Monthly Archives: marzo 2017

Istat: l’Italia non è un paese per nascere. Ascolta la puntata

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2016, l’anno con meno nati nella storia d’Italia, e anche con meno morti. L’Istat disegna un paese che ormai conosciamo: immobile. Il calo demografico sempre più grave, anche rispetto all’anno scorso, l’ambiente ostile a maternità e famiglia, fare un figlio non è più interesse sociale ma individuale. Ma non basta l’economia per spiegare questi dati, non bastano i numeri a riempire questo vuoto #Lacittà h10 in diretta qui

Gli ospiti del 07 marzo 2017:

Massimo Livi Bacci, docente di Demografia all’universita’ di Firenze tra i suoi libri Storia minima della popolazione del mondo (Il Mulino, 2011) e In Cammino. Breve storia delle migrazioni (Il Mulino, 2010)
Franco Pittau,  Coordinatore del Dossier statistico sull’ immigrazione
Riccardo Prandini,sociologo, università Alma Mater di Bologna, dirige la rivista Sociologia e Politiche Sociali
Anna Di Bartolomeo, ricercatrice in Demografia specializza in migrazioni internazionali dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole
Annamaria Merlo, corrispondente del quotidiano Il Manifesto da Parigi.

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Il Forum delle famiglie: l’Italia muore

Non è un paese per bambini l’Italia. La denatalità sembra essere una tendenza incontrovertibile. I dati Istat segnalano per il 2016 un alto drastico calo di nascite rispetto al 2015 che era assurto agli onori della cronaca per essere l’anno meno fecondo dall’unità d’Italia. Un nuovo record negativo insomma e tutto lascia immaginare che non sarà l’ultimo.Nel 2016 le nascite sono stimate in 474mila unità, circa 12mila in meno rispetto all’anno precedente. I decessi sono stati 608 mila, dopo il picco del 2015 con 648 mila casi, un livello elevato, in linea con la tendenza all’aumento dovuta all’invecchiamento della popolazione. Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila).

Leggi l’articolo di Avvenire

Istat: italiani più vecchi e in calo, -86 mila. Culle più vuote

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Italiani più vecchi e in calo e le culle restano sempre più vuote: è il quadro che emerge dal Rapporto dell’Istat sugli indicatori demografici.

La popolazione italiana al 1° gennaio 2017 ammonta a 60 milioni 579 mila residenti, 86 mila unità in meno rispetto all’anno precedente (-1,4 per mille). La natalità si conferma in calo costante: il livello minimo delle nascite del 2015, pari a 486 mila, è superato da quello del 2016 con 474 mila.

Fonte e immagini Ansa.it

Livi Bacci: «Dobbiamo anticipare l’età dell’autonomia per i nostri giovani»

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Non solo perché è uno dei demografi più ascoltati d’Europa, Massimo Livi Bacci pensa che l’ordine delle priorità italiane debba cambiare: è tempo di una risposta concreta al declino delle nascite, se l’Italia vuole ritrovare la strada verso un’economia e assetti sociali più sostenibili. Per attrarre l’attenzione su questi temi Livi Bacci dieci anni fa ha fondato «Neodemos», un portale di divulgazione delle questioni demografiche, ma da allora la natalità nel Paese non ha fatto che indebolirsi.

Nel 2016 è stato toccato un nuovo minimo delle nascite, ben sotto il mezzo milione. Come se lo spiega?
«Siamo sull’onda lunga di un fenomeno di crisi che non è solo economica, ma è stato accentuato dalla recessione degli anni scorsi. Ciò che preoccupa è che non se ne vede bene l’uscita. Le 474 mila nascite del 2016 costituiscono il livello minimo dello Stato unitario e noi di Neodemos stimiamo che si debba risalire alla metà del ‘500, quando l’Italia contava meno di un quinto della popolazione attuale, per trovare numeri così ridotti».

Continua a leggere sul Corriere della Sera

Fertilità: baby boom francese possibile grazie a sussidi e lavoro

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Baby boom in Francia: grazie a diverse politiche sociali e più parità di diritti tra mamme e papà, i nostri vicini hanno invertito la tendenza e dal 1990 hanno aumentato le percentuali dei tassi di nascita del loro Paese.

 Dal declino delle nascite a un nuovo baby boom. Grazie a sussidi, parità di diritti tra uomo e donna e lavoro. In questo modo la Francia è riuscita a uscire dal declino delle nascite degli anni ’70-’80. E ad aggiudicarsi il più alto tasso di fertilità in Europa, più di due figli di media per donna. Il segreto francese? Parità e politiche sociali. Il concetto di famiglia moderna in Francia si basa sulla parità tra uomo e donna. E l’approccio ha anche adottato forti politiche di welfare. In questo modo, dopo due decenni di declino (dal ’70 all’80), dal 1990 i tassi di nascita francesi sono aumentati costantemente.

