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Ginecologi non obiettori: polemiche sul San Camillo. Ascolta la puntata

aborto

Diritto della donna, diritto alla salute e diritto all’obiezione. Si discute intorno all’aborto e alla decisione del San Camillo di Roma e della Regione Lazio di assumere 2 medici non obiettori per garantire l’interruzione di gravidanza, tutelata dalla legge 194 ma che non sempre viene applicata. Un tema importante, ancora, che appartiene in maniera profonda alla nostra storia.

Gli ospiti del 23 febbraio 2017:

Fabrizio D’Alba,direttore generale San Camillo – Forlanini di Roma
Elisabetta Canitano, ginecologa, presidente dell’associazione Vita di donna
Giuseppe Noia, presidente  AIGOC: Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici.
Michele Mariano, è l’unico ginecologo non obiettore che opera in Molise, dove dirige il centro di procreazione responsabile
Chiara Saraceno, sociologa, ha insegnato sociologia della famiglia all’università di Torino e a Berlino, ora è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino. Il suo ultimo libro è Mamme e papà.Gli esami non finiscono mai (Il Mulino, 2016). Oggi il suo editoriale in prima pagina su Repubblica, “Il diritto della donna e un obbligo di legge”.

Ascolta la puntata

 

 

Pasolini, corsaro contro l’aborto

Pier-Paolo-Pasolini

“Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto ad una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gl’uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gl’abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo referendum molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla “maggioranza” – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere, ha creato una altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente “diversi” sono finiti là dentro). E’ vero; a parole, il nuovo potere estende la sua tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludersi che, prima o poi, se ne parli pubblicamente. Del resto le élites sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto inquesti anni, antropologicamente, un enorme fenomeno di abjura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioé, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno caratterizzato l’ntera sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. E’ questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata. Ora tutti, dai radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abjura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioé il coito. Omissione estremamente significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di una condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli) senza vedere gli stessi segni anche nel loro immediato precedente, anzi, nella sua “causa”, nel coito. Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito un obbligo sociale) mentre il contesto politico di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio era scandalo). Ecco dunque un primo errore di Realpolitik, di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buona fede, su questo sarebbe folle discutere). Il secondo errore, più grave, è il seguente. I radicali e gli altri progressisti che si battono in prima fila per la legalizzazione dell’aborto – dopo averlo isolato dal coito – lo immettono in una problematica strettamente contingente (nella fattispecie, italiana), e, addirittura, interlocutoria. Lo riducono a un caso di pura praticità, da affrontare appunto con spirito pratico. Ma ciò (come essi sanno bene) è sempre colpevole. Il contesto in cui bisogna inserire il problema dell’aborto è ben più ampio e va ben oltre l’ideologia dei partiti (che distruggerebbero se stessi se l’accettassero: cfr. Breviario di ecologia di Alfredo Todisco). Il contesto in cui va inserito l’aborto è quello appunto ecologico: è la tragedia demografica, che, in un orizzonte ecologico, si presenta come la più grave minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. In tale contesto la figura – etica e legale – dell’aborto cambia forma e natura: e, in un certo senso, può anche esserne gratificata una forma di legalizzazione. Se i legislatori non arrivassero sempre in ritardo, e non fossero cupamente sordi all’immaginazione per restare fedeli al loro buon senso e alla propria astrazione pragmatica, potrebbero risolvere tutto rubricando il reato dell’aborto in quello più vasto dell’eutanasia, privilegiandolo di una particolare serie di “attenuanti” di carattere appunto ecologico. Non per questo cesserebbe di essere formalmente un reato e di apparire tale alla coscienza. Ed è questo il principio che i miei amici radicali dovrebbero difendere, anzicché buttarsi (con onestà donchisciottesca) in un pasticcio, estremamente sensato ma alquanto pietistico, di ragazze madri o di femministe angosciate in realtà da “altro” (e di più grave e serio). Qual’è il quadro, in realtà, in