Monthly Archives: febbraio 2017

Fine vita: la complessità del dolore. Ascolta la puntata

Zakat-i-odinokoe-derevo-10025

La parola che ricorre più spesso da ieri, dalla morte di Fabiano Antoniani, è “libertà”, ed è quella che riguarda la sfera pubblica e politica della questione. Ma c’è un’altra parola ogni giorno che riguarda invece la sfera privata dei malati, dei parenti e anche dei medici, ed è “dolore”. Paolo è tetraplegico ma è riuscito a entrare in una nuova vita, Teresa da vent’anni gira l’Europa per capire, tutti e due, tutte le telefonate, tutti i messaggi di stamattina ci dicono la stessa cosa: quanto è complesso il dolore, chi ha la responsabilità di affrontarlo.

Gli ospiti del 28 febbraio 2017

Marco Pollini, ascoltatore che ci ha scritto ieri un messaggio, ha 63 anni, da un anno sa di avere un tumore al pancreas
Giuseppe Cannella
, avvocato, si occupa di temi bioetici, collabora con diversi ospedali nelle commissioni che valutano caso per caso le situazioni terminali
Emanuele Di Basilio
, ha accompagnato sua madre che ha deciso di porre fine alla sua vita in Svizzera
Francesca Bartolozzi
, psicologa e psicoterapeuta di File – Fondazione Italiana Leniterapie, opera nell’hospice di Firenze Torregalli San Giovanni di Dio
Federica Verga Marfisi, antropologa, insegna lettere ha scritto Sospesi. Una lettura antropologica dell’eutanasia (Fondazione Fabbretti editore, 2011)
Francesco Campione
, tanatologo, laureato in Medicina e Chirurgia, specialista in Psicologia Medica, ha fondato l’Istituto di Tanatologia e Medicina psicologica I. A. T. S. di Bologna. Ha pubblicato: L’ etica del morire e l’attualità. Il caso Englaro, il caso Welby, il testamento biologico e l’eutanasia (CLUEB 2009) e La domanda che vola. Educare i bambini alla morte e al lutto (EDB, 2012). Lavora al progetto Rivivere che assiste i morenti e dà aiuto psicosociale gratuito alle famiglie in lutto

Ascolta la puntata

Riascolta la puntata di Uomini e profeti “Quale uomo vive senza vedere la morte?”

1454688348291IMG_0141

“Quale uomo vive senza vedere la morte?”. La domanda contenuta nel Salmo 89 non richiede, ovviamente, risposta: l’esperienza del morire è la più universale sulla faccia della terra. Eppure è anche la più inquietante, quella di fronte alla quale il pensiero di ciascuno si smarrisce, quella a cui le grandi religioni si sono affannate a dare risposte, mentre la scienza ha cercato di spostarne i confini sempre più avanti. Paradossalmente però il tratto di vita in cui ci si avvicina alla morte è tra i più trascurati nella vita sociale e anche nell’ambito della stessa medicina. Cosa è possibile fare per prepararsi alla morte? Come fare di quella fase della vita un momento di senso e non di disperazione? Quali pratiche anche spirituali è possibile attivare? Ne parliamo con Gian Domenico Borasio, tra i fondatori del Centro interdisciplinare di medicina palliativa di Monaco di Baviera.

Clicca qui per riascoltare la puntata di Uomini e Profeti con Gian Domenico Borasio

Il libro: Saper morire

saper-morire-coverMolte persone, anche colte e brillanti, dinanzi alla morte si comportano in maniera inspiegabilmente irrazionale, finendo per causare a sé e agli altri sofferenze inutili e ampiamente evitabili. Gian Domenico Borasio è uno dei maggiori esperti europei di cure palliative e ha un messaggio importante per tutti noi: sapendola gestire, nella grande maggioranza dei casi la morte non è dolorosa, e per i casi in cui lo sarebbe, ci sono risorse mediche adeguate che possono essere usate con successo. Borasio affronta il tema del fine vita sia dal punto di vista medico che da quello psicosociale e spirituale, perché i tre sono inscindibili, e perché «i malati che abbiamo modo di assistere nel loro spegnersi ci insegnano che prepararsi alla morte è il modo migliore per prepararsi alla vita»

Saper morire. Come possiamo fare, come possiamo prepararci, Gian Domenico Borasio Bollati Boringhieri

CHE DIFFERENZE CI SONO TRA EUTANASIA, SUICIDIO ASSISTITO E TESTAMENTO BIOLOGICO

eutaniasia2

Il 27 febbraio 2017 Dj Fabo è morto in una clinica svizzera, ricorrendo al suicidio assistito. Fabiano Antonioni era un ragazzo di 39 anni che nel 2014 rimase vittima di un grave incidente stradale.

Da allora Fabiano ha vissuto in un situazione psicofisica che lo ha costretto a letto e perennemente assistito dai familiari. Era cieco e tetraplegico e nonostante svariati tentativi di cure e terapie la sua situazione non è migliorata. Questo lo ha spinto a recarsi in Svizzera e a ricorrere al suicidio assistito. Oggi c’è ancora molta confusione in merito alla differenza tra eutanasia, eutanasia passiva, suicidio assistito e testamento biologico. Ecco quali sono:

Che cos’è l’eutanasia

L’eutanasia attiva consiste nel porre fine alla vita di un paziente, consenziente, che ne ha fatto richiesta, per il quale non si attestano possibilità di guarigione o di condurre una vita in modo dignitoso, secondo il loro personale intendimento. Consiste in una somministrazione letale.

L’eutanasia passiva prevede la sospensione di un trattamento necessario per mantenere in vita un paziente.

