Monthly Archives: aprile 2017

Trump: il protezionismo è di sinistra? Ascolta la puntata

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Partiamo dalla provocazione che un ascoltatore, Giovanni da Genova, ha lanciato al filo diretto di Prima Pagina, colpito dalle notizie sul protezionismo muscolare di Trump: “Forse i dazi e il protezionismo di Trump sono misure “di sinistra” che tutelano il lavoro?”. Sono globalizzazione e disoccupazione a determinare questa grande rabbia? Quali effetti produce sul mercato del lavoro il protezionismo?

Gli ospiti del 3 aprile 2017

Paola Subacchi, economista, dirige il dipartimento di economia internazionale di Chatham House, il prestigioso think-tank londinese. Come visiting professor all’Università di Bologna tiene un corso sull’integrazione economica europea

Massimiliano Panarari, insegna marketing politico alla School of Government della Luiss; è autore di L’egemonia sotto culturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi, 2010) e di Elogio delle minoranze. Le occasioni mancate dell’Italia (con Franco Motta, Marsilio, 2012).

Luigi Guiso, economista, insegna all’Einaudi Institute for Economics and Finance, ha partecipato di recente alla stesura di un paper su Demand and Supply of Populism: la paura non basta a spiegare i populismi

Marta Fana, ricercatrice, scrive sul Fatto quotidiano e Internazionale

Ascolta la puntata

Il protezionismo protegge il lavoro?

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Non esiste un prodotto americano che sia puramente americano. Il protezionismo di una nazione, oggi, solo in apparenza protegge il lavoro dei suoi cittadini. I dazi di Trump sul made in Europe danneggeranno anche i cittadini americani. Qui l’analisi dell’economista Paola Subacchi del think tank londinese Chatam House.

Il protezionismo Usa non farà rinascere i posti di lavoro perduti

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Per prima cosa, dare la colpa agli stranieri. È la strategia che storicamente si accompagna al risentimento nazionalista. Lo si vede nel divieto di immigrazione da sette Paesi proclamato da Donald Trump e lo si vedrà nel suo protezionismo. Un fondo di verità – il terrorismo e l’impatto diretto delle importazioni sui posti di lavoro – rafforza una bugia: le mie azioni sono sufficienti a tenervi al sicuro e restituirvi la prosperità di cui un tempo godevate. Il dibattito sulla politica commerciale degli Stati Uniti ruota intorno alla storia dei posti di lavoro persi nel settore manifatturiero. Il singolo dato più importante è il costante declino della quota dell’industria sul totale degli occupati, dal 30% circa dei primi anni 50 all’8% e poco più della fine del 2016.

Martin Wolf sul Sole24Ore

Il conto più salato. Ultraliberismo e protezionismo

Tanto tuonò che piovve. Dopo una serie serrata di proclami dell’imminente introduzione di dazi commerciali «a protezione del lavoro americano», il “Wall Street Journal” ha anticipato la notizia che l’amministrazione Trump sarebbe in procinto di adottare dazi punitivi (del 100%) su una serie di prodotti europei, tra i quali le mitiche Vespa prodotte dalla Piaggio, l’acqua minerale Perrier e il formaggio Roquefort. Si tratta di simboli del “made in Europe”, uno dei quali – il marchio francese di acqua minerale – detenuto dalla compagnia svizzera Nestlè (che tra l’altro possiede anche la San Pellegrino). Il valore propagandistico dell’iniziativa della Casa Bianca è indiscutibilmente forte presso l’elettorato che lo ha votato. Ma non solo.

Le misure preannunciate sarebbero state infatti adottate come ritorsione nei confronti della mancata applicazione da parte dell’Unione di un accordo sottoscritto con gli Stati Uniti nel 2009, volto alla chiusura di una querelle commerciale tra Usa e Ue relativa al bando all’importazione di carne di manzo americana. In una delibera che aveva preceduto quell’accordo cui gli europei non hanno mai dato attuazione, la Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) aveva condannato l’Europa già nel 2008, sostenendo che il divieto di importazione della carne americana, giustificato col fatto che essa potesse essere stata trattata con gli ormoni, era troppo vasto e vago e si configurava come un atto di protezionismo commerciale.

Vittorio E. Parsi su Avvenire

Lavoro e reddito: una questione di produzione!

