Monthly Archives: settembre 2016

Niente Olimpiadi per Roma nel 2024. Ascolta la puntata

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La decisione della sindaca Raggi pone fine alla battaglia tra sì e no che aveva dominato la campagna elettorale romana. Rimangono però alcune domande: che idea di città abbiamo? Quale visione di progettazione urbana si vuole coltivare? E quanta importanza ha l’utopia nell’immaginare il futuro delle nostre città?

Gli ospiti del 22 settembre 2016

Giandomenico Amendola, ordinario di Sociologia urbana nella Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Tra i suoi libri Il progettista riflessivo (Laterza,2009) e Tra Dedalo e Icaro (Laterza, 2010)
Massimo Majowiecki, ingegnere, ha progettato la copertura dello Stadio Olimpico di Roma per Italia ’90. Tra le ultime opere, ha lavorato allo Juventus Stadium di Torino, alla Nuvola di Fucsas, la nuova stazione Tiburtina e la nuova Fiera Roma.
Roberta De Monticelli, filosofa, insegna Filosofia della Persona all’Università Vita-Salute San Raffaele. Tra i suoi libri La questione morale (Cortina Raffaello, 2010) e La questione civile (Cortina Raffaello, 2011). Ultimo Al di qua del bene e del male (Einaudi, 2015)
Marta Proietti, giornalista del Giornale
Antonio Mussino, docente di Statistica sociale all’Università Sapienza

Ascolta la puntata

Dalle grandi opere alle opere per la città: l’opinione di Giandomenico Amendola

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“Creare un evento significa anche saperlo gestire e far sì che le opere eccezionali divengano opere per tutta la città. Occorre una distinzione tra progetto e progettualità: il progetto lo fanno gli ingegneri e gli architetti, ma la progettualità spetta alla città. Fare una grande opera significa anche ricavarne effetti positivi sulla vita quotidiana dei cittadini. Dobbiamo quindi chiederci se esiste una capacità di progettualità.”

Ascolta Giandomenico Amendola, sociologo urbano.

Le Vele di Calatrava a Roma

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Immaginate di mettere da parte un bel po’ di soldi. Una somma che vi permetta di costruirvi una bella casa. Talmente bella che chiamate un archistar per farvela disegnare. Decidete di fare le cose in grande e affidate la gestione del budget ad uno specialista e la costruzione alla società di un imprenditore che di fatto ha in mano il business giù in città. I lavori cominciano, la bella casa prende forma secondo il disegno dell’architetto. Poi, come ogni tanto succede, i lavori rallentano. La data di consegna si allontana e il costo aumenta, fino a raddoppiare, triplicare, debordare in maniera sempre più esagerata. Succede così che la bella casa resta a metà, la data di consegna non esiste più nel calendario e voi ci avete rimesso solo un sacco di soldi. E restate nella vostra vecchia casa.

Ora, immaginate che la casa sia in realtà una struttura sportiva grande, bella, avveniristica: una città dello sport da costruire a Roma, nella zona di Tor Vergata.Che l’archistar sia Santiago Calatrava e che il capitale venga gestito da Angelo Balducci, provveditore alle opere pubbliche che ha già seguito lavori importanti come quelli per il Giubileo del 2000. La società che dovrà fare i lavori appartiene alla galassia del gruppo Caltagirone. E i soldi sono sempre i vostri, i nostri, perché si tratta di un’opera pubblica. La cui costruzione viene decisa agli inizi del Duemila, quando viene scelto un terreno che appartiene all’Università di Tor Vergata. L’idea è buona, se non ottima: in un Paese dove le strutture sportive scarseggiano, dotare la capitale di una vera e propria città dello sport è cosa buona e giusta.

Alessandro Oliva su L’Inkiesta.it

Olimpiadi, il k.o. finale di Roma al tappeto

Le ragioni che sollecitano  un gruppo di intellettuali a invitare la sindaca Raggi a ritirare il SI alla decisione, promossa da un consistente gruppo d’interessi economici, di organizzare a Roma le Olimpiadi. Salvatore Settis e Tomaso Montanari, Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2016

È guardandosi intorno, percorrendo le strade della Capitale dal centro all’estrema periferia che si comprende come Roma non sia in grado di ospitare nessun grande evento, portando ancora le cicatrici delle precedenti manifestazioni e le ferite stratificate di decenni di inadeguata amministrazione ordinaria. Una città che non funziona per i suoi cittadini non funziona neanche per quelli che ci vengono per turismo, per lavoro, per studio, per investire. E neanche per gli atleti, per gli staff, per i giornalisti.

