Monthly Archives: novembre 2016

Le gang dei latinos a Milano. Ascolta la puntata

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La Città oggi è Milano, dove scoppia la polemica – e la preoccupazione – intorno alla questione sicurezza. Antonio Rafael Ramirez, domenicano, aveva 37 anni, è morto dopo essere stato accoltellato in Piazzale Loreto. Il sindaco Sala chiede rinforzi militari per combattere la criminalità che rende insicura la sua città e si torna quindi a parlare della violenza tra le gang di latinos, una faccia di alcune nostre città che forse in questi anni è stata meno osservata di altre

Gli ospiti del 15 novembre 2016

Fabio Armao, politologo, docente all’Università di Torino, curatore del progetto Gang City evento collaterale Biennale Architettura

Lucia Capuzzi,  giornalista di Avvenire, redazione esteri. Tra i suoi libri Coca rosso sangue. Sulle strade della droga da Tijuana (Edizioni San Paolo, 2013)

Agostino Petrillo, insegna Sociologia urbana al Politecnico di Milano, si occupa di immigrazione conflitti povertà, tra i suoi libri ricordiamo Peripherein: pensare diversamente la periferia (Franco Angeli, 2016) e La città perduta. L’eclissi della dimensione urbana nel mondo contemporaneo (Dedalo, 2002) e Città in rivolta. Los Angeles, Buenos Aires, Genova (Ombre Corte, 2004)

Fabrizio Pesoli, autore insieme a Donatella Ferrario di Milano multietnica (Meravigli edizioni, 2016)

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Iniziazioni dure, appartenenza fino alla morte: analogie tra le gang e i foreign fighters?

Si sottomettono a pestaggi durissimi come rito d’iniziazione, riempiono i loro corpi di tatuaggi (anche con la Vergine Maria) e i loro territori di graffiti. Nelle gan cercano un’appartenenza, un’identità che non hanno. Cosa c’è dietro l’affiliazione alla maras? Ci sono analogie con il reclutamento dei foreign fighters europei da parte del terrorismo islamico? Fabio Armao, politologo, è il curatore di Gang City alla Biennale Architettura di Venezia

“Un franchising di ragazzi lasciati soli”. Parla la giornalista che si è infiltrata nelle gang di latinos

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In Italia sono un migliaio i ragazzi salvadoregni o dominicani che hanno fatto il salto e sono entrati nelle pandillas. Sono figli di colf e badanti arrivate qui prima di loro. Non si sono integrati e con scuola e famiglia hanno molti problemi. I criminali delle maras “vere”, americane, sono i loro miti, che esaltano nei loro rap.

Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire, racconta qui la sua esperienza di infiltrata

 

Chi sono i ragazzini delle “pandillas”

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Pablo (il nome è di fantasia) è partito dall’Ecuador otto anni fa; ha raggiunto sua madre che in Italia era arrivata cinque anni prima e nel frattempo qui si era rifatta una vita con un altro uomo. Pablo in quel lustro era stato con i nonni. Aveva 9 anni quando sua madre era emigrata e l’ha raggiunta a 15: un’altra persona lui, un’altra lei, tra i due un’incomunicabilità quasi invalicabile. Lasciato bambino, Pablo era diventato un ragazzo e in quei paesi “ragazzo” fa rima con uomo.

Era nei programmi quello di raggiungere mamma, ma Pablo è stato strappato da un giorno all’altro dalla sua terra perchè era finito nel giro sbagliato. Per aver difeso una sorella si era visto sfiorare da una pallottola alla tempia e il reydella pandilla locale voleva la sua testa. Così è scappato di notte; uno zio l’ha fatto salire sul primo aereo e l’ha mandato dall’altra parte dell’Ecuador in attesa del visto per venire in Italia. E’ stato lontano da tutto e da tutti per quasi un mese, con la paura di essere braccato dalla gang, o che non arrivasse il passaporto per tempo. Poi, ferito nell’anima, tramortito e spaventato dagli eventi è volato in Italia, da una madre che non conosceva più.

Leggi Barbara Massaro su Panorama

Milano è la capitale europea delle gang salvadoregne

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Migliaia di milanesi hanno maledetto Zinedine Zidane.

Le immagini della testata del calciatore francese all’italiano Marco Materazzi durante la finale dei Mondiali di calcio del 2006 sono state trasmesse più volte sugli schermi installati in piazza del Duomo, scatenando la furia crescente degli spettatori. Una furia provata anche da un gruppo di mareros, affiliati delle gang salvadoregne Mara Salvatrucha e Barrio 18.

