Monthly Archives: novembre 2016

La decontribuzione alle imprese del Sud funziona?

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Gli occhi puntati sul Lavoro, molte telefonate stamattina a Prima Pagina e molti spunti sul tavolo: la decontribuzione alle imprese funziona, specie al Sud? E sempre rispetto al sud, qualcuno torna a parlare di gabbie salariali: sono ancora una possibilità? E i sindacati non potrebbero puntare soprattutto sulla formazione dei lavoratori rimasti indietro anche rispetto alle innovazioni tecnologiche?

Gli ospiti del 17 novembre 2016

Massimo Mascini, direttore de Il Diario del Lavoro

Guglielmo Forges Davanzati, docente di economia politica all’università del Salento, si occupa da anni di economia del lavoro e di distribuzione del reddito, tra i suoi libri ricordiamo l’ultimo Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo (Carocci, 2011)

Pietro Ichino, senatore Pd, professore di Diritto del Lavoro alla Statale di Milano, promotore da anni di una riforma dello Statuto dei Lavoratori, scrive oggi sul Corriere della Sera

Claudio Treves, segretario generale di Nidil  –  Cgil

Decontribuzione per le assunzioni al sud nel 2017. Servirà?

 

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“Il Principe non crea lavoro“, certo, l’occupazione non aumenta per legge. Di fronte ai nuovi dati Inps sulle assunzioni in calo e i voucher in crescita sollevano dubbi decisivi: gli sgravi contributivi (annunciati dal governo per i giovani del sud) aiuta davvero a combattere la disoccupazione? Non sarebbe meglio usare quei soldi (730 mln di fondi europei) per interventi più “strutturali”? Qui il commento di Massimo Mascini, direttore del Diario del Lavoro

Nuovi strumenti per sostenere chi è più debole

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Caro direttore, gli ultimi articoli di Dario Di Vico dal fronte dei disoccupati e degli occupati male, sempre straordinariamente densi di stimoli preziosi e di informazioni su una realtà poco conosciuta, mi inducono a proporre una riflessione, fondata sulla mia esperienza del mondo del lavoro maturata nell’arco di ormai quasi mezzo secolo.

Quando, nel ’69, incominciai a occuparmi di lavoro in qualità di sindacalista della Fiom-Cgil, impegnato nella contrattazione aziendale alla periferia nord di Milano, la situazione era questa: fatta 100 la produttività standard di un operaio-tipo, quello che in concreto aveva una produttività inferiore si attestava intorno a quota 90, raramente si arrivava al limite minimo di 80, mentre quello più produttivo poteva arrivare a 130, 140, raramente a 150. In altre parole, il rapporto tra il più e il meno produttivo non arrivava neppure a 2. All’incirca la stessa cosa di poteva dire degli impiegati con funzioni esecutive, che si trattasse di dattilografia, mansioni inerenti alla contabilità aziendale, segreteria d’ufficio, reception o centralino. Quelli essendo i valori, era molto sensato che le assunzioni avvenissero «all’ingrosso», senza approfondite selezioni; e che un contratto collettivo nazionale fissasse la retribuzione-base in riferimento alla produttività standard, un contratto aziendale eventualmente prevedesse un premio per chi era più produttivo rispetto allo standard, e per il resto i più produttivi compensassero il deficit di produttività degli altri, anche in nome di quella che allora veniva chiamata solidarietà di classe.

Pietro Ichino sul Corriere della Sera

La bufala del «lavorare meno, lavorare tutti»

Probabilmente pochi elementi sono così indicativi della congiuntura economica, ma anche umana, che stiamo vivendo, del dibattito sulla possibilità di anticipare la pensione per un certo numero di lavoratori over 60, in deroga alla riforma Fornero.Basta che periodicamente vi sia un accenno sull’argomento da parte di un ministro che gli altri temi economici scompaiono. Lavorare meno nel Paese con il minore tasso d’occupazione d’Europa (dopo la Grecia) sembra essere una priorità.

Certo, se ne è già parlato estensivamente, l’argomento usato un po’ a sorpresa anche da parte del presidente dell’INPS Boeri, in passato su altre posizione, è che un’uscita anticipata dal lavoro di un certo numero di sessantenni favorirebbe l’ingresso dei giovani.