cui la nuova figura del reato di eutanasia, dovrebbe iscriversi? Eccolo: un tempo la coppia era benedetta, oggi è maledetta. La convenzione e i giornalisti imbecilli continuano a intenerirsi sulla “coppietta” (in tal modo, abominevolmente, la chiamano), non accorgendosi che si tratta di un piccolo patto criminale. E così i matrimoni: un tempo essi erano feste, e la stessa loro istituzionalità – così stupida e sinistra – era meno forte del fatto che lì istituiva, un fatto, appunto, felice, festoso. Ora invece i matrimoni sembrano tutti dei grigi e affettati riti funebri. La ragione di queste cose terribili che dico è chiara: un tempo la “specie” doveva lottare per sopravvivere, quindi le nascite “dovevano” superare le morti. Quindi ogni figlio che un tempo nasceva, essendo garanzia di vita, era benedetto: ogni figlio che invece nasce oggi, è un contributo all’autodistruzione dell’umanità, e quindi è maledetto. Siamo così giunti al paradosso che ciò che si diceva contro natura è naturale, e ciò che si diceva naturale è contro natura. Ricordo che De Marsico (collaboratore del Codice Rocco) in una brillante arringa in difesa di un mio film, ha dato del “porco” a Braibanti dichiarando inammissibile il rapporto omosessuale in quanto inutile alla sopravvivenza della specie: ora, egli, per essere coerente, dovrebbe, in realtà, affermare il contrario: sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta una sicurezza. In conclusione: prima dell’universo del parto e dell’aborto c’è l’universo del coito: ed è l’universo del coito a formare e condizionare l’universo del parto e dell’aborto. Chi si occupa politicamente dell’universo del parto e dell’aborto non può considerare ontologico l’universo del coito – e non metterlo dunque in discussione – se non a patto di essere qualunquistico e meschinamente realistico. Ho già abbozzato come si configura oggi in Italia l’universo del coito, ma voglio, per concludere, riassumerlo. Tale universo include una maggioranza totalmente passiva e nel tempo stesso violenta, che considera intoccabili tutte le sue istituzioni, scritte e non scritte. Il suo fondo è tutt’ora clerico-fascista con tutti gl’annessi luoghi comuni. L’idea dell’assoluto privilegio della normalità è tanto naturale quanto volgare e addirittura criminale. Tutto vi è precostituito e conformistico, e si configura come un “diritto”: anche ciò che si oppone a tale “diritto” (compresa la tragicità e il mistero impliciti nell’atto sessuale) viene assunto conformisticamente. Per inerzia la guida di tutta questa violenza maggioritaria è ancora la Chiesa cattolica. Anche nelle sue punte progressiste e avanzate (si legga il capitoletto, atroce, a pag. 323 de La Chiesa e la sessualità del progressista e avanzato S.H. Pfurtner). Senonché… senonché nell’ultimo decennio è intervenuta la civiltà dei consumi, cioé un nuovo potere falsamente tollerante che ha rilanciato in scala enorme la “coppia” privilegiandola di tutti i diritti del suo conformismo. a tale potere non interessa però una coppia creatrice di prole (proletaria), ma una coppia consumatrice (piccolo borghese): in pectore, esso ha già l’idea della legalizzazione dell’aborto (come aveva già l’idea della ratificazione del divorzio). Non mi risulta che gli abortisti, in relazione al problema dell’aborto, abbiano messo in discussione tutto questo. Mi risulta invece che essi, in relazione all’aborto, tacciano del coito, e ne accettino dunque – per Realpolitik, ripeto, in un silenzio dunque diplomatico e dunque colpevole – la sua totale istituzionalità, irremovibile e “naturale”. La mia opinione estremamente ragionevole invece è questa: anzicché lottare contro la società che condanna l’aborto repressivamente, sul piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell’aborto, cioé sul piano del coito. Si tratta – è chiaro – di due lotte “ritardate” : ma almeno quella sul “piano del coito” ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni. C’è da lottare, prima di tutto contro la falsa tolleranza del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni “reali” riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale etc.. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come deve essere, una colpa, e quindi un problema della coscienza. Tutto ciò è utopistico? E’ folle pensare che una “autorità” compaia al video reclamizzando “diverse” tecniche amatorie? Ebbene, non sono certo gl’uomini con cui io qui polemizzo che debbono spaventarsi di questa difficoltà. Per quanto io ne so, per essi ciò che conta è il rigore del principio di democratico, non il dato di fatto (com’è invece brutalmente, per qualsiasi partito politico). Infine molti – privi della virile e razionale capacità di comprensione – accuseranno questo mio intervento di essere personale, particolare, minoritario. Ebbene?”
Pier Paolo Pasolini   (Corriere della Sera, 19 gennaio 1975)

