Stangata dell’Ue su Apple, le regole e le ipocrisie

pay

Le regole sono importanti quanto il loro rispetto. Fra i princìpi fondanti dell’Europa c’è la libera circolazione delle imprese, il che presuppone di eliminare ogni margine di concorrenza sleale fra un paese dell’Unione e l’altro. Gli aiuti di Stato sono vietati, se non in casi particolari: nessuna Capitale può spendere soldi, o rinunciare a un’entrata, per attrarre un’azienda. L’Irlanda lo ha fatto con Apple. In cambio di assunzioni e investimenti ha messo una croce su 13 miliardi di gettito. Gli art. 107/108 dei Trattati dicono che è illegale. Per questo la Commissione Ue, che delle scritture comuni è il garante, ha chiesto al colosso americano di restituire al fine i tributi dovuti, e mai corrisposti, all’amministrazione di Dublino.

I servizi della signora Vestager sono persuasi che la multinazionale di Cupertino abbia scelto la più verde delle isole europee per ridurre a un minimo storico la pressione tributaria di fine esercizio. In Irlanda è un’esperienza comune. L’aliquota richiesta alle imprese è tuttavia ben più alta dello 0,005% assegnato agli alfieri della Silicon Valley, è il 12,5%, soglia che avvelena comunque le giornate degli erari di numerosi partner Ue che la giudicano distorsiva della concorrenza. Dublino si salva perché il prelievo è lo stesso per tutti, dunque non vi è discriminazione. I molteplici tentativi di convincere l’Eire a cambiare formula sono sinora falliti, anche perché le decisioni fiscali a Bruxelles richiedono l’unanimità.

Continua a leggere l’articolo di Marco Zatterin su La Stampa

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *