Economist), ha quotato in Borsa la Ferrari, consolidato la forza di Cnh industrial e tutto questo è avvenuto con l’apertura di un ombrello fiscale in Olanda. Il risultato è che le azioni di Exor sono cresciute ogni anno (dal 2009) in media del 27,2 per cento. Dall’Olandese volante ai capitali volanti.

Continua a leggere Mario Sechi su Il Foglio

la parola: delocalizzazione

delocalizzazione1Delocalizzazione  Trasferimento del processo produttivo, o di alcune fasi di esso, in aree geografiche o Paesi in cui esistono vantaggi competitivi. Questi consistono generalmente nel minore costo dei fattori produttivi e in particolare della manodopera. Tra i motivi che spingono le imprese alla d. vi sono anche le agevolazioni derivanti dagli incentivi legati a politiche economiche di sviluppo messe in atto da governi locali e nazionali per attirare investimenti diretti esteri, e da un miglioramento dell’efficienza del sistema organizzativo e logistico. La scelta di delocalizzare può anche essere motivata dalla possibilità di sfruttare i benefici che derivano dalla prossimità fisica a mercati più ampi o dinamici, oppure dall’opportunità di migliorare l’accesso a reti di fornitura. La d. implica una frammentazione del processo produttivo, rappresentando di conseguenza un modello di frattura rispetto al sistema di produzione verticalmente integrato di stampo fordista, in cui ogni singola fase di produzione avviene nello stesso luogo.

La d. ha un impatto rilevante sia sul mercato dei beni, sia su quello del lavoro. Sul mercato dei beni si assiste generalmente a un aumento della competitività e a una diminuzione del prezzo dei beni prodotti o assemblati negli stabilimenti dislocati. Sul mercato del lavoro, invece, si osservano variazioni rilevanti nei livelli del salario e dell’occupazione, sia nel Paese di origine, sia in quello di destinazione. Nel Paese di origine i processi di d. portano a una riduzione della domanda di lavoro, spesso a svantaggio dei lavoratori non qualificati, data la propensione a dislocare fasi di produzione a basso valore aggiunto, mentre nel Paese di destinazione si osserva generalmente un incremento dell’occupazione. In entrambi i Paesi, tuttavia, si assiste a un crescente divario salariale tra lavoro qualificato e non qualificato.

Da Treccani.it

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