È già stato fatto notare come non vi sia alcuna reale correlazione tra i due fatti, come nei luoghi in cui l’occupazione over 55 è alta, in Germania, Scandinavia, Regno Unito, ecc, risulti elevata anche l’occupazione giovanile, e viceversa laddove gli anziani non lavorano, non lo fanno neanche i giovani, per esempio nel Sud Italia.

Gianni Balduzzi su Linkiesta.it

“Decontribuzione totale per chi assume al Sud”

«Gli incentivi del jobs act saranno confermati integralmente per il Sud Italia. Le aziende che assumono al Sud avranno la decontribuzione totale». Lo ha annunciato il Premier Matteo Renzi a Caltanissetta, durante un incontro con i sindaci del territorio. La decontribuzione costerà al governo 730 milioni di euro. «Tra poco Del Conte dell’Anpal firmerà un atto molto importante da 730milioni di euro, che sono quelli della decontribuzione per il 2017 – ha spiegato Renzi – È una importantissima scelta che abbiamo fatto per il 2017».

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Ma non avevano effetti sull’occupazione?

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Ci sono definizioni che acquisiscono una carica morale così netta, da anticipare l’inevitabile collasso di quello che hanno definito. Per capirci: “gabbie salariali”. Il termine indicava, con evidente imbarazzo e fastidio, la geografia sindacale dell’Italia degli anni ’50, in cui i salari variavano a seconda della localizzazione del luogo di lavoro. Alla fine, dopo vent’anni, le “gabbie” non hanno più resistito e sono state abolite, in nome del principio: stesso lavoro, stessa paga. Ma l’idea, con nomi diversi, è rimasta in piedi ed è sistematicamente riemersa nel dibattito economico. In fondo, si dice, il costo della vita è diverso a Melfi e a Torino. Un metalmeccanico può godere dello stesso tenore di vita, anche se la paga è diversa. E, se il costo è minore, le imprese investiranno più facilmente nelle aree a salari più bassi. Nell’infinito dibattito  sulla riforma della contrattazione, l’idea che disarticolare il contratto nazionale e stabilire livelli salariali diversi a seconda delle aziende, ma anche dei territori possa dare una spinta all’occupazione torna a fare capolino. Ma è vero?

È assai probabile, invece, che lo scardinamento del principio “stesso lavoro, stessa paga” in nome di una maggiore occupazione sia uno dei tanti miti che percorrono il mondo del lavoro, anche se uno dei più resistenti. O, più esattamente, che il mito abbia un valore reale di 45 chilometri. Al di là, le variazioni geografiche di salario hanno effetto zero sull’occupazione. Questa è la conclusione a cui giungono Guido De Blasio e Samuele Poy (rispettivamente Banca d’Italia e Università Cattolica di Milano), in un saggio che appare sulla rivista Journal of Regional Science, di cui danno conto sul sito lavoce.info. Nel saggio, i due economisti mettono a confronto sviluppo e occupazione in due province contigue, collocate in due diverse gabbie salariali. Ricostruire la realtà statistica dell’Italia degli anni ’50 è operazione tecnicamente complessa e anche sfuggente. La dinamica occupazionale è infatti pesantemente influenzata dalle grandi trasformazioni di quegli anni: è il decennio della migrazione dalle campagne alle città ed è anche il decennio degli imponenti programmi di infrastrutture della Cassa del Mezzogiorno.

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Gabbie salariali: il caso è chiuso

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Le moderne tecniche statistiche permettono di rispondere a quesiti a lungo dibattuti. Come le gabbie salariali, il sistema di differenziazione territoriale delle remunerazioni in vigore nel secondo dopoguerra. Uno studio suggerisce che l’effetto sull’occupazione di quegli anni sia stato modesto.

L’esperienza delle gabbie salariali – il sistema di differenziazione territoriale delle remunerazioni in vigore nel nostro paese nel secondo dopoguerra – viene chiamata in causa (ad esempio qui) ogni qual volta si discute dell’opportunità di assetti contrattuali che prevedano la possibilità di una diversificazione dei salari a livello locale. È un richiamo un po’ curioso, non solo perché le opzioni regolatorie in discussione oggi sono diverse da quelle adottate nel 1945, ma anche perché nulla si sa se quello schema salariale abbia contribuito o meno a sostenere l’occupazione di quegli anni.