Monthly Archives: novembre 2016

50 anni fa, Firenze nell’acqua

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50 anni fa, Firenze nell’acqua.
Un anniversario drammatico e importante ci riporta a quegli anni ’60 che sembrano così lontani. I miracoli e i miraggi del boom e del progresso, la ricostruzione del dopoguerra e un senso nuovo di partecipazione, nel 1966 Firenze è la faccia di un paese fragile e vulnerabile che tutti vogliono salvare.
Difficile in questi giorni non sovrapporre il ricordo dell’alluvione e le ferite del terremoto, difficile non porsi alcune domande: come reagirebbero oggi le nostre città a un fatto del genere, quanto e come è cambiata la prevenzione contro i disastri e le catastrofi naturali che colpiscono il territorio, quali errori dobbiamo evitare?
Gli ospiti del 4 novembre 2016

Mario Pantano, bolognese, angelo del fango a Firenze nel 1966

Erasmo D’Angelis dirige l’unità di missione Italia Sicura, ha pubblicato quest’anno per Giunti il volume Angeli del fango. La ‘meglio gioventù’ nella Firenze dell’alluvione a cinquant’anni di distanza.

Giovanni Gozzini, storico fiorentino, già assessore alla cultura del Comune di Firenze

Luigi Alberotanza ex direttore dell’Istituto del CNR per lo studio delle maree, storico dell’alluvione di Venezia

AIRC Livio Trusolino, dell’Ircc -Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di Candiolo insegna Istologia a Torino

Non solo Firenze. Venezia sommersa dall’Aquagranda del ’66

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L’alluvione di Firenze oscurò mediaticamente, a livello nazionale, l’ondata di acqua alta eccezionale che sommerse Venezia, le isole lagunari e l’entroterra, con danni immensi alle persone, alle case e al patrimonio artistico. Luigi Alberotanza, veneziano, per una vita studioso di maree per il Cnr, ci racconta come andò. E cosa si è fatto per evitare che si ripeta. Ascoltalo qui

Per ricordare l’Aquagranda del ’66: in mostra i restauri alla Madonna dell’Orto

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Come l’alluvione fiorentina, l’Aquagranda del 4 novembre 1966 causò danni ingenti a un patrimonio artistico unico. E anche a Venezia, per il recupero e il restauro, si rivelò decisivo l’impegno e l’amore del mondo intero. Per i 50 anni dall’alluvione, una mostra fotografica illustra i restauri di una perla del ‘300 veneziano, la Chiesa della Madonna dell’Orto: il restauro del Giudizio Universale di Tintoretto e i lavoro per proteggere le pareti da umidità e salsedine, resi possibili dal Venice in Peril Fund, sono raccontati dall’edizione italiana (Marsilio) del libro “Restoring Venice. The Church of the Madonna dell’Orto (scopri di più qui) e dalle fotografie dell’epoca, esposte nel chiostro della Chiesa, nel Sestiere di Cannaregio. Occasioni non solo per ricordare ma per progettare il futuro di un patrimonio fragile e straordinario.

 

l’Italia dell’arte è ancora a rischio

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TRENTAMILA BENI CULTURALI A RISCHIO
La mappa qui sotto parla chiaro: sono migliaia i beni culturali a rischio alluvione a Roma, Napoli, Genova, Milano e altre città d’arte, con il picco significativo di Venezia. In tutto, sono 12mila i beni culturali in pericolo nello scenario più grave (con una probabilità di ritorno del fenomeno ogni 20-50 anni), che diventano quasi 30mila nello scenario di pericolosità media (tempo di ritorno ogni 100-200 anni), secondo ilRapporto Ispra 2015 sul dissesto idrogeologico in Italia.

Ma cosa succederebbe oggi nel caso di una piena dell’Arno simile a quella di mezzo secolo fa? «Nella zona ovest di Firenze negli ultimi 50 anni ha avuto luogo una urbanizzazione significativa. Sotto questo aspetto, il rischio rispetto ad allora è aumentato», spiega il geologo Alessandro Trigila, che fa parte del gruppo di ricercatori dell’Ispra che ha elaborato lo studio. «Nel frattempo, tuttavia, sono state realizzate alcune opere che hanno contribuito a mitigare il pericolo, tra cui la diga del Bilancino, ultimata nel 1995, utilizzata per regolare le piene», aggiunge. La diga e la prima cassa di espansione di Figline possono contenere in totale 19 milioni di metri cubi d’acqua, contro i 100 milioni fuoriusciti nel 1966.