Zidane ha chiuso la sua carriera con un cartellino rosso maledetto e acclamato da un paese, l’Italia, che mezz’ora dopo ha esultato come solo un popolo profondamente calcistico sa fare quando diventa campione del mondo.

L’entusiasmo ha contagiato anche i salvadoregni, felici della possibilità di sentirsi parte delle gioie calcistiche altrui. Hanno vissuto la finale bevendo una birra dopo l’altra da una postazione privilegiata, ai piedi dello schermo più grande. Erano tutti mareros di lungo corso: Loco 13, Salado, Sleepy, Mecha.

Leggi il reportage di Roberto Valencia su Internazionale

«Io, infiltrata nelle bande dei latinos»

​Il “Matiné” s’intravede a malapena nella luce agonizzante delle 17. È la folla fuori a far capire è quello è “il luogo”: il ritrovo abituale dei latinos milanesi under 30, spesso under 18. Italiani di nascita, a volte, altre di adozione, figli di migranti la maggior parte, ansiosi di riappropriarsi dei ritmi dei loro Paesi d’origine. Musiche raggaeton, bachata, perreo soprattutto. Perché la tradizionale salsa «è da vecchi», dicono. Ma il “Matiné” è molto di più: è una zona franca dove dar libero sfogo alla propria “latinidad” senza  timore di essere diversi. Perché qui latino vuol dire alla moda, trendy. Scovarlo non è stato semplice. Inutile cercarlo su Google: ufficialmente il “Matiné” non esiste. Il locale, situato nella zona sud di Milano, ha un altro nome. Ai ragazzi, però, non importa: per loro è solo il “Matiné”, la discoteca in cui la domenica si balla dal pomeriggio fino alle 22-23. Perfetto per i più giovani che hanno la scuola l’indomani. Sono loro i primi ad arrivare: l’obiettivo è entrare prima delle 18, quando non si paga. In fila si susseguono adolescenti con cappellini, pantaloni larghi, rosari al collo come catenine. Li portano anche i molti non latinos presenti: italiani, maghrebini, perfino cinesi. Compagni di scuola, amici, fidanzati – soprattutto fidanzate – ammessi al rito collettivo. O meglio alla prima parte. Man mano che il tempo scorre, i più piccoli e gli “stranieri” vanno via. «E iniziano ad arrivare loro», spiega ad Avvenire Ismael Rafael, fonte preziosa in quest’inchiesta citato con un nome di fantasia. Non aggiunge altro. È implicito che si riferisca ai pandilleros, gli esponenti delle gang latine (pandillas) di cui si parla, in genere, in occasione di qualche episodio di cronaca nera o per una retata. Come i quattro che hanno colpito con un machete un ferroviere. Poi, cala il silenzio. Fino al fatto successivo. Resta, in sottofondo, un pregiudizio strisciante verso i giovani sudamericani, scambiati per pandilleros per un comune modo di vestire, a sua volta mutuato dagli Stati Uniti.

Leggi l’intero reportage di Lucia Capuzzi su Avvenire

Il fenomeno. Gang city, le forme della violenza

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Un fronte urbano conquistato manu militari da bande di giovani, governato con logiche tribali, frutto estremo di una globalizzazione che replica dinamiche identiche a San Salvador, Los Angeles, Madrid e Milano. È il panorama esplorato da Gang City, programma di ricerca «che intende documentare il fenomeno di cluster urbani sottratti a ogni forma di controllo della legalità» per arrivare ad «attivare processi di riappropriazione e di cura degli spazi abitativi». I risultati della ricerca sono raccontati nell’ambito della Biennale Architettura di Venezia attraverso una mostra fotografica con lavori di autori come Letizia Battaglia, Francesco Cito, Walter Leonardi, e una mostra di design sui simboli e il linguaggio delle gang, tra abbigliamento, tatuaggi e accessori. Oggi e domani, invece, un simposio chiama a raccolta esperti internazionali. «È il primo tentativo in Italia di riunire esperti di settori diversi – spiega Fabio Armao, docente di Politica e Processi della globalizzazione all’Università di Torino e coordinatore di Gang City – urbanisti, studiosi di criminologia, sociologi che affrontano la militarizzazione crescente dei ghetti urbani.

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