Monthly Archives: settembre 2016

La vita nella Jungle di Calais. Ascolta la puntata

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Torniamo a Calais, dove la decisione di costruire un muro intorno alla Jungle per impedire ai migranti di saltare sui camion e attraversare la Manica per raggiungere la Gran Bretagna ha suscitato grande attenzione e molte riflessioni. C’è troppa retorica intorno a questa metafora, fatela finita, dice Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi. Ma intanto lì, nella Jungle, fuori dalle metafore e dalla retorica, come si vive, cosa cambia?

Gli ospiti del 9 settembre 2016

Leonardo Martinelli, inviato della Stampa
Eleonora Camilli, giornalista di Redattore sociale
Laura Zanfrini, insegna Sociologia delle migrazioni alla Cattolica di Milano
Giuliano Ferrara, già direttore de Il Foglio
Roberto Esposito, filosofo della politica alla Normale di Pisa, il suo ultimo libro è Da fuori. Una filosofia per l’Europa (Einaudi, 2016)

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La giungla eterna dei migranti di Calais

Nella “giungla” di Calais è stato battuto un nuovo record. È la stessa prefettura ad ammetterlo: il 17 agosto nell’accampamento di fortuna allestito alla periferia della città francese sono stati censiti 6.901 migranti, 2.415 in più rispetto all’ultimo controllo, svolto il 13 giugno.

Da un anno lo stato cerca in tutti i modi di limitare l’affollamento nel campo. L’obiettivo è mantenere a Calais solo i 1.900 posti letto affidati alla gestione dell’associazione Vie active: 400 letti per le donne e i bambini nei prefabbricati e 1.500 nei container per gli uomini. Per rispettare quest’obiettivo, lo scorso marzo la vegetazione in gran parte della giungla era stata distrutta ed era stato approvato il divieto di montare tende o organizzare accampamenti. Era stata sgomberata anche la striscia di terra larga cento metri lungo la strada che costeggia il porto, ormai presidiata in modo permanente dalle forze dell’ordine per impedire il passaggio dei migranti che cercano di salire sui camion diretti nel Regno Unito. Lo spazio occupato dall’accampamento si era ridotto ed era aumentato il numero dei migranti che si spostavano nei centri di accoglienza e di orientamento (Cao) sparsi in tutta la Francia, dove è possibile presentare domanda di asilo. Questi provvedimenti e le partenze verso il Regno Unito, continuate nonostante i rigorosi controlli, avevano ridotto la pressione migratoria a Calais, dove erano rimaste circa 3.500 persone.

Il dilemma etico dell’Europa sull’immigrazione

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L’Europa affronta una crisi legata all’arrivo dei migranti, ma non la crisi che immaginiamo. Il continente, infatti, si trova di fronte a un dilemma: da un lato, qualunque politica sulle migrazioni che voglia essere morale e praticabile non godrà, per il momento, di un mandato democratico; dall’altro, qualsiasi politica che abbia sostegno popolare sarà probabilmente immorale e impraticabile .

Il dilemma non dipende dal fatto che i popoli europei sono particolarmente inclini a politiche immorali o impraticabili, ma dal modo in cui, negli ultimi trent’anni, la questione dell’immigrazione è stata presentata dai politici di tutti gli schieramenti: come una necessità e come un problema con il quale fare necessariamente i conti.

Gli stessi politici, però, non esitano a definire razzista e irrazionale l’atteggiamento delle persone di fronte agli immigrati. Quando nel 2010 il laburista Gordon Brown definì la pensionata Gillian Duffy una “donna intollerante” perché aveva espresso delle preoccupazioni sui migranti provenienti dall’Europa orientale, espresse il disprezzo dell’élite politica nei confronti delle persone comuni e dei loro timori nei riguardi dell’immigrazione.

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Calais: una Giungla costruita sulla sabbia

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Al nostro arrivo Calais ci accoglie subito senza cerimonie. Per chi arriva dal Regno Unito la problematicità della situazione si delinea già all’uscita degli arrivi dei traghetti percorrendo il labirinto di asfalto che conduce all’uscita del porto. La nuovissima e candida recinzione alta quattro metri e sormontata da filo spinato non abbandona mai la cornice del finestrino dell’auto, mentre di tanto in tanto poliziotti armati e in assetto antisommossa ti sfilano veloci ai lati della strada.

