Monthly Archives: novembre 2016

Trump: shock culturale?

trump

Proteste in 25 città, centinaia di arresti: negli Usa cresce la rabbia anti-Trump, il presidente che cambierà la politica economica, sanitaria e dell’emigrazione negli States. Continua la grande preoccupazione attorno a questo nome, tra gli studenti delle università c’è grande agitazione. Questo shock culturale in america è giustificato? Cos’è accaduto in queste elezioni che non abbiamo ancora capito? Come stanno reagendo gli USA?

Gli ospiti dell’11 novembre 2016

Fabio Filocamo, presidente dell’Harvard Club Italia

Luciano Fontana, direttore Corriere della Sera

Lucia Annunziata, conduce la domenica su Rai3 In mezz’ora, dirige l’Huffington Post Italia, autrice di La sinistra, l’America, la guerra (Mondadori, 2005)

Guido Caldirongiornalista, tra i suoi vari libri dedicati all’estrema destra ricordiamo l’ultimo Estrema destra. Chi sono oggi i nuovi fascisti? Un’inchiesta esclusiva e scioccante sulle organizzazioni nere in Italia e nel mondo (Sperling & Kupfer)

Aldo Schiavone,  insegna Diritto romano all’Istituto Italiano di Scienze umane di Firenze. Il suo editoriale su Corriere è: La crisi della sinistra mette a rischio la democrazia. È uscito qualche anno fa per Rizzoli il suo libro Non ti delego. Democrazia. Perché abbiamo smesso di credere nella loro politica

 

L’incubo americano si avvera

donald_trump_caricature_by_donkeyhotey

Donald Trump, comunque vadano le elezioni, resta un problema per gli Stati Uniti, perché xenofobia, ideologia della supremazia bianca e alcuni valori religiosi e conservatori sono sostenuti da destre molto agguerrite e da gruppi che riprendono gli slogan sanguinari del Ku Klux Klan. Lo sostiene il giornalista e scrittore Guido Caldiron nel suo nuovo libro Wasp (Fandango) una sigla indica i bianchi protestanti che non hanno fatto mai davvero i conti con il passato schiavista dell’America. E infatti oggi sembrerebbe rispuntare.
«L’eredità di quella storia non è mai stata elaborata negli Usa – dice il giornalista che scrive per il manifesto e Micromega -. Nonostante la grande maggioranza dei neri americani sia direttamente erede di coloro che furono catturati in Africa, portati da predoni arabi attraverso il deserto e poi oltreoceano dagli schiavisti europei. Un terzo degli odierni cittadini Usa nasce da questa violenza, dalla segregazione, dell’omicidio che avveniva se provavano ad alzare la testa, dagli stupri delle donne africane. Ciò che la maggioranza degli americani fa fatica a riconoscere è che tutto questo è alla base degli Usa. Ci sono voluti oltre due secoli perché, almeno sulla carta, agli afroamericani fossero riconosciuti almeno quei diritti che dopo la guerra di secessione, Lincoln gli aveva concesso. Ma ci sarebbero voluti ancora cento anni, dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, perché la fine della schiavitù venisse capita.

Ma la questione del razzismo non è stata affatto risolta?
Si è aperto un nuovo capitolo che ha visto le disuguaglianze che prima erano sancite attraverso lo schiavismo diventare segregazione razziale. In gran parte del Paese, specie nel Sud, nasce una nuova segregazione sociale, nascono i ghetti neri delle grandi città industriali, la marginalità urbana, il diffondersi della malavita, della droga. Nascono quegli stereotipi che vedono i neri ancora oggi considerati come soggetti pericolosi. Proprio quei pregiudizi sono alla base dello stillicidio di morti violente dei giovani neri per mano delle forze dell’ordine. È come se il nuovo contesto si fosse adeguato a quel dramma originario. Non è stato mai messo davvero in discussione. Rimane un grande buio collettivo nella vicenda pubblica Usa.

Leggi l’intera intervista di Simona Maggiorelli a Guido Caldiron su Left

La ruggine tossica dell’American Dream

7360_ruggineamericana_1283813221

Quando una gior­na­li­sta del Los Ange­les Times gli ha chie­sto iro­ni­ca­mente se il fatto di aver abban­do­nato la scuola a 16 anni lo avesse aiu­tato a diven­tare uno scrit­tore, Phi­lipp Meyer non ha avuto la minima esi­ta­zione a rispon­dere: «è stato il fat­tore deci­sivo, solo così ho potuto sod­di­sfare le mie curio­sità». Dopo un paio d’anni pas­sati a ripa­rare bici­clette e come volon­ta­rio al Pronto soc­corso trau­ma­to­lo­gico di Bal­ti­mora, la città del Mary­land, dove è nato nel 1974 — è cre­sciuto nella peri­fe­ria ope­raia di Hamp­den da una cop­pia che lui stesso ha defi­nito come «bohe­mien intel­let­tuali legati alle con­tro­cul­ture» -, Meyer è tor­nato agli studi prima di lavo­rare a Wall Street. Ha lavo­rato anche come mura­tore. Durante l’uragano Katrina a New Orleans, è invece tor­nato a lavo­rare in un cen­tro medico.

