Monthly Archives: agosto 2016

Apple: concorrenza sleale? Ascolta la puntata

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13 miliardi di stangata, è questa la cifra che Apple dovrà restituire all’Irlanda secondo la Comunità Europea. L’Irlanda non li vuole prendere, gli Stati Uniti non vogliono darli, in mezzo GB e Turchia che aprono le loro porte al colosso americano.
Una questione fiscale, giudiziaria, intricatissima e cruciale di dimensioni globali, che riguarda anche il rapporto tra potere e libertà, tra mercato e controllo.

Gli ospiti del 31 agosto 2016

Eugenio Pinto, insegna Contabilità e Bilancio alla Luiss, 
Marco Zatterin
, vicedirettore della Stampa
Maurizio Ferraris
, filosofo teoretico, autore di diversi saggi tra cui segnaliamo L’anima e l’Ipad (Guanda)
Davide Bennato
, insegna Sociologia dei processi culturali e sociologia dei media digitali all’Università di Catania. Autore di Sociologia dei media digitali. Relazioni sociali e processi comunicativi del web partecipativo (Laterza)
Michele Pignatelli
, giornalista della redazione esteri del Sole 24 Ore

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L’Irlanda non vuole riscuotere. Un paradosso?

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Apple deve pagare 13 miliardi di tasse arretrate all’Irlanda. Perchè Dublino non vuole riscuotere?

“Bisogna considerare le ricadute future per l’attrattività di Dublino, vero e proprio magnete per le multinazionali (soprattutto americane), spinte a stabilirsi nella capitale irlandese in primo luogo dal regime fiscale favorevole. La sola Apple in Irlanda dà lavoro a 5.500 persone, una persona su cinque nel Paese lavora in una multinazionale.”

Ascolta il commento di Michele Pignatelli del Sole 24 Ore

I guru del web godono di immunità, fiscale e morale?

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Quando Tim Cook venne in Italia per contrattare il suo debito con l’erario venne accolto come un capo di stato. Zuckerberg è stato accolto alla Luiss da una folla adorante, senza nemmeno una domanda critica. I giganti del web godono di immunità non solo davanti al fisco, ma anche alla nostra morale: gli concediamo tutto, pendiamo dalle loro labbra, e intanto loro fanno i miliardi. Perchè?

Il dialogo tra il filosofo Maurizio Ferraris e il sociologo del web Davide Bennato.

13 miliardi di tasse non versate in Irlanda

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Dopo quasi tre anni di indagini, la Commissione Europea ha concluso che Apple ha beneficiato per anni di un regime fiscale agevolato da parte dell’Irlanda, che le ha consentito di pagare meno tasse per le sue attività nell’Unione Europea. La Commissione ha quindi stabilito che il governo dell’Irlanda dovrà “recuperare le tasse non pagate nel paese da Apple per gli anni compresi tra il 2003 e il 2013 per una cifra intorno ai 13 miliardi di euro, più gli interessi”. Apple e lo stesso governo irlandese hanno ora la possibilità di ricorrere in appello contro la decisione della Commissione, cosa che l’azienda statunitense aveva già detto di essere intenzionata a fare nel caso di un trattamento ritenuto “non equo” da parte delle autorità europee. Con una lettera il CEO di Apple Tim Cook ha anche detto di ritenere la decisione della Commissione Europea contraria ai principi fiscali internazionali e dannosa per l’economia europea.

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la lettera di Tim Cook: “La Commissione mette a rischio gli investimenti”

