Monthly Archives: dicembre 2016

Esiste il sistema elettorale perfetto?

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Italicum. Mattarellum. Proporzionale. Maggioritario. Secco. Doppio Turno. Un confronto tra sistemi elettorali in Italia con guardando anche quello che succede negli Stati Uniti e in Germania. Esiste il sistema elettorale perfetto?

Gli ospiti del 19 dicembre 2016

Daniele Fiorentino, insegna Storia degli USA e di relazioni fra l’Europa e gli USA al dipartimento di Scienze Politiche all’Università Roma Tre

Massimo Teodori, storico saggista, tra i suoi libri ne ricordiamo uno di qualche anno fa, Raccontare l’America. Due secoli di orgogli e pregiudizi (Mondadori), l’ultimo invece è Complotto! Come i politici ci ingannano (con Massimo Bordin, Marsilio, 2014)

Giovanni Sabbatucci, docente di Storia contemporanea alla Sapienza

Roberto D’Alimonte, insegna Sistema Politico Italiano alla LUISS

Francesco Grillo docente di Politica Economica ad Oxford e editorialista del Corriere della Sera

Ascolta la puntata

Come funziona il sistema elettorale tedesco

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Il sistema elettorale tedesco è di tipo proporzionale con collegi uninominali, ma contiene alcuni elementi del cosiddetto first-past-the-post (FPTP) il che vuol dire che chi prende un voto più degli altri viene eletto.Gli elettori esprimono la propria preferenza tramite due voti: con il primo scelgono il politico che vogliono mandare in Parlamento come rappresentante della propria regione col sistema uninominale. Con il secondo invece scelgono il partito. Tra i due è il più importante perchè determina proporzionalmente le percentuali con cui i partiti saranno rappresentati nel prossimo parlamento, chi avrà la maggioranza e quindi la possibilità di eleggere il proprio candidato come Cancelliere Federale.

La soglia di sbarramento è del 5 per cento. I seggi del Parlamento tedesco sono 598, di questi 299 vengono assegnati ai candidati eletti direttamente con la maggioranza dei voti (il primo voto). L’altra metà viene assegnata tramite i listini bloccati, le cosiddette “Landeslisten”, o liste regionali. Queste liste sono redatte e definite a livello regionale dai singoli partiti prima delle elezioni. I posti in cima alla lista sono generalmente considerati sicuri, con elezione probabile. Una volta stabilita la ripartizione tra i partiti, i candidati vincitori nei collegi uninominali vengono eletti fino al raggiungimento dei seggi conquistati dal partito di appartenenza: se il partito ha eletto nei collegi un numero inferiore di candidati rispetto ai seggi vinti, gli altri vengono eletti dal listino bloccato. Per esempio, se ha diritto a 100 seggi e ha vinto 60 collegi uninominali, avrà diritto a altri 40 rappresentanti eletti nelle liste.

Approfondisci su L’Inkiesta.it

Mattarellum, la legge che riapre la partita

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Col suo intervento all’Assemblea nazionale del Pd, Matteo Renzi ha fatto capire, se mai ce ne fosse stato bisogno, di non essere per nulla disposto ad abbandonare, seppur momentaneamente, il centro della scena politica, come in molti gli avevano suggerito.

Al contrario, ha gettato sul tavolo una carta capace di sparigliare i giochi, al di là delle autocritiche e delle dispute retrospettive, e di mettere in difficoltà i suoi avversari interni ed esterni: la proposta di sciogliere il nodo della legge elettorale riesumando quella in vigore fra il 1993 e il 2005, che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Giovanni Sabbatucci su La Stampa

Clicca qui per riascoltare l’intervento del prof. Sabbatucci a Tutta la città ne parla

Trump ha preso meno voti. E vinto

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Il 28 novembre il Michigan ha assegnato la vittoria a Donald Trump, legittimando ancora di più la vittoria dell’imprenditore newyorkese alle ultime elezioni. Trecentosei grandi elettori per il magnate, 232 per Hillary Clinton. Erano ormai passati venti giorni dalle elezioni presidenziali americane: e in quei venti giorni a crescere non è stato solo il vantaggio di Trump tra i grandi elettori, ma anche — e in modo abissale — il suo svantaggio nel voto popolare. Ad oggi — e la conta non è ancora conclusa — Trump è sotto Clinton di 2,8 milioni di preferenze (62.958.481 voti, il 45,9% del totale, contro 65.818.412, ovvero il 48%). Mai nessuno nella storia degli Stati Uniti aveva perso raccogliendo così tanti voti in più del vincitore. Come ha potuto allora Donald Trump raggiungere la Casa Bianca? La spiegazione è nel collegio elettorale degli Stati Uniti, il meccanismo istituito dall’articolo 2 della costituzione americana che sancisce — di fatto — l’elezione indiretta del presidente.

Continua a leggere l’articolo di Andrea Marinelli sul Corriere della Sera

Riforme Istituzionali Le accuse al sistema elettorale americano Peccatucci e peccatoni

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Un articolo di qualche anno fa in cui si affrontano le questioni delle Presidenziali USA, il maggioritario e i valori del federalismo.

La prima accusa è che il sistema elettorale americano consente che il voto popolare (la somma dei voti individualmente espressi in tutto il territorio degli Stati Uniti) possa essere diverso dal voto elettorale dei 538 «grandi elettori» che davvero andranno a eleggere il 18 dicembre il presidente. Possibile? Sì, è possibile. Questa possibilità è posta dal principio maggioritario del «primo che prende tutto». Principio che a sua volta comporta che sia possibilissimo che chi prende più voti può perdere ottenendo meno seggi.
Mettiamo che il partito Rosso vinca cento seggi uninominali con un solo voto di maggioranza (in ciascun collegio). Mettiamo poi che il partito Giallo vinca novanta seggi uninominali ogni volta con 100 voti in eccesso. In tal caso il partito Rosso non avrà sprecato nemmeno un voto, mentre il partito Giallo ne avrà sprecati parecchi. Ergo, il partito Rosso vince le elezioni con meno voti popolari del partito Giallo. Succede di tanto in tanto in Inghilterra e nei vari Paesi che adottano il sistema maggioritario. E quindi può succedere anche negli Stati Uniti. Rientra nelle regole di quel gioco. E se le regole di quel gioco non ci piacciono, allora dobbiamo optare per un sistema proporzionale. Ma fa abbastanza ridere che siano proprio gli italiani a dichiarare antidemocratico il sistema americano. Non abbiamo di recente proposto, con ben due referendum, di introdurre in Italia, come diceva Pannella, il «voto all’americana»?

Clicca qui per leggere l’articolo completo di Giovanni Sartori