In una città economicamente fallita – con un debito storico che si aggira ora sui 14 miliardi, blindato nel 2008 e spalmato fino alle prossime generazioni – con una scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi – come la Metro C, che da Pantano doveva arrivare a Piazzale Clodio nel 2016 e che ancora non arriva alle mura del centro storico – è difficile avere fiducia nei cronoprogrammi e nei piani economici delle grandi opere. E soprattutto è difficile non vedere le migliaia di interventi che dovrebbero essere messi in agenda per restituire ai romani una qualità della vita degna delle altre capitali europee. Ai quali si aggiungono, dopo il tragico campanello d’allarme dei giorni scorsi, tutti gli interventi necessari per garantire la sicurezza in una città a rischio sismico.

Gli italiani tornano a praticare sport? I dati istat

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Dopo la flessione registrata fra il 2010 e il 2013, i livelli di partecipazione alla pratica sportiva hanno iniziato a risalire nel 2014 e nel 2015 del 2,7%. È la fotografia scattata dall’ISTAT (qui lo studio completo) e presentata stamane a Roma, presso l’Istituto Comprensivo ‘A. De Curtis’ dal Presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica, Giorgio Alleva e dal Presidente del CONI, Giovanni Malagò.

“Siamo al confine di Tor Vergata dove il sogno è di portare le Olimpiadi e il Villaggio Olimpico – sottolinea Malagò -. Ma pensate cosa possono essere questi numeri, non solo per questa città,  dal 13 settembre 2017, se le cose andassero bene, fino al 2024: ci sarebbe una grande ricaduta sul sistema non solo sportivo del nostro Paese”. Alla presentazione ‘I numeri dello sport e la pratica sportiva tra i giovani’ hanno preso parte il Dirigente Scolastico dell’Istituto, Serafina Di Salvatore, l’ad di CONI SERVIZI, Alberto Miglietta, il Presidente del CONI Lazio, Riccardo Viola, il presidente della Federbocce, Romolo Rizzoli e il Presidente del VI Municipio, Marco Scipioni. Ma a far visita agli studenti ci hanno pensato anche testimonial come Alessandra Sensini, Andrea Lucchetta, Carlo Molfetta, Rosalba Forciniti, Edwige Gwend, Giovanni di Cristo e Andrea Lemmi che con i ragazzi hanno svolto alcune attività ludiche in palestra.

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I NUMERI DELLA PRATICA SPORTIVA

Secondo Eurostat, in Italia la quota di lavoratori occupati nel campo dello sport (servizi sportivi, istruttori, tecnici, ecc.) è pari allo 0,54%, pari a oltre 120 mila persone. Una quota che risulta molto al di sotto della media europea, che pari allo 0,72%.

Complessivamente, l’Italia vede la presenza di circa 35mila imprese direttamente legate ad attività sportive, con una stima di oltre 100mila addetti che, tra il 2008 e il 2013, risultano aumentati nel settore dei servizi legati allo sport, ma diminuiti nella manifattura e nel commercio.

Il valore aggiunto di queste imprese è stimabile in 4,5 miliardi di euro, con un fatturato pari a 14 miliardi.

Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nel documento redatto dall’ISTAT: “La pratica sportiva in Italia – Le tendenze recenti”. Un’analisi che vuole essere un aggiornamento su quattro macro-temi fondamentali:

  1. I numeri della pratica sportiva in Italia (nel 2015 risultano 19 milioni e 600mila le persone di 3 anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport nel tempo libero (appena il 33,3%)
  2. La spesa delle famiglie per le attività sportiva, anche alla luce della crisi economica
  3. Il valore economico dello sport
  4. Salute, stili di vita e pratica sportiva

Interessante quanto si legge nel documento al punto 2: nel 2014, infatti, solo il 21,6% delle famiglie residenti in Italia (oltre 5 milioni 500mila) ha sostenuto spese per attività sportive. Il 4,3% (oltre 1 milione 100mila famiglie) ha acquistato articoli sportivi, mentre la spesa media mensile per praticare attività sportive è pari a 48 euro, l’1,4% della spesa media mensile.

Secondo quanto emerge da questi dati, lo sport in Italia risulta ancora quantomai lontano dall’avere un ruolo centrale, sia come corretto stile di vita sia da un punto di vista economico.

A cura della redazione di SportIndustry

Mondiali Italia ’90. Sprechi, opere incompiute, mutui accesi al 2014

Costo complessivo

7.230 miliardi di lire (più di 6.000 provenienti dalle casse statali), in euro 3,74 miliardi, che con la rivalutazione Istat del 2014 corrisponderebbero a quasi 7 miliardi e mezzo. Spesa superiore a quella sostenuta in Sudafrica per i mondiali del 2010 e prossima a quelle registrate in Germania e in Corea-Giappone. Costo nettamente superiore invece a quello dell’organizzazione statunitense, che disponeva di stadi e infrastrutture adeguate preesistenti. Lo Stato italiano spese invece per la realizzazione di nuovi stadi 1.248 miliardi di lire, molto di più di quanto preventivato: l’incremento dei costi rispetto al preventivo è stato calcolato nell‘84 per cento.

