Monthly Archives: gennaio 2017

La post verità. Ascolta la puntata

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Secondo l’Oxford Dictionaries è la parola dell’anno 2016: la post verità. Ma di cosa parliamo esattamente? La verità, quella assoluta, è un argomento difficile da maneggiare. E mentre il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella parla delle bufale nel web e della necessità di una rete di organismi nazionali per identificare e rimuovere le notizie false, altri, come alcuni nostri ascoltatori, criticano il fatto che il vero e il falso vengano gestiti dalle istituzioni, perché si rischierebbe una sorta di “fascismo 2.0”.

Come arginare le bufale? Come appurare, ai tempi della rete e dei social network, la Verità?

Gli ospiti del 2 gennaio 2017

Giovanni Pitruzzella insegna Diritto Costituzionale all’Università di Palermo, è autore di diversi manuali di diritto, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antritrust)

Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York, editorialista di Repubblica, tra i suoi ultimi lavori ricordiamo il libro firmato quest’anno con David Ragazzoni per Raffaello Cortina, La vera seconda Repubblica. L’ideologia e la macchina

Massimo Mantellini blogger, esperto di nuove tecnologie, tra gli opinionisti italiani più seguiti su Twitter

Stefano Laffiricercatore sociale per l’agenzia “Codici”, autore, tra gli altri titoli, La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni (Feltrinelli 2014); e sempre per Feltrinelli Quello che dovete sapere di me. La parola ai ragazzi, una raccolta di un centinaio di lettere di adolescenti che parlano di sé

Dario Antiseri, già docente Metodologia delle Scienze Sociali alla LUISS, è il filosofo italiano più tradotto nel mondo

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“La verità è dispotica: promuoviamo l’anarchia dello spazio pubblico, il pluralismo estremo”. Parla Nadia Urbinati

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Non si stabilisce la verità per legge: qualunque autorità superiore che combatta le bufale sul web diventerà dispotica. Io sono per l’anarchia dello spazio pubblico: le opinioni si combattono con altre opinioni, questo è il pluralismo. E il giornalismo “tradizionale” si impegni semmai a svelare le bufale del web.

Ascolta qui la politologa Nadia Urbinati

“Il filtro antibufale non può funzionare. Più educazione digitale e usciamo dal monopolio FB”

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“Le fake news non ci sono mica solo sul web: che facciamo con i politici che dicono bufale, ad esempio, in tv?”.” Quanto al filtro antibufale “a posteriori” proposto da Pitruzzella, non capisco come potrà funzionare. Quello che conta davvero è l’educazione digitale dei cittadini, una priorità ignorata fino ad oggi. E cerchiamo di uscire dal monopolio di Facebook”.

Estratti dall’intervento a Tutta la città ne parla del blogger Massimo Mantellini

Pitruzzella (Antitrust): “ci vuole un’agenzia europea contro le fake news”

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Il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella propone (al Financial Times e a Tutta la città ne parla) di creare un organismo europeo che regoli le notizie che circolano sul web: nessuna censura di stato (ma c’è chi grida all’Inquisizione) ma uno strumento per difenderci dal dilagare delle bufale che sui social network spesso prevalgono sulla verità dei fatti. Qui sotto il suo intervento. Che ne pensate?

Censurare l’odio e le notizie false non salverà la democrazia

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Nessun difensore della democrazia penserebbe di salvarla proponendo una legge per vietare la pubblicazione di notizie false, sui giornali o in televisione. La censura, specie quando elevata a soluzione del problema delicatissimo di distinguere vero e falso, mal si accompagna al dibattere democratico. Quando c’è bad speech, insegnano piuttosto gli anglosassoni, si combatte con more speech. Manipolazione, propaganda, bugie, falsità costruite ad arte si contrastano con logica e spirito critico, argomenti e dati, o ancora – quando proprio si sia in presenza di una intera narrazione fasulla del mondo, come per i deliri fondamentalisti di ISIS o quelli neonazisti dell’Alt-Right – con strategie di contro-propaganda. A vietare il falso, a criminalizzarlo, sono i regimi autoritari: la democrazia invece l’accetta come parte del gioco, costruendo un delicato equilibrio di pesi, contrappesi e cultura per fare in modo non ne intacchi il tessuto, la costituzione. I reati restano reati, e si puniscono per legge; ma, in democrazia, le bugie non sono reati: sono, più semplicemente, bugie.

Fabio Chiusi su ValigiaBlu.it

La Verità è solo un desiderio. Con o senza “post”. Ma contro le bufale non servono le autorità

La post-verità che ruba il proscenio alla verità è la scemenza con cui si chiude degnamente il 2016 e si inaugura malauguratamente il 2017. Roba da far impallidire perfino gli inalatori di scie chimiche, gli scrutatori di complotti trilaterali e quelli de “l’allunaggio? Beato chi ci crede!!!”.

