Monthly Archives: ottobre 2016

L’Italia boccia i ricercatori?

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Questa mattina un ricercatore ha telefonato a Prima Pagina per commentare e spiegare il contenuto di un’inchiesta della Stampa sulla ricerca italiana: è stato bocciato il 96% dei progetti che hanno partecipato al bando Prin, i progetti per la ricerca che il Miur finanzia per il triennio 2015-2018. Erano ricerche poco importanti o è il Ministero ad essere stato miope? Quale il futuro della ricerca (e dei ricercatori) italiani?

Gli ospiti del 12 ottobre 2016

Eugenio Gaudio, rettore Università Sapienza di Roma

Pietro Greco, conduttore di Radio3 Scienza, giornalista scientifico e scrittore

Clelia Peano, ricercatrice dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Milano

Edoardo Sernesi, docente ordinario Roma Tre

Francesco Sylos Labini, fisico del Cnr, fa parte della redazione di Roars. Ora si trova a Parigi

Giuseppe Montalbano, associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (ADI)

Nuccio Ordine,  docente ordinario di letteratura italiana presso l’Università della Calabria

 

Finanziamenti… a Guglielmo Marconi

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Quello degli scarsi finanziamenti alla ricerca è purtroppo nel nostro paese un problema di vecchia data; un esempio particolarmente eloquente è quello di Guglielmo Marconi, l’inventore della radio. Questo genio italiano, del quale l’Italia va giustamente tanto orgogliosa, all’Italia deve davvero poco: i suoi primi esperimenti li compì da autodidatta nella sua villa nei dintorni di Bologna  servendosi solo di una pila, un coesore e un campanello. Quando gli servirono dei capitali per proseguire negli esperimenti scrisse una lettera al ministro delle Poste e Telegrafi, l’onorevole Pietro Lacava, ma l’onorevole (che di onorevole, come spesso accade, aveva solo il titolo) non gli rispose nemmeno e liquidò la lettera con la scritta “alla Longara”, intendendo il manicomio di via della Lungara a Roma. Per fortuna, sua e del progresso dell’umanità, Marconi poteva contare su appoggi economici all’estero: sua madre, l’irlandese Anne Jameson, apparteneva alla famiglia Jameson, proprietaria di un’ importante industria di whisky; in effetti il genio italiano, poi magnificato dalla propaganda fascista, parlava meglio l’inglese dell’italiano. Potè così trasferirsi in Inghilterra, allora come oggi centro vitale della ricerca scientifica e tecnologica, dove, grazie al generoso sostegno economico prima dei parenti materni poi del lungimirante governo britannico potè continuare le sue ricerche e sviluppare una delle più grandi e influenti invenzioni della storia umana; una storia di ieri per parlare dell’oggi, purtroppo.

La redazione del testo è di Giovanni Morandini

Rapporto Anvur, ecco i dati su università e ricerca in Italia

I dati del secondo rapporto biennale Anvur: poche immatricolazioni, pochi laureati, pochi docenti. Ma la ricerca italiana resta di buon livello, almeno per ora

Un corpus di oltre mille pagine. Che racconta, con dovizia di particolari, numeri e grafici, lo stato di università e ricerca italiana. E traccia un quadro abbastanza impietoso, come era già successo due anni fa: è basso il numero di immatricolazioni all’università (come d’altronde emerso qualche settimana fa dai dati raccolti da AlmaLaurea), la percentuale dilaureati resta molto bassa rispetto alla media Ocse e cala il numero dei docenti. Il dato confortante è che, almeno per ora, la ricerca italiana continua a confermarsi di buon livello rispetto a quella delle altre nazioni. Sono questi i punti salienti che emergono dal secondo rapporto biennale sullo stato dell’Università e della ricerca, appena presentato dall’Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur). Ecco le conclusioni principali del rapporto.

Continua a leggere Sandro Iannaccone su Wired.it

Ricerca, l’Italia è ancora nella top 10. Ma perde talenti

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Nel 2013 l’Italia ha investito l’1,26% del Pil in Ricerca&Sviluppo, ben al di sotto della media Ue (2%) e degli obiettivi di spesa fissati dall’Europa per il 2020 (3%). Risultato? La ricerca italiana è settima al mondo per impatto su scala mondiale, sopra a Paesi che hanno investito in proporzione anche più del doppio come Danimarca (3,06%, 14esima) e Svezia (3,30%, 11esima).

Lo rivela il cosiddetto H Index, l’indicatore che misura la produttività della ricerca con fattori come numero di pubblicazioni e citazioni ricevute: secondo la classifica della portale di indicatori SCImago Journal & Country Rank, il nostro paese registra un valore di 713 che la conserva nella top 10 mondiale davanti a “concorrenti” come Australia (644) e le stesse Svezia e Danimarca (614 e 518). Insomma: pochi fondi e risultati brillanti? L’equazione non è così semplice. E presenta più rischi che buoni segnali.

Leggi l’articolo di Alberto Magnani pubblicato sul Sole24Ore qualche mese fa.

Respinto il 96% dei progetti nel bando Prin

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«Possiamo girare i numeri come vogliamo ma resta il fatto che il 96% dei progetti è stato silurato», spiega Giovanni Muttoni, docente associato all’Università di Milano. Ma anche uno degli autori del 96% dei progetti «silurati» nel bando Prin, i progetti per la ricerca che il Miur finanzierà per tre anni, dal 2015 al 2018. E i numeri in gioco sono molti. Ci sono 97 atenei in Italia (statali e non), 895 dipartimenti, 59.960 ricercatori, 1652.592 studenti iscritti.

Leggi la ricerca di Flavia Amabile su La Stampa

Roars: chi sono?

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Lo scorso 30 settembre 2011 alcuni di noi si sono ritrovati a Milano per discutere e ascoltare le relazioni di Alberto Baccini, Giuseppe De Nicolao e Francesco Sylos Labini sul tema della valutazione della ricerca.

L’incontro in realtà non è stato convocato solo per discutere di problemi contingenti: lo scopo di lungo termine della riunione era  avviare la costruzione di un network di soggetti che lavorano nell’università e nella ricerca. Eravamo fermamente convinti che fosse utile conoscersi e mescolare le esperienze di persone appartenenti alle più diverse aree e settori, superando gli steccati disciplinari che negli ultimi decenni hanno contribuito non poco a indebolire la voce di chi ha a cuore il sistema della ricerca nazionale.

Dall’incontro è emersa l’idea di  proseguire nella costruzione di questo network informale, con l’obiettivo di intervenire in modo credibile e competente in una discussione che abbia per interlocutori coloro che devono gestire il processo di trasformazione dell’università italiana e specialmente le forze politiche che si candidano a governare in futuro il Paese.

Approfondisci sul sito Roars.it