Continua a leggere Emanuele Coen su L’Espresso

Il libro: Angeli del fango

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A cinquant’anni dalla terribile alba che nel novembre 1966 vide i fiorentini svegliarsi in una città invasa dall’acqua e dalla melma, il volume Angeli del fango di Erasmo De Angelis ricorda gli eroi senza medaglie di un esercito armato di secchi e badili che dai quattro angoli del mondo fece la sua comparsa a Firenze nei giorni che seguirono l’alluvione del 1966.

Spinti da una generosità sconsiderata e da un profondo amore per la bellezza, per la cultura e per l’arte, gli “angeli” lavorarono per settimane, in condizioni a volte durissime, nelle botteghe, nelle chiese, nei musei, nei sotterranei della Biblioteca Nazionale o dell’Archivio di Stato, contribuendo a mettere in salvo un patrimonio inestimabile e animando un’esperienza umanitaria mai dimenticata.

Angeli del fango. La ”meglio gioventù” nella Firenze dell’alluvione a 50 anni di distanza di Erasmo D’Angeli, Giunti

4 novembre 1966. L’alluvione negli scatti di Korab

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L’acqua arrivò a cinque metri di altezza in piazza Santa Croce quel venerdì 4 Novembre 1966, quando l’Arno esondò travolgendo Firenze. Immediatamente cominciò una corsa contro il tempo per mettere in salvo le opere d’arte della chiesa. Accorsero migliaia di giovani volontari da tutto il mondo, gli Angeli del fango, e fu grazie al loro intervento che il patrimonio storico artistico della città fu in gran parte salvato.
Una importante mostra di fotografie scattate in quei giorni dal maestro ungherese Balthazar Korab  (1926-2013) apre il 27 ottobre alla Tethys gallery (in via dei Vellutini, 17) a Firenze per ricordare quelle terribili giornate che videro tanti fiorentini sfollati e senza mezzi eppure disposti a impegnarsi con tutte le energie per salvare il patrimonio artistico della Basilica di Santa Croce, gli affreschi di Giotto e la Crocifissione di Cimabue, che ancora oggi purtroppo è per l’ottanta per cento perduta. Ma anche i capolavori conservati agli Uffizi, i reperti del Museo di Storia della Scienza i libri della Biblioteca Nazionale centrale.

Lo sguardo d Korab, fotografo noto per raffinati scatti in bianco e nero dedicati all’architettura, coglie con grande umanità la disperazione e il coraggio di quei momenti  sui volti di tanti cittadini e di volontari arrivati da ogni parte d’Italia. In un contesto di bellezze architettoniche rinascimentali che paiono naufragare e sparire nelle acque davanti ai nostri occhi.

Continua a leggere Simona Maggiorelli su Left

Il filo rosso che lega l’alluvione di Firenze ai terremoti di oggi

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La storia delle catastrofi italiane è così ripetitiva che proporre riferimenti e paragoni con il passato rischia di suonare vacuo o patetico. Ma c’è proprio in questi giorni una coincidenza temporale che qualche utilità o anche solo qualche suggestione significativa la può offrire. Mentre assistiamo attoniti e spaventati alle oscillazioni dello sciame sismico nell’Italia centrale ricorrono esattamente 50 anni dall’alluvione di Firenze, ossia dall’evento che ha fondato la moderna sensibilità per le catastrofi cosiddette naturali.

Per sintetizzare quello che accadde nel 1966 a chi non c’era o non ricorda, giorni e giorni di piogge smisurate culminarono fra il 3 e il 4 novembre nello straripamento dell’Arno, l’esondazione di fogne e cisterne, l’invasione delle acque nelle strade e nelle piazze di Firenze, le tonnellate di fango contro i ponti e i palazzi, il danneggiamento o la distruzione di capolavori dell’arte pittorica e libraria, qualche decina di morti (il calcolo è stato per un certo tempo incerto). Tutto accaduto decine di altre volte, almeno da quel 1333 (il 4 novembre, anche allora) raccontato nella Cronica di Giovanni Villani, ma invece assolutamente inedito per la percezione e le reazioni che scatenò.

Per molti aspetti la distanza dall’oggi può sembrare enorme. A cominciare da un dato essenziale: non c’erano notizie. Non c’era nulla che potesse animare un circo mediatico affollato e tempestivo come quello cui siamo abituati (da quando? Forse dall’epica catastrofe individuale che ebbe luogo a Vermicino nel 1981). Non c’erano reti: un solo canale televisivo molto “nazionale”, niente radio locali (se non quelle ammirevoli dei radioamatori), i giornali appesantiti dal piombo, le linee telefoniche fragili e sottoutilizzate.

Continua a leggere l’articolo di Marino Sinibaldi su Internazionale