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Sentenza UE: no al velo al lavoro. Ascolta la puntata

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I segni religiosi non sono sempre consentiti. Se l’azienda decide di vietarli può licenziare chi trasgredisce. “Una regola interna che proibisca di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso non costituisce diretta discriminazione”. Così recita la sentenza della Corte di Giustizia Europea che sta facendo discutere tutta Europa. Reazioni diverse: un attacco alla religione in se, a tutte le religioni, o una difesa ferma della laicità?

Gli ospiti del 15 marzo 2017:

Paolo Branca, islamista, insegna Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano, è in uscita per Marietti Nati da Abramo. Dialogo tra un cristiano, un musulmano e un ebreo;
Paolo Naso, insegna scienza politica all’Università di Roma La Sapienza. Coordina il Consiglio per le relazioni con l’Islam istituito presso il Ministero dell’Interno. Tra i suoi libri L’ incognita post-secolare. Pluralismo religioso, fondamentalismi, laicità (Guida, 2015);
Maryan Ismail, antropologa e referente della comunità somala di Milano, formatrice della Mediazione culturale;
Davide De Luca, fact checker de Il Post;
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia;
Renata Pepicelli, studiosa del mondo islamico dell’Università Luiss – Guido Carli di Roma, autrice di Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme (Carocci, 2010) e di Il velo nell’Islam. Storia, politica, estetica (Carocci, 2012), Giovani musulmane in Italia (Il Mulino 2015).

Ascolta la puntata

Il velo islamico in Europa

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La Francia è il primo paese europeo a varare la legge (entrata in vigore nell’aprile del 2011) che mette al bando l’uso del burqa, vietando la «dissimulazione del volto nei luoghi pubblici», senza menzione esplicita del velo integrale islamico. Tuttavia le donne che indossano il burqa o il niqab devono pagare una multa, e possono essere obbligate a seguire uno stage di «educazione civica». La legge crea inoltre un nuovo delitto, la «dissimulazione forzata del viso»: chi obbliga una donna a coprirsi completamente rischia il carcere ed una multa di oltre duecento euro. La Francia, pur avendo 5 milioni di musulmani, vede solo duemila donne all’incirca indossare il velo. Nel 2012 erano 425 le donne che erano state multate dopo un anno dall’introduzione del provvedimento.

Leggi l’articolo completo dal Corriere della Sera

«Noi musulmane lavoratrici vi spieghiamo perché è sbagliato vietare il velo»

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Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale a Milano

Sconcerto tra la comunità islamica italiana per la decisione della Corte Europea di approvare il bando del hijab. La consigliera comunale: «Alimenta l’intolleranza». L’educatrice: «Lo uso per insegnare i colori ai bambini». In programma manifestazioni e campagne mediatiche. Una doccia fredda. Quella sentenza della Corte di Giustizia Europea, con cui si autorizzano i datori di lavoro a vietare il velo islamico, proprio non ci voleva. Già il dibattito sugli indumenti sportivi prodotti dalla Nike per le musulmane si stava facendo molto acceso, ora c’è il rischio che si trasformi in uno scontro tra fazioni.

Brahim Maarad sull’Espresso

L’Europa alla guerra del velo (islamico)

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La sentenza della Corte di Giustizia Ue che, giudicando un contenzioso apertosi in Belgio una decina di anni fa, avalla la possibilità di licenziare una dipendente di religione islamica nel caso si rifiuti di scoprirsi la testa aggiunge un tassello nel complicato mosaico delle relazioni inter-religiose e inter-culturali dell’Europa contemporanea. Da quando – a partire dall’11 settembre 2001 fino agli attentati terroristici degli ultimi due anni – il confronto con l’Islam è diventato scontro sui valori, sui principi e sulla tenuta identitaria del vecchio continente ogni storia (indipendentemente dall’epilogo) diventa una prova di forza.

