Monthly Archives: dicembre 2016

Il nostro rapporto con la Costituzione. Ascolta la puntata

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– Il governo doveva dimettersi dopo la vittoria del No?
– C’è una maggioranza valida in Parlamento
– Mattarella doveva sciogliere le camere?
– C’è una legge elettorale utilizzabile in questo momento?
Mentre aspettiamo la nascita del nuovo governo Gentiloni, diverse telefonate stamattina sulla legittimità di un governo che nasce dal No, un risultato visto da molti come sfiducia al Parlamento.
Ma le posizioni sono ancora più frammentate, tra chi, pur stando nel No, non voleva le dimissioni di Renzi e chi, pur stando nel Si, ora vorrebbe votare.
Intanto, il nostro rapporto con la Costituzione forse è cambiato: è più consapevole, nel merito?

Gli ospiti del 12 dicembre 2016

Gaetano Azzariti, professore ordinario di “Diritto costituzionale” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Emilio Gentile, insegna Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma e autore di Né stato né nazione. Italiani senza meta (Laterza, 2010),  il suo ultimo libro è E fu subito regime. Il fascismo e la marcia su Roma (Laterza, 2012)

Marcello Flores, insegna Storia Comparata all’Università di Siena ed è direttore del Master in Diritti Umani e Azione Umanitaria, ancora presso l’Università di Siena

Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, tra i suoi libri ricordiamo C’era una volta un Vaticano. Perché la Chiesa sta perdendo peso in Occidente (Mondadori, 2010)

 

Ascolta la puntata

 

Il referendum e il futuro dei nostri nipoti

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Miei cari Alice, Federico, Francesca e Sofia,
quando arriverà il tempo, i vostri genitori vi racconteranno di questo nonno ben poco saggio, tossicodipendente da politica. Un vecchiaccio convinto che «l’economia dovrebbe essere materia per specialisti – come l’odontoiatria (sarebbe magnifico se gli economisti riuscissero a farsi percepire come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto)», mentre ognuno dovrebbe interessarsi di politica e parteciparvi attivamente. Se la precedente frase tra virgolette sulla questione economisti tirava in ballo un signore di cui questo vostro antenato è fan entusiasta – un gentleman inglese chiamato John Maynard Keynes, che studierete andando all’Università (ma non alla Bocconi o alla LUISS, per favore!) – sulla politica vi trascrivo l’opinione di un gentleman ateniese di 2.500 anni fa, Pericle: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile».

Tante parole per giungere a dire che il momento in cui sto scrivendo non è il tempo del politico e tantomeno del giurista, bensì dell’economista. Nella sua versione volgare di trombettiere degli interessi dei ricconi; a danno di quanti hanno meno in tasca e più speranze nella testa e nel cuore. Soprattutto i giovanissimi come voi. Che potranno realizzare i propri progetti di vita solo se la politica tornerà a essere il grande spazio pubblico in cui la libera discussione si appropria del futuro.

Leggi Pierfranco Pellizzetti su MicroMega

Il voto ha indicato una rotta, attrezziamoci a una lunga marcia

Abbiamo evitato il peggio. E ora? Nessuno si illuda, la strada è ancora in salita. Se non vogliamo cadere non possiamo star fermi, dobbiamo continuare ad arrampicarci. Soprattutto evitiamo d’inciampare. Non lasciamo che una nobile e non scontata vittoria della democrazia costituzionale, da noi così faticosamente costruita, sia ricondotta alle miserie della cronaca, per poi svanire nel nulla. Il rischio è di ritrovarci, tra qualche anno, ancora sotto assedio, di nuovo a difendere i principi costituzionali da un sistema politico che da tempo si mostra insofferente ai limiti che le leggi supreme pongono ai sovrani di turno.

I primi commenti, dopo il referendum, sono tutti orientati a valutare le ripercussioni politiche immediate; concentrati sulla crisi di governo, sui nuovi equilibri all’interno delle diverse forze politiche, sul futuro personale di Renzi. Molti partiti cercano di cavalcare la vittoria, per ottenere un successo fulmineo, andando alle elezioni. Persino il partito responsabile della débâcle referendaria tenta di risorgere dalle ceneri, mettendosi il più rapidamente possibile alle spalle la questione della costituzione e della sua riforma, per ripresentarsi agli elettori come se nulla fosse accaduto.

Gennaro Azzariti sul manifesto

Smuraglia: è un No per attuare la Costituzione

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“Al referendum non hanno vinto i partiti”, dice il presidente dell’Anpi. “Leggere la vittoria referendaria del 4 dicembre solo sul terreno del confronto politico è un modo per ridimensionare il risultato popolare”

Carlo Smuraglia, presidente dell’Associazione nazionale partigiani, si aspettava questo successo del No?
Onestamente no. Immaginavo il paese spaccato a metà e speravo in una vittoria con il minimo distacco. Avevo indicazioni molto positive dalle nostre manifestazioni, in particolare l’ultima a Roma al teatro Brancaccio. Ma l’esperienza mi insegna a non fidarmi di quello che si vede nelle piazze e nei teatri, perché è la gente silenziosa che decide il risultato. E c’era da temere la propaganda del governo, le promesse, le proposte e le minacce del presidente del Consiglio, la complicità della stampa con il Sì…
E invece.
Mi ha sorpreso felicemente la grande partecipazione. Avevamo captato questo desiderio di capire e di partecipare, ma forse l’abbiamo persino sottovalutato. Evidentemente i cittadini che si sono informati sulla riforma, l’hanno compresa bene e giudicata male, sono stati la maggioranza. Anche se questa parte ragionata del No, adesso, mi pare messa del tutto tra parentesi, rimossa.
Non le piace come viene raccontata la vittoria del No?
Mi sorprende che tra le tante ragioni della sconfitta del Sì, la più elementare – e cioè che la riforma è stata bocciata nel merito – sia finita nell’ombra. Tutte le analisi sono sul terreno politico, tornano a farsi sentire come vincitori partiti che in campagna elettorale avevamo visto poco. Io credo che leggere il 4 dicembre esclusivamente sul terreno del confronto tra partiti sia un modo per ridimensionare lo straordinario risultato popolare.

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I sogni non si devono avverare

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E così è tutto finalmente chiaro. I liberali hanno votato per i comunisti. I partigiani per i fascisti. I leghisti per i terroni. I giovani per i vecchi. I grillini per la casta. E viceversa. Le colpe dell’Italia non sono più da attribuire a improbabili poteri forti, oscure e lontane radici storiche, e meno che mai alle multinazionali e all’euroburocrazia. I responsabili ora hanno nomi, cognomi e pagine Facebook.

Alla semplice domanda «Volete proseguire il cambiamento?» – perché la domanda era questa, e gli italiani l’hanno capita perfettamente, molto meglio degli arzigogoli della riforma costituzionale – tre quinti del Paese hanno risposto: «No». E a votare «No» sono stati in gran parte quelli che ripetono sempre che l’Italia è un Paese di merda, che non cambierà mai, quelli che alla prima occasione volano a Londra e vorrebbero fare gli americani.

A votare «No» sono stati quelli con il cuore a sinistra, ansiosi di mandare a casa il leader che gli aveva regalato percentuali di voto in cui non avevano mai potuto sperare. I sogni non si devono avverare, se no smettono di essere sogni e si rischia di scoprire che se non sei nessuno non è colpa di nessuno, se non tua. L’Italia è un Paese che non vuole cambiare, ogni tanto l’Economist ci azzecca.

Leggi Anna Zafesova su IL del Sole24Ore