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Trentasei anni fa, ben prima di lanciare l’iPhone, l’iPod e perfino il Mac, Steve Jobs inaugurò la prima sede operativa di Apple in Europa. All’epoca, l’azienda sapeva che per servire i clienti europei avrebbe avuto bisogno di una base nel vecchio continente. Per questo, nell’ottobre 1980, Apple aprì una fabbrica a Cork, in Irlanda, con 60 dipendenti.
In quegli anni Cork soffriva di un tasso di disoccupazione altissimo e di investimenti economici quasi inesistenti. Ma i dirigenti Apple vi riconobbero una comunità ricca di talenti, capace di sostenere la crescita dell’azienda se il futuro fosse stato favorevole.
Da allora abbiamo lavorato a Cork senza soluzione di continuità, persino durante i periodi di incertezza riguardo al nostro stesso futuro, e oggi diamo lavoro a oltre 6000 persone in tutta l’Irlanda; ma è ancora a Cork che si concentra il maggior numero di dipendenti. Alcuni sono con noi fin dal primo giorno, e tutti contribuiscono con funzioni diverse al successo di Apple nel mondo. Innumerevoli multinazionali hanno seguito l’esempio di Apple scegliendo di investire a Cork, e oggi l’economia locale è più forte che mai.
Il successo che ha spinto la crescita di Apple a Cork deriva da prodotti innovativi, capaci di conquistare i nostri clienti. È questo che ci ha permesso di creare e sostenere oltre 1,5 milioni di posti di lavoro in tutta Europa: posti di lavoro in Apple, posti di lavoro presso centinaia di migliaia di brillanti sviluppatori che distribuiscono le loro app attraverso l’App Store, e posti di lavoro negli stabilimenti dei nostri produttori e fornitori. Le aziende di piccole e medie dimensioni che dipendono da Apple sono innumerevoli, e noi siamo orgogliosi di supportarle.

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Quanto costa ad Apple produrre l’iPhone 6s?

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iPhone nuovo, storia vecchia: anche per il 6s, Merryl Lynch ha stimato quelli che sono i costi di produzione che Apple deve affrontare su ogni singolo dispositivo. Il totale è di 234 dollari.

Secondo queste stime, malgrado le varie innovazioni apportate su iPhone 6s, i costi di produzione ammonterebbero a 234 dollari. Questo significa che Apple, per ogni dispositivo venduto, ricava oltre 500 dollari. Tali costi sono in linea con le cifre viste l’anno corso con l’iPhone 6 (222$).

Il pezzo più costoso è lo schermo Retina con 3D Touch, il cui prezzo è di circa 50 dollari, seguito dal processore A9 che arriva a 25 dollari. Il Touch ID costa 22 dollari, mentre la memoria da 64GB costa 20 dollari.

Chiaramente, in questi calcoli mancano una serie di voci nel conteggio finale: nei 234 dollari sono compresi soltanto i prezzi dei vari componenti, senza tenere conto dei costi di ricerca e sviluppo (il 3D Touch, ad esempio, ha richiesto anni di sviluppo e milioni di dollari di investimenti), quelli di marketing, la manodopera, le varie licenze, i costi per l’assemblaggio, la spedizione e la pubblicità.

Fonte iphoneitalia.com

Stangata dell’Ue su Apple, le regole e le ipocrisie

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Le regole sono importanti quanto il loro rispetto. Fra i princìpi fondanti dell’Europa c’è la libera circolazione delle imprese, il che presuppone di eliminare ogni margine di concorrenza sleale fra un paese dell’Unione e l’altro. Gli aiuti di Stato sono vietati, se non in casi particolari: nessuna Capitale può spendere soldi, o rinunciare a un’entrata, per attrarre un’azienda. L’Irlanda lo ha fatto con Apple. In cambio di assunzioni e investimenti ha messo una croce su 13 miliardi di gettito. Gli art. 107/108 dei Trattati dicono che è illegale. Per questo la Commissione Ue, che delle scritture comuni è il garante, ha chiesto al colosso americano di restituire al fine i tributi dovuti, e mai corrisposti, all’amministrazione di Dublino.

I servizi della signora Vestager sono persuasi che la multinazionale di Cupertino abbia scelto la più verde delle isole europee per ridurre a un minimo storico la pressione tributaria di fine esercizio. In Irlanda è un’esperienza comune. L’aliquota richiesta alle imprese è tuttavia ben più alta dello 0,005% assegnato agli alfieri della Silicon Valley, è il 12,5%, soglia che avvelena comunque le giornate degli erari di numerosi partner Ue che la giudicano distorsiva della concorrenza. Dublino si salva perché il prelievo è lo stesso per tutti, dunque non vi è discriminazione. I molteplici tentativi di convincere l’Eire a cambiare formula sono sinora falliti, anche perché le decisioni fiscali a Bruxelles richiedono l’unanimità.

Continua a leggere l’articolo di Marco Zatterin su La Stampa

Il caso Apple secondo il New York Times

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Europe’s competition enforcer said that Apple’s illegal deals with the Irish government allowed the technology giant to pay virtually nothing on its European business in some years. The arrangements enabled Apple to funnel profit from two Irish subsidiaries to a “head office” with “no employees, no premises, no real activities,” the commission said.

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