Francesca Paci su La Stampa

Sono musulmana e non porto il velo Ma non mischiate religione e violenza

Voters stand at a polling station before casting their ballot in the parliamentary election in Tehran March 14, 2008. IIranians voted on Friday in a low-key election likely to keep parliament in the grip of conservatives after unelected state bodies barred many reformist foes of President Mahmoud Ahmadinejad from the race. REUTERS/Steve Crisp  (IRAN)

REUTERS/Steve Crisp (IRAN)

Velo o non velo? Sarà questo il problema della Umma musulmana? Credo proprio di no. Come al solito la strumentalizzazione avviene sempre sulla pelle e sulla dignità delle donne, da sempre in tutti i secoli e in tutte le religioni e civiltà. “Rania, a te manca solo il velo e saresti una musulmana completa”. Questo è quello che mi dicono molte amiche, per di più integrate e occidentalissime nuove italiane, nate e cresciute sempre ininterrottamente in Italia. Un po’ meno le coetanee del mio Paese d’origine. Il velo è divenuto negli ultimi decenni uno “strumento” di appartenenza palesemente sfoggiato da una comunità. Almeno, io lo interpreto così. Se di quella comunità vuoi fare parte, se vuoi essere accettata, devi sottostare a queste “piccolezze” . Per quanto mi riguarda il velo sta all’Islam quanto il crocifisso sta a una cristiana.

Rania Ibrahim su 27esimaora.corriere.it

VERSO UN ISLAM ITALIANO: UN PATTO TRA STATO E MUSULMANI

Il senso fondamentale», spiega il professor Paolo Naso, coordinatore del Consiglio per i rapporti con l’islam, «è che il fondamentalismo violento – che pure esiste – lo si può contrastare solo insieme ai musulmani, e non senza o contro di loro». Tra gli obiettivi anche quello di arrivare ad un albo degli imam.

«Un accordo storico, il primo documento ufficiale frutto di un’intesa bilaterale tra lo Stato italiano e le comunità islamiche presenti nel nostro Paese». Così Paolo Naso, coordinatore del Consiglio per i rapporti con l’islam, definisce il “Patto nazionale per un islam italiano” firmato al Viminale il 1° febbraio scorso. A sottoscrivere l’accordo, da una parte il ministro dell’Interno Marco Minniti, dall’altra le più importanti associazioni e comunità musulmane, come Ucoii, Coreis, Centro islamico culturale d’Italia-Grande Moschea di Roma, Confederazione islamica italiana e altri, in rappresentanza di oltre il 70 per cento dei fedeli musulmani (circa 1 milione e mezzo) che vivono nella nostra penisola.

Il testo del “Patto”, suddiviso in tre sezioni, suggella una serie di impegni che vincolano entrambe le parti, con l’obiettivo di contrastare il radicalismo islamico e favorire l’integrazione sociale di una comunità religiosa sempre più numerosa in Italia, eppure spesso vittima di pregiudizi e diffidenza. L’accordo, che il ministro Minniti ha definito «uno straordinario investimento sul futuro del nostro Paese», prevede tra l’altro che vengano resi pubblici nomi e recapiti degli imam, che i predicatori vengano debitamente formati, che i sermoni del venerdì nelle moschee siano svolti in italiano e che si crei la «massima trasparenza» nei finanziamenti ricevuti dall’Italia e dall’estero per la gestione e la costruzione dei centri di preghiera islamici.

Giovanni Ferrò su Famiglia Cristiana

I datori di lavoro possono vietare il velo alle dipendenti

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Ma solo in un determinato contesto: lo ha deciso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea pronunciandosi su due ricorsi, uno dal Belgio e uno dalla Francia.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che le aziende private possono vietare alle loro dipendenti di indossare indumenti che siano «segni religiosi» come il velo islamico. La Corte doveva pronunciarsi su due diversi ricorsi, uno belga e uno francese, che riguardavano due donne musulmane: entrambe ritenevano di essere state discriminate perché i rispettivi datori di lavoro avevano vietato loro di portare il velo. La Corte ha però stabilito che quel divieto, in un particolare contesto aziendale, non costituisce una discriminazione. La sentenza del Belgio ha a che fare con una donna assunta nel 2003 come receptionist dall’impresa G4S, che fornisce servizi di sorveglianza e di sicurezza. Al momento dell’assunzione la donna non indossava il velo e una regola non scritta interna all’azienda vietava ai e alle dipendenti di portare sul luogo di lavoro segni che potessero indicare orientamenti politici, filosofici o religiosi. Nel 2006 la donna aveva comunicato al suo datore di lavoro la volontà di indossare uno hijab, ma la società aveva ribadito la propria linea di neutralità. L’azienda aveva anche modificato il regolamento interno mettendo per iscritto «il divieto ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o manifestare qualsiasi rituale che ne derivi». Dopo il rifiuto di rispettare la regola, la donna era stata licenziata.

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