Monthly Archives: febbraio 2017

Pd o non Pd? Ascolta la puntata

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Primarie, congresso, elezioni, su questi punti sembra giocarsi la spaccatura nel Pd, ma dietro ci sono ragioni più profonde, culturali, e prospettive politiche che si delineano. Sarà dunque scissione, come sembra inevitabile, o la sinistra che ciclicamente si dilania sugli stessi nodi troverà una sintesi culturale, prima ancora che politica?

Gli ospiti del 20 febbraio 2017:

Piero Ignazi, insegna Politica comparata a Bologna
Massimo Cacciari, filosofo
Tania Scacchetti, segretaria nazionale della Cgil con Delega al mercato del Lavoro
Carlo dell’Aringa, economista, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto il Ministro Enrico Giovannini, governo Letta
Paolo Mieli, scrive oggi sul Corriere della Sera l’editoriale “Gli addii difficili e le lezioni della storia”
Achille Occhetto, è stato l’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e il primo del Partito Democratico di Sinistra. Ieri ha presentato a Roma all’istituto Treccani, con Salvatore Veca, il suo libro appena uscito per Sellerio, Pensieri di un ottuagenario. Alla ricerca della libertà nell’uomo

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Assemblea Pd, il giorno dopo. Tra strategie, ipotesi e certezze

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Non è un fase facile per il Pd e non è nemmeno troppo chiara, a ben vedere. Ne siamo stati testimoni in questi giorni in cui sono rimbalzate notizie, poi smentite e poi riproposte sui giornali. Ciò che sappiamo di certo è che ieri c’è stata l’Assemblea nazionale del Pd, che una scissione non c’è stata (ancora?) e che martedì sarà convocata la Direzione per partire con la fase congressuale.

Oggi i giornali sono pieni di date, retroscena e virgolettati. Secondo la Repubblica e la Stampa ci sarebbe già una data per le primarie: il 7 maggio. E alcuni giornali si spingono oltre, ipotizzando anche una data per le elezioni, prontamente smentita da fonti del Pd che ritengono la notizia completamente infondata.

Secondo i quotidiani, Renzi non sarebbe preoccupato da una possibile scissione, semplicemente perché non la ritiene un’ipotesi realmente fattibile: “Resteranno, vedrà. Stavolta non serviva fare niente, è bastato stare fermi e vedere il bluff”, tanto più che “sul territorio non li seguirebbe nessuno”, “e comunque possono candidarsi tutti, faremo un bellissimo congresso”.

Continua a leggere l’articolo di Agnese Rapicetta su L’Unità

Gli addii difficili e le lezioni della storia

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Quello che si è prodotto ieri nel Partito democratico è qualcosa che assomiglia più alla fuoruscita di un gruppo di pur rilevanti personalità che ad una scissione vera e propria. Nel senso che alcuni rappresentanti di quell’area di opposizione a Matteo Renzi che lo hanno contrastato fin dai primi giorni della sua segreteria, preferiscono adesso restare nel partito e valutare l’ipotesi di proporre la propria candidatura a congresso e primarie. Pensando, più che ad una improbabile vittoria, a ritagliare per sé quello spazio che ebbe Renzi quando il 2 dicembre del 2012 perse la prima partita contro Bersani. O, meglio, ritenendo conveniente arroccarsi nel Pd per continuare a dare filo da torcere al segretario, aspettare tempi migliori (quelli in cui usciranno allo scoperto i nuovi nemici dell’ex presidente del Consiglio, i quali negli ultimi giorni si sono limitati a vestire i panni dei pacieri) e nel frattempo andare ad occupare i posti che in ogni caso spetteranno alle minoranze.

Leggi l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera

Breve storia delle scissioni: quali ricordate?

La storia della sinistra italiana è segnata da una striscia senza fine di strappi, spesso dolorosissimi, ma caratterizzati da una differenza essenziale: alcune scissioni hanno interpretato una necessità “storica”, lasciando un segno indelebile nelle vicende politiche e sociali; altre, fatte sulla spinta di una necessità della “cronaca” o per effetto di divisioni personalistiche, hanno finito per avere un respiro corto e alla lunga si sono trasformate in un flop, un danno per lo schieramento che si immaginava di rafforzare. Se è presto per capire come si concluderà la diatriba in atto all’interno del Pd, ancora più prematuro è prevedere se l’eventuale scissione apparterrà agli eventi storici o ai flop: ma i precedenti possono aiutare a capirlo.

La prima grande separazione nella storia della sinistra italiana è quella che nel 1921 porta la frazione comunista a lasciare il Partito socialista nel congresso di Livorno, che infatti da allora viene proverbialmente associato al termine scissione. Il nucleo raccolto attorno ad Amedeo Bordiga e ai più giovani Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti si separa dal ceppo socialista in nome del mito della “rivoluzione d’ottobre”, della violenza rivoluzionaria, dell’Internazionale comunista.

Continua a leggere l’articolo di Fabio Martini su La Stampa

Pd, tutti colpevoli in una scissione senza valori

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La responsabilità primaria è dell’ex segretario. Ma c’è anche quella di chi ha taciuto nel giorno dell’Armageddon democratico. E che ora dovrà riempire la propria decisione di contenuti politici, svuotandola dagli incomprensibili cavilli burocratici.

Gianni Cuperlo ha evocato un’immagine: la corsa suicida di “Gioventù bruciata”, dove il leggendario James Dean e il suo rivale Buzz si lanciano la “sfida senza pareggio”. Due macchine a tutta velocità verso il burrone: vince chi si butta dalla macchina per ultimo. Citazione drammatica, ma perfetta. Renzi e i suoi avversari non hanno fermato la corsa, né si sono buttati dalle rispettive macchine, che ora viaggiano serenamente verso il baratro.

La responsabilità primaria pesa tutta sull’ex segretario. Toccava a lui, non da oggi, farsi carico di tenere unita quella “comunità di senso e di destino” che dovrebbe ma non è mai riuscito ad essere il Pd. Toccava a lui, anche solo per un giorno, mettere da parte le ragioni e i torti dei due schieramenti, e indicare una via d’uscita condivisa. E invece, ancora una volta, Renzi non è riuscito ad andare oltre se stesso. Non ha saputo o non ha voluto aprire spiragli, rimettendo in discussione la sua road map “da combattimento” e i suoi tre anni di governo. Ha riproposto il solito linguaggio conflittuale (dalla “sfida” ai “ricatti”) e il solito schema concorrenziale (“Se siete capaci, sconfiggetemi al congresso”). Soprattutto, non ha fugato l’atroce sospetto rivelato dal “fuorionda” di Delrio: “I renziani pensano che la scissione convenga, perché così diminuiscono le poltrone da distribuire…”. La vera posta in gioco può essere il potere, e non l’identità?

Massimo Giannini su Repubblica

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