Che cos’è il suicidio assistito

Il suicidio assistito è l’atto vero e proprio che pone fine alla vita. È il paziente a compierlo con l’aiuto e il supporto di altre persone. È compiuto interamente dal soggetto stesso e non da soggetti terzi, che si occupano di assistere la persona per gli altri aspetti: ricovero, preparazione delle sostanze e gestione tecnica e legale post mortem.

La differenza con l’eutanasia consiste in particolar modo nelle implicazioni etiche, e nella responsabilità personale. In Italia il suicidio assistito, così come l’eutanasia, è punibile dagli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale.

Che cos’è il testamento biologico 

Si tratta della dichiarazione anticipata di volontà sui trattamenti sanitari ed è un documento in cui indicare a quali terapie ricorrere e soprattutto quali trattamenti rifiutare, in caso di grave incidente o malattia terminale, quando si è incapaci di comunicare espressamente il proprio volere. In Italia si discute della necessità di avere una legge sul testamento biologico almeno dal 2008, ma ancora non esiste niente di simile.

Continua a leggere Il quadro normativo in Europa e nel mondo su TPI.it

Malato di Sla muore dopo la sedazione profonda: è il primo caso in Italia

1487072733579

Un sonno senza risveglio che fa sollevare ancora una volta il dibattito sulla “morte dolce”. Un malato di Sla di Montebelluna, in provincia di Treviso, ha scelto la sedazione profonda (detta anche palliativa o terminale) per non soffrire durante gli ultimi giorni di vita, facendosi – di fatto – addormentare fino alla morte. Si tratta del primo caso in Italia: con pochi giorni di vita, il 70enne, malato da 5 anni, ha scelto di rifiutare qualsiasi trattamento, compresa la nutrizione artificiale.

“Voglio dormire fino all’arrivo della morte, senza più soffrire”, le parole di Dino Bettamin riportate dalla stampa locale. La richiesta ai sanitari è arrivata dopo l’ultima crisi respiratoria. Ma come si svolge la sedazione profonda e perché è diversa dall’eutanasia, ovvero la morte indotta, non permessa in Italia? Innanzitutto la condizione per il mantenimento della sedazione profonda è la presenza di un sintomo refrattario, che non può essere trattato altrimenti: nel caso del 70enne era la sua “angoscia incoercibile anche con farmaci e trattamenti psicologici”, che riteneva non più gestibile. “Mio marito era lucido – racconta la moglie di Dino Bettamin – e ha fatto la sua scelta. Così dopo l’ultima grave crisi respiratoria è iniziato il suo cammino”.  E così nel caso dell’uomo di Montebelluna, di mestiere macellaio, prima è stato aumentato il dosaggio del sedativo che già il paziente prendeva e poi sono stati somministrati gli altri farmaci del protocollo. Il 70enne non ha tuttavia mai chiesto di spegnere il respiratore, anche se sarebbe consentito per legge. “Lo terrorizzava l’ipotesi di morire soffocato – ha spiegato l’infermiera – Ha optato per una scelta in linea con la legge, la bioetica e la sua grande fede”. Ieri, dopo nove giorni sotto sedazione, l’uomo è morto.

Continua a leggere su Il Tempo

Il libro: Sospesi. Una lettura antropologica dell’eutanasia

Eutanasia_front-510x765L’antropologia, a cui l’autrice fa ricorso per condurre la sua indagine, non offre soluzioni immediatamente pratiche, né fornisce definizioni e strumenti per tagliare nodi e imporre scelte. L’antropologia di Federica Verga Marfisi è un sapere che richiama un po’ l’arte dello scalco di cui parlava Platone nel Fedro, un’arte che segue le articolazioni, che cerca di intravedere le implicazioni  e i legami, che non recide inopinatamente pur di dare risposte. È un’antropologia che non s’impegna direttamente in una definizione di persona, ma fa intravedere lo spazio che una società costruisce per il suo emergere e la sua definizione. L’indagine fa della sospensione il criterio del suo stesso procedere, registrando non certezze e soluzioni definitorie, ma cogliendo nel dibattito dubbi, riflessioni,persino silenzi. Non per niente, essa si conclude evocando ciò che maggiormente conferisce carattere umano alle culture, ovvero la loro incompletezza. Una cultura del “buon morire” non può che essere una cultura consapevolmente incompleta, aperta ai dubbi, al dialogo, alle scelte e perfino alle soluzioni provvisorie. Al contrario, la rivendicazione della completezza non può che trasformarsi in una negazione, spesso violenta, della “buona” morte e con essa della persona e, in definitiva, del senso ultimo dell’umanità.

Sospesi. Una lettura antropologica dell’eutanasia di Federica Verga Marfisi

Una Fondazione che da 15 anni studia la morte

Nata nel 1999, la Fondazione Fabretti di Torino è una istituzione unica nel suo genere perché si è posta come obiettivo quello di creare uno spazio di riflessione sulla morte e sul morire. A crearla dal nulla è stato l’allora presidente della Società per la Cremazione di Torino, Luciano Scagliarini, che è riuscito a sensibilizzare gli enti locali e le università piemontesi fino a coinvolgerli come soci fondatori.

Il lavoro della Fondazione per prima cosa si è indirizzato sulla storia della cremazione in Italia e nel mondo, creando un archivio storico che rimane tuttora unico nel suo genere e che è consultabile attraverso il sistema bibliotecario nazionale.

Subito dopo, la Fondazione ha allargato i suoi orizzonti aprendosi al mondo della tanatologia sotto profili diversi, da quello storico a quello antropologico, da quello sociologico e filosofico fino a quella psicologico. Insomma, la morte vista attraverso tutti le prospettive possibili, all’interno di una riflessione sulla contemporaneità e sul suo problematico rapporto col concetto di morte.

Approfondisci su Vitespeciali.it

1 2 3 24