Eppure sono decine di migliaia di anni che miliardi di esistenze umane si sono date il cambio trasmettendosi interi sistemi di convinzioni che non si sono mai sognate di doversi verificare con il fact checking: Babbo Natale che porta i regali a chi è buono (e l’Uomo Nero che castiga chi fa il cattivo), il barbuto eterno che ci soppesa dall’alto dei cieli, il mondo “creato”, la materia palese e quella oscura, l’evidenza geocentrica e lo spiazzamento eliocentrico, con la definitiva affermazione, diremmo oggi, del post-centro. Per non dire del profitto che remunera la virtù di chi lo intasca e dei capelli di Gianni Morandi eternamente scuri. Insomma, siamo abbastanza persuasi, anche se non ci giureremmo, che la Verità sia tanto un irrinunciabile desiderio (perché in qualcosa bisogna generosamente credere per riuscire a egocentricamente credere in noi stessi) quanto un insuperabile prodotto della fantasia. E il completarla col suffisso post non cambia di una virgola la questione.

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Vero e falso in rete

L’università di Stanford ha avviato una ricerca intesa a capire quanto i nativi digitali, che pure in rete si trovano perfettamente a loro agio, siano effettivamente in grado di valutare correttamente l’informazione che trovano sui social media o attraverso Google.

I risultati mostrano (cito testualmente) “una sconcertante incapacità di ragionare sull’informazione veicolata in rete”, di distinguere la pubblicità dalle notizie, di identificare le fonti. La ricerca si è svolta tra il gennaio 2015 e il giugno 2016 e ha coinvolto in 56 diverse prove 7.804 studenti di dodici stati, appartenenti sia a scuole secondarie e università di modesta qualità, sia a scuole secondarie e università eccellenti, compresa la stessa Stanford (qui una sintesi e alcuni esempi).

Nella scuola secondaria sono state testate competenze di base, come la capacità di analizzare la home page di un sito (per esempio, Slate): gli studenti risultano incapaci di distinguere le notizie dai contenuti sponsorizzati, perfino se c’è la scritta “contenuto sponsorizzato”, e riescono a identificare la pubblicità solo se sono ben visibili il logo di un’azienda e un prezzo. Credono che il primo risultato che trovano con Google sia “il più autorevole e affidabile”. E ancora: si lasciano catturare dalle immagini. E dimenticano di controllare se la fonte è attendibile, o se tra didascalia della foto e contenuto c’è corrispondenza: ma la foto “scattata a Fukushima l’altro ieri”, è stata davvero scattata lì, e proprio l’altro ieri?

Annamaria Testa su Internazionale.it

Post Verità_ uomini e donne di superficie

Improvvisamente la politica si è accorta del potere dirompente delle bugie.
E questo – accidenti – è un buon punto di partenza. Ovviamente le bugie che la interessano sono in genere quelle degli altri e questo rende il dibattito in corso da qualche tempo piuttosto curioso.

Così quando leggerete “post-verità” – parola oggi di gran moda – qualcuno semplicemente vi sta dicendo che voi, infine, avete scelto di rinnegare le cose davvero importanti: avete smesso di occuparvi della verità.

Nella grande maggioranza dei casi i giudici delle vostre cattive abitudini saranno gli stessi proprietari delle verità che voi state rifiutando: gente che, in pratica, sta venendo a chiedervi il conto. Per questo la politica parla tanto volentieri di post-verità. Perché quello che le si materializza davanti agli occhi è prima di tutto il proprio fallimento nell’essere creduti.

La “post-verità” criminalizza tutti, suona l’allarme del crollo delle democrazie, stimola le nostre paure più sotterranee, ci suggerisce che forse non siamo abbastanza intelligenti per le cose davvero importanti. Per questo abbiamo votato per Donald Trump o per la Brexit, per questo i beceri populisti dominano la scena europea e gli illetterati spingono più in là l’idea di decenza nell’Italia a 5 Stelle.

Qui il blog di Mantellini

Per Oxford Dictionaries la parola dell’anno è Post-truth

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Siamo nell’era della post-verità:  a sgombrare il campo dai dubbi arriva la scelta dell’Oxford Dictionaries secondo cui post-truth è la parola dell’anno 2016, a livello internazionale.

Una scelta, annunciano da Oxford, arrivata dopo discussioni, dibattiti e ricerche: sebbene la parola non sia nuovissima (veniva usata per titolare libri già dodici anni fa), non si può negare che abbia raggiunto “un picco di frequenza” nell’anno in corso, a causa anche di eventi come il referendum sulla Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi.
Senza voler entrare in valutazioni politiche, Oxford ricorda che l’aggettivo definisce “circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nella formazione della pubblica opinione, del richiamo alle emozioni e alle convinzioni personali”. A sdoganarne l’uso, e a ribadirne la centralità, moltissime testate, che ormai utilizzano la parola post truth per far subito intendere al lettore cosa afferma un editoriale o di quale tendenza politica si parli.