Opere incompiute e demolite

Quando l’Italia si aggiudicò la gara per ospitare i mondiali disponeva di stadi antiquati inadatti alle competizioni internazionali, se non fatiscenti. Per tanto si rese necessaria la ristrutturazione delle strutture e in alcuni casi la totale ricostruzione. Vennero così costruiti ex novo gli stadi San Nicola di Bari e il Delle Alpi di Torino. Le dodici città che ospitarono le gare furono oltre a Bari e Torino, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Udine e Roma.

La spesa necessaria per le infrastrutture sportive fu di 1 miliardo e 250 milioni di lire, anche se circolano stime anche molto più alte, smentite ma in alcuni casi difficilmente verificabili.

Venne speso l’85 % in più rispetto al budget preventivato, giustificato dagli organizzatori come conseguenza della ristrettezza dei tempi per completare i lavori entro le scadenze, condizione che avrebbe anche impedito di indire gare d’appalto per l’affidamento dei lavori. Così si verificarono sovrapprezzi conseguenti a fenomeni di speculazione edilizia.

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Sport e cultura, il binomio possibile di Hermann Bausinger

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Esiste una “Cultura dello Sport”? È l’interrogativo che si è posto alcuni anni fa l’eminente studioso tedesco Hermann Bausinger in uno dei suoi libri più importanti sulla tematica, proprio nel tentativo di analizzare il ruolo di grande importanza che la cultura sportiva svolge nella nostra vita quotidiana. Uscito nel 2006 con la casa editrice Attempto con il titolo Sportkultur è stato tradotto in italiano come La cultura dello sport (Armando editore, 2008). Hermann Bausinger è stato Professore di Folklore a Tubinga e direttore per l’Istituto per gli studi empirici e culturali fino al 1992. I suoi interessi di ricerca si sono concentrati sullo studio della cultura popolare e della storia culturale e sociale e, proprio per i suoi studi, è considerato una delle figure di spicco del dopoguerra nell’analisi del folklore tedesco.

Come già accennato, questo volume non riguarda tanto lo sport quanto, piuttosto, le culture sportive: “Lo sport è, insomma, una famiglia di attività, segni e pratiche che tessono le relazioni fra chi lo pratica e chi vi assiste. Parlare dello sport è quindi parlare di vita quotidiana e di cultura giornaliera”. Il libro di Bausinger si compone di diversi saggi suddivisi in tre parti, lungo studi condotti per oltre un ventennio. Nel primo segmento di scritti, lo sport è analizzato come uno degli elementi costitutivi della cultura attuale e come la stessa cultura attuale non possa non esser letta in termini sportivi in quanto “si tratta di vedere se non è forse vero che le strutture e le peculiarità proprie dello sport non stiano invece permeando una schiera sempre più vasta di ambienti e contesti culturali”. Sotto questa lente d’approfondimento, “è innegabile – sottolinea Bausinger – che lo sport di massa rappresenta un segmento dell’industria culturale, del consumo industriale e del grande sistema del divertimento”. Qui si entra appieno nel campo della modernità sportiva, specie nel momento in cui l’attività fisica si estende da ristrette cerchie d’elite a una dimensione di massa con tutte le conseguenze che derivarono da questo processo di allargamento del pubblico.

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Strutture per lo sport tra passato, presente e futuro

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Gli stadi e le costruzioni per lo sport in genere rappresentano una specialissima sintesi fra pensiero tecnico-scientifico e compositivo-architettonico: dalla necessità di avere grandi luci per le coperture, che richiede un corretto e fondamentale pensiero scientifico-strutturale oltre che costruttivo, alle esigenze distributive – ad esempio per l’ampio numero di spettatori – che necessitano di un corretto pensiero compositivo-sociale, fino alla fortissima dimensione simbolica che tali costruzioni vengono ad assumere, soprattutto quando associate a eventi di risonanza mondiale, come nel caso delle Olimpiadi.

Queste sfide ingegneristico-architettoniche hanno portato all’invenzione di vere e proprie “macchine strutturali”: sistemi ingegneristici in grado di piegare e controllare le forze della natura (gravità, vento, neve, eventi sismici) e sottometterle alle specifiche esigenze funzionali e simboliche del caso. È così che sono nate le coperture dell’Olimpico, del Delle Alpi, dello Juventus Stadium, dello Stadio di Braga e di molti altri. Nell’incontro odierno si ripercorre l’intimo funzionamento di alcune di queste strutture, in modo da svelarne i segreti e comprenderne le più nascoste valenze.

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