Nel frat­tempo, aveva comin­ciato a scri­vere, pub­bli­cando nel 2009, dopo una serie di rac­conti, il suo romanzo d’esordio, Rug­gine ame­ri­cana, salu­tato come un capo­la­voro dalla cri­tica sta­tu­ni­tense. Quat­tro anni dopo, gra­zie ad una borsa di stu­dio e ad una full-immersion nella realtà e nella sto­ria texana, è arri­vato Il figlio — appena pub­bli­cato, come il pre­ce­dente, da Einaudi (pp. 554, euro 20. Sul romanzo ha scritto Fabio Pedone su «Alias della dome­nica» il 16 marzo) che lo ha con­sa­crato defi­ni­ti­va­mente anche a livello inter­na­zio­nale. Il New Yor­ker ha inse­rito il suo nome nella clas­si­fica dei 20 migliori scrit­tori ame­ri­cani under 40.

Leggi l’articolo di Guido Caldiron su il manifesto di qualche anno fa

Trump non potrà mantenere tutte le sue peggiori promesse

donald-trump-675-1

A questo punto bisogna lasciare che le cose seguano il loro corso. L’elezione di Donald Trump ha creato una situazione del tutto nuova e potenzialmente pericolosa e instabile. Il nuovo presidente potrebbe togliere a decine di milioni di americani la copertura sanitaria che Barack Obama era riuscito a estendere; potrebbe far espellere centinaia di migliaia di clandestini i cui figli sono cittadini americani e la cui presenza è indispensabile per l’economia degli Stati Uniti, e si appresta a regalare (per molto tempo) il controllo della corte suprema all’America più conservatrice.

Sulla scena internazionale la situazione è ancora più preoccupante. Trump potrebbe infatti alimentare nuove tensioni in Medio Oriente spostando l’ambasciata americana in Israele da Tel-Aviv a Gerusalemme; potrebbe cercare un’intesa con Putin sulla pelle dei siriani e degli ucraini; potrebbe danneggiare l’Alleanza atlantica mettendo fine all’automaticità della solidarietà dei suoi componenti in caso di aggressione esterna; potrebbe rafforzare le ambizioni egemoniche della Cina in Asia scatenando una guerra commerciale con Pechino. E la lista potrebbe andare avanti.

Leggi Bernard Guetta su Internazionale.it

Notte di proteste anti Trump: “È una rivolta”

police

Non si ferma l’ondata di proteste anti Trump negli Stati Uniti. Manifestanti contro il presidente designato sono tornati nelle strade per il secondo giorno in tutto il Paese, esprimendo la preoccupazione che l’elezione del magnate newyorkese alla presidenza infliggerà un duro colpo ai diritti civili. Gli edifici di Trump a New York e Washington sono stati fra gli obiettivi principali delle proteste: la polizia ha innalzato barriere di sicurezza intorno all’hotel del presidente eletto nella capitale, non lontano dalla Casa Bianca, e ha anche schierato blocchi di cemento intorno alla Trump Tower nella Grande mela.

Approfondisci su La Stampa

La normalizzazione di Trump

«Su Trump sospendo il giudizio, vediamo di chi si circonderà. Intanto ha già abbasato i toni: sta già tornando nei gangli dell’istituzione americana, che macina e modera tutto». Nadia Urbinati, titolare della cattedra di Scienze politiche alla Columbia University di New York, crede che sia arrivato il momento non solo di capire le ragioni di una vittoria inaspettata da tutti gli studiosi e gli esperti di sondaggi. Ma anche di vedere nel merito come governerà. Perché se sono da condannare le sue uscite razziste e sessiste, è anche vero che nessuno sa cosa farà, perché in concreto non ha promesso nulla. Di certo c’è che il populismo di Trump ha radici molto diverse da quello europeo di Marine Le Pen o Viktor Orbán e l’Europa, piuttosto, dovrebbe approfittare dei nuovi rapporti che si possono aprire con la Russia di Putin.

Continua a leggere l’intervista di Fabrizio Patti a Nadia Urbinati su L’Inkiesta