INTERVISTA A TULLIO DE MAURO

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La lingua sta bene. Stanno male quelli che la usano. Mi spiego. Siamo riusciti a conquistare la capacità di parlare italiano per il 95 per cento. Non siamo riusciti invece a conquistare la capacità di leggere. Leggiamo poco. Pochi giornali e pochissimi libri. I lettori sono circa un terzo della popolazione. I restanti due terzi non hanno quel retroterra di letture e formazione scolastica che garantiscono un possesso saldo della lingua. Parliamo molto e leggiamo poco. Questo incide sul modo di usare l’italiano. Si va troppo a orecchio. Però la lingua, per conto suo, sta bene.

Il prossimo anno si festeggerà un’altra ricorrenza. I cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita. Di passi se ne sono fatti.
Il progresso è stato enorme. E ora chi parla bene italiano parla con sicurezza molto maggiore. La lingua gira a tutto regime e ne siamo più padroni rispetto alla generazione colta degli anni Quaranta. Questo si vede anche nella scrittura. Chi scrive bene scrive molto meglio. Si è persa quella rigidità, quella pomposità. L’oratoria dei pubblici ministeri, per esempio, era da caricatura

Quanto alla semplificazione della lingua per cui lei si è molto battuto, la sfida è vinta?
Nel parlare e nello scrivere comuni sì. Purtroppo nella comunicazione amministrativa si annidano sacche di oscurità. Le banche innanzitutto. Arrivano malloppi di pagine già materialmente illeggibili perché scritte in caratteri minuscoli. E anche se uno prende una lente, ci vogliono ore per capire. Lì forse un po’ di volontà di lasciare il cliente all’oscuro c’è.

Continua a leggere l’intervista di Matteo Nucci a Tullio De Mauro (Il Messaggero, 2012)

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