Quale esempio di parità nella coppia? Sia i papà che per le mamme, ad esempio, possono chiedere sei mesi di congedo parentale per ogni nuovo nato. (In Italia invece sono due giorni di congedo obbligatorio più due facoltativi se la madre rinuncia a due dei suoi)

Luisa Perego su Nostrofiglio.it

7 mila euro ai genitori con due bimbi in Francia, voucher alimentari in Inghilterra

Altro che Italia. Il secondo figlio è nato da un mese appena e a casa già arriva un assegno mensile da 124 euro. Succede in Francia, unico Paese al mondo — certifica uno studio dell’Institut national etudes démographiques (Ined) — ad avere un tasso di fecondità costante da 40 anni: qui il numero di figli per donna è di 2 dal 1973 (contro l’1,42 dell’Italia, dati Istat). Miracoli del welfare. Per il demografo Gilles Pison il baby boom in Francia non è mai finito per merito della politica familiare messa in campo dallo Stato, che investe nel sostegno alla maternità il 5% del Pil. Al compimento del 14esimo anno di ogni figlio (e fino al 20esimo) l’assegno aumenta di 62 euro. Indipendentemente dal reddito. Per il 90% delle famiglie (tutte tranne le più abbienti) è previsto un bonus bebè da 923 euro che scatta al settimo mese di gravidanza. E fino al terzo anno di vita del bimbo, sempre per il 90% delle famiglie, c’è un assegno mensile di altri 186 euro.

In sintesi: una famiglia del ceto medio con un neonato e un bimbo all’asilo nido in un anno può mettersi in tasca quasi settemila euro.

Tutti i dati — e per tutta Europa — li mette in fila un dossier dell’assessorato al Welfare della Regione Lombardia, guidato da Cristina Cantù (Lega). Lo scopo? Capire quali sono le migliori politiche di sostegno alla maternità (per ricavarne proposte di intervento).

Leggi l’articolo di Simona Ravizza sulla 27esima Ora del Corriere della Sera 

Donne immigrate, come lavorano e come si sposano

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Tra i migranti che arrivano in Italia per ragioni di lavoro cresce il numero delle donne. Aiutano le italiane nella conciliazione di lavoro e cura di bambini e anziani. Ma così cambia anche il “mercato matrimoniale”, con l’aumento delle unioni miste. Il welfare e una nuova idea di famiglia.

La migrazione in Italia è iniziata circa venti anni fa ed era prevalentemente maschile; in genere, l’uomo era poi raggiunto dalla moglie e dagli altri membri della famiglia. Più di recente sono iniziati i flussi di donne “first mover”, che a volte si fanno raggiungere dal partner e a volte no.
Oggi, la distribuzione di genere degli stranieri è bilanciata: 47 per cento uomini e 53 per cento donne, ma questo equilibrio è ottenuto da una diversa composizione dei gruppi nazionali (tabella 1).
La migrazione maschile prevale, per esempio, tra gli stranieri originari dall’Africa (40 per cento donne, 43 per cento nel caso del Marocco e 36 per cento per la Tunisia), mentre quella femminile è preponderante tra gli stranieri provenienti dall’Est Europa (56 per cento in media e 79 per cento dall’Ucraina).
Il dibattito politico e la ricerca economica si sono finora concentrati principalmente sugli effetti dei migranti nel mercato del lavoro. E i risultati di vari lavori hanno dimostrato che gli stranieri non competono con la popolazione autoctona: non incidono negativamente sui salari degli italiani, né influenzano le loro probabilità di entrata e persistenza nel mercato del lavoro.

Alessandra Venturini e Daniele Vignoli su LaVoce.info

La famiglia con quattro figli e la coppia costretta ad aspettare

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Sabrina, 35 anni e Antonio, 38: «Pronti per avere un bimbo ma il lavoro non ci dà certezze». La gioia di Andrea e Katy per la famiglia numerosa: «Ma senza nonni e servizi non avremmo potuto»

In termini tecnici si chiama terziario avanzato: lavoro intellettuale nei servizi culturali. Nella vita di Sabrina Barbante, 35 anni, e del compagno Antonio, 38, di Lecce, si traduce con: necessità di rimandare. «Stiamo insieme da 4 anni, un figlio lo vorremmo e ne parliamo spesso: abbiamo sia l’età che la maturità di coppia per farlo. La cosa che ci frena è la mancanza di stabilità economica» dice Sabrina, che di professione fa la blogger. «Lavoriamo entrambi da remoto, a partita Iva e soprattutto su commissione: io per periodi che vanno dai tre mesi ai due anni, lui di incarico in incarico. Non abbiamo la certezza necessaria a progettare sul lungo periodo». Non che il lavoro manchi: «Ma la situazione può cambiare di mese in mese — spiega Sabrina —. Un tempo i liberi professionisti avevano introiti che permettevano loro di coprire anche i momenti di rallentamento, oggi non è più così. E per le caratteristiche delle nostre professioni subiamo comunque la concorrenza di un mercato globale: un traduttore che lavora dalla Romania può permettersi di offrire tariffe più basse, perché i costi sono minori».