Quando la legge 194 non c’era: storie di aborti clandestini

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Alla fine degli anni Sessanta, il tema dell’aborto in Italia faceva ancora parte di quella serie di argomenti che comunemente sono ritenuti innominabili e le prime testimonianze pubbliche di donne che vi avevano fatto ricorso, apparse su libri e giornali verso la metà del decennio, fecero l’effetto di un vero e proprio choc culturale. Nell’ affrontare un tema come l’interruzione di gravidanza in condizioni di clandestinità bisogna tenere presente che, per secoli, essa aveva fatto parte della vita quotidiana di molte donne e i motivi a monte del ricorso a una pratica così cruenta per controllare la fertilità non sono da ricercare soltanto nella grave carenza di informazione sulla contraccezione, circondata da tabù innominabili che culminavano nel divieto di nominarla, ma sono riferibili piuttosto a tutta una serie di cause, – diciamo strutturali – che riguardano l’impostazione tradizionale della società italiana. Negli anni Sessanta modelli radicati nella impongono ancora la maternità come principale – per non dire unica – realizzazione di sé per le donne, cui si abbina una diffusa ignoranza e una drammatica limitatezza non solo dei più elementari servizi sociali, ma anche dei servizi sanitari e di assistenza al parto. Questo il terreno su cui poggia il milione e mezzo di aborti clandestini stimato dall’Unesco all’inizio degli anni Settanta in Italia e i Settanta milioni di lire di giro d’affari annuo per chi li pratica.

Leggi lo studio completo di Lorenza Perini

 

I numeri che hanno portato Zingaretti a un concorso per medici abortisti

Lo scorso 11 aprile il Consiglio d’Europa affermava che l’Italia discrimina i medici e il personale medico che non scelgono l’obiezione di coscienza in materia di aborto, soggetti a “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, si disse stupita e replicò che l’organismo di Strasburgo si era basato forse su dati vecchi e che “ci sono soltanto alcune aziende pubbliche che hanno qualche criticità dovuta a problemi di organizzazione”.

A smentire Lorenzin saranno i dati pubblicati dallo stesso ministero: in Italia circa sette ginecologi su dieci non effettuano interruzioni volontarie di gravidanza (per fare un confronto, nel Regno Unito gli obiettori sono il 10% e in Francia il 7%). In particolare, sono obiettori il 70,7% dei ginecologi, ma anche il 48,4% degli anestesisti e il 45,8% del personale non medico. Un fenomeno che costringe molte donne (21 mila nel 2012, secondo i dati Istat) a rivolgersi addirittura a strutture di una Regione diversa da quella di residenza.

Solo in due regioni obiettori sotto il 50%

Sono solo due le regioni italiane nelle quale gli obiettori non superano il 50%: la Valle d’Aosta (13,3%) e la Sardegna (49%). Nel resto d’Italia si toccano percentuali elevatissime, superiori al 90% in Basilicata, in Molise e nella provincia di Bolzano. Ciò significa che, se a livello nazionale ogni non obiettore effettua 1,6 aborti all’anno, in Molise questa cifra sale a 4,7. Nel Lazio la quota di ginecologi obiettori è pari all’80,7%, più di quattro su cinque. E’ questa la situazione che ha portato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, a convocare un concorso per  due ginecologi abortisti all’ospedale San Camillo di Roma, perché lavorino in una struttura dedicata nello specifico alle interruzioni di gravidanza, dove sarà molto difficile, una volta assunti, dirsi obiettori.

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Non è l’assunzione di medici non obiettori al San Camillo a snaturare la 194, ma l’ostruzionismo cattolico

La vicenda relativa all’assunzione di due medici non obiettori nel reparto di ginecologia e ostetricia del San Camillo di Roma ha scatenato un’accesa polemica. Il diktat del presidente della Regione Lazio è stato considerato discriminatorio dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin e la Cei ha sostenuto che il bando emanato abbia “snaturato la 194″. Stando ai dati ufficiali, però, sembra che a minare la corretta applicazione della legge 194 non siano esattamente i medici non obiettori, ma piuttosto l’ostruzionismo cattolico messo in atto in maniera indiscriminata da 38 anni a questa parte.

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Aborto, possibilità garantita con la mobilità del personale

Gli enti ospedalieri e le case di cura sono tenuti ad assicurare l’espletamento delle procedure per l’interruzione di gravidanza. «La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale». Così recita l’articolo 9 dalla legge n.194/1978 sulla tutela sociale della maternità e sull’aborto volontario. Il provvedimento concede alle donne la facoltà di scegliere di interrompere la gravidanza entro i primi novanta giorni, ma allo stesso tempo concede la possibilità al personale sanitario di «sollevare obiezione di coscienza» con una preventiva dichiarazioneLa liberalizzazione dell’aborto e il no alla legge 194

In questo caso i medici possono astenersi dal prendere parte alle procedure. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario. L’obiezione può sempre essere revocata.

La legge 194 specifica che l’obiezione di coscienza «esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento».

Francesca Milano sul Sole24Ore

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