Il vento che viene dal mare spazza senza tregua la larga distesa di silicio che si estende a perdita d’occhio lungo il litorale Francese. Mentre il sole tramonta dietro la Gran Bretagna, una sottile e sbiadita ombra che fa capolino lungo la linea dell’orizzonte, sulla spiaggia gli ultimi bagnanti si affrettano a raccogliere le loro cose per andare a godersi la razione quotidiana di moules in uno dei tipici ristoranti sul lungomare. Tuttavia, nell’ultimo decennio, Calais è diventata punto di arrivo anche per un altro tipo di viaggiatori.

Testi e fotografie di Mara Scampoli e Mattia Alunni Cardinali (agosto 2016)

Da leggere: A Calais di Emmanuel Carrère

La rabbia e la frustrazione di una parte dei calesiani; la compassione e la solidarietà di un’altra parte; le fabbriche e i quartieri abbandonati; l’immane apparato poliziesco; il circo mediatico; il «turismo del dolore». Vi consigliamo di leggere A Calais di Emmanuel Carrère (Adelphi)

“Pro e contro i migranti sono espressioni bizzarre. Pro migranti nel vero senso della parola non ce ne sono, dato che nessuno è favorevole ad avere alle porte di una città di settantamila abitanti una popolazione di settemila disgraziati ridotti allo stremo, che dormono in tende di fortuna, nel fango, al freddo e che ispirano, a seconda del carattere di ciascuno, apprensione, pietà o sensi di colpa. Quelli che sono davvero contro i migranti, invece, i fanatici capaci di sbraitare: «Annegateli tutti!» o: «Rimandateli a casa loro!» – che in fondo sarebbe la stessa cosa -, quelli, sì, ci sono, ne ho incontrati alcuni, ma non sono certo la maggioranza. Molti dicono che la situazione era gestibile quando c’erano soltanto «i kosovari», arrivati negli anni Novanta, alla fine della guerra dei Balcani – e così ancora oggi vengono chiamati, soprattutto dai vecchi, gli stranieri senza permesso di soggiorno -. Erano solo poche centinaia di persone, si poteva farsene una ragione. Ma ora che ci sono «i siberiani» è veramente troppo. Me li hanno nominati un paio di volte, «i siberiani»”

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Esplode la giungla di Calais

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Una città nella città. La giungla è una città nella città. Ci sono piccoli negozi e forni artigianali dove si fa il khubz marcook, il pane arabo. Nelle scorse settimane la polizia ha annunciato lo smantellamento di alcuni ristoranti, ma le ong che lavorano a Calais sono riuscite a scongiurarlo, ora però tutti i proprietari vivono nel costante timore che questo accada. Nel giro all’interno ci accompagna Ugo Alessandro Conti, un volontario italiano di 23 anni, che è venuto qui per dare una mano agli attivisti di Help refugees nella preparazione dei pasti. “All’inizio dovevo stare due settimane invece resterò tutto il mese, fino alla fine di settembre”. Ha la passione per la cucina, ha studiato a Parma per diventare cuoco e in Italia lavora in un ristorante. “Mi piace cucinare, e mi piace farlo per loro, che sono brave persone, non come le descrivono. Certo ci sono anche situazioni al limite, ma non si può dire che siano tutti criminali. Non è giusto”. Ugo lo conoscono tutti, e tutti lo fermano per fare due chiacchiere. Lui per prima cosa chiede se il cibo era buono e si scusa perché il riso del pranzo non era ben cotto. Ogni giorno la cucina di Help refugees e Auberge des migrants fa circa duemila pasti. Gli altri vengono distribuiti dalle cucine di Belgian kitchen e Ashram kitchen, anche queste gestite esclusivamente da attivisti volontari.Mentre camminiamo un gruppo di ragazzi del Sud Sudan ci costringe a fermarci per un the. Anche tra di loro c’è qualcuno che parla italiano: nella giungla è la terza lingua, perché molti sono passati per il nostro paese prima di arrivare nel nord della Francia. Bokut, che viene dal Darfur mi chiede di tradurgli dal francese all’inglese un certificato che gli hanno rilasciato all’ospedale di Calais. C’è scritto che ha ricevuto torture nel suo paese. Quando glielo dico è sollevato, pensa che almeno ora gli crederanno, permettendogli di chiedere asilo.

Continua a leggere Eleonora Camilli su Redattoresociale.it

Foto di Alberta Aureli