Il lavoro e la costituzione. A partire dalle periferie del mercato del lavoro, quello gratuito, in appalto o a voucher in cui sono negati i diritti previsti dall’art 36 della Costituzione in base al quale “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. […] Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. La frantumazione del mondo del lavoro perseguita, volontariamente, per mezzo delle riforme di flessibilizzazione e liberalizzazione disinnesca altri ben più profondi principi costituzionali. Parliamo dell’articolo 3 che dota la Repubblica dell’obiettivo dell’eguaglianza sostanziale, o giustizia sociale che dir si voglia, e si adopera per eliminare tutti quegli ostacoli che impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica” oltre che politica e sociale. Dove però l’organizzazione economica a cui i padri costituenti facevano riferimento è antitetica a quella che poggia sullo sfruttamento e più in generale sulle tendenze del capitalismo contemporaneo. Così la precarizzazione dei lavoratori non è solo un fattore di instabilità economica, ma, attraverso la mercificazione del rapporto di lavoro, disinnesca la capacità dei lavoratori, organizzati o meno, di incidere sulle scelte aziendali, sull’organizzazione del lavoro in termini di salari, tempi di lavoro ma anche investimenti quindi di partecipare allo sviluppo economico del Paese. Un paradigma che investe non solo le periferie e i bassifondi del mercato del lavoro, ma anche quello che un tempo ne poteva essere considerato il centro, cioè un rapporto di lavoro stabile portatore pieno di diritti.

Leggi l’intero articolo di Marta e Simone Fana

Trump firma due decreti contro il deficit commerciale Usa

“Siamo in una guerra commerciale”: lo afferma il segretario al commercio americano, Wilbur Ross, ammonendo come “gli Stati Uniti non si inchineranno più al resto del mondo sul fronte del commercio”. Le parole di Ross – intervistato dalla Cnbc – arrivano nel giorno in cui il presidente Donald Trump vara due decreti per combattere il deficit commerciale Usa nei confronti dei propri partner. Ross ha parlato di una guerra commerciale che in realtà dura da decenni: “Ma adesso – afferma – la differenza è che le nostre truppe alzeranno i bastioni. Perché gli Usa non si ritrovano in deficit commerciale per caso”. “Il nostro deficit commerciale – ricorda il ministro – ammonta complessivamente a circa 500 miliardi di dollari l’anno”. Ross quindi sottolinea come “la Cina, senza il suo enorme surplus commerciale, non sarebbe mai potuta crescere ai tassi con cui è cresciuta la sua economia”. All’indomani dell’indiscrezione pubblicata dal Wall Street Journal, resta in primo piano la guerra commerciale che Donald Trump potrebbe scatenare contro l’Unione europea, rispolverando una contesa ventennale: il bando di Bruxelles alle carni bovine Usa trattate con gli ormoni. E secondo la Cnn, il presidente Usa è già pronto all’azione.

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Se è la mancanza di lavoro che aizza i populismi

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Alla base della protesta c’è il senso di emarginazione, il disagio della disoccupazione e la sensazione di essere dimenticati dalle istituzioni. E a sorpresa, il vero malato d’Europa è la Francia, come mostrano i dati

Lo spettro che percorre l’Europa, il populismo, ha un nutrimento particolare, il disagio, l’emarginazione, la disoccupazione. La Brexit ha ricevuto il massimo dei voti nel Nord Est povero dell’Inghilterra, l’Afd euroscettico tedesco fa il pieno nell’Est, il nostro Movimento 5 Stelle è ormai da tempo primo partito al Sud, dove ha molto più consenso che a Milano.

E la Francia, con le elezioni presidenziali cui manca ormai meno7ceeff8b-6b0e-4908-8d99-ee245ac25e06 di un anno, appare essere il prossimo palcoscenico di questa disaffezione verso l’establishment, almeno a guardare gli ultimi trend dell’occupazione, che sono decisamente peggiori non solo di Inghilterra e Germania, ma anche dell’Italia.

In effetti se osserviamo come stia andando la ripresa in Europa dopo la lunga crisi cominciata nel 2008, vediamo che nel 2014 e 2015 la Francia è stato il Paese con il peggiore incremento percentuale del tasso di occupazione, solo +0,5%, contro un +2% dell’Italia, il +4% del Portogallo, il +5% della Grecia, il +7% della Spagna, se il paragone è con i Paesi che più hanno sofferto la crisi economica.

Gianni Balduzzi su L’inkiesta.it

Protezionismo «malefico» per la crescita

Il neo-presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha di fatto auspicato politiche protezionistiche per «fare l’America di nuovo grande» (tale era il suo slogan elettorale). Ma che cos’è il protezionismo? É un bene, un male? E, se è un bene, ci sono eccezioni alla regola?

Cominciamo col capire il perché Trump si è messo su questa strada. La ragione sta nel fatto che una grossa schiera di americani ha visto il proprio reddito ristagnare per anni. L’economia è cresciuta, ma i frutti della crescita non si sono egualmente distribuiti. Questo aumento delle diseguaglianze ha spinto molti americani a votare per Trump, che prometteva più posti di lavoro e migliori salari.

In verità, i posti di lavoro ci sono. Subito prima delle elezioni, e anche adesso, il tasso di disoccupazione in America era molto basso, meno del 5% (in Italia è al 12% e in Europa poco sotto il 10%). Ma in questi ultimi anni è aumentato il “riciclo” dei posti di lavoro. Quando le statistiche mensili sulla creazione di posti di lavoro in America dicono che questi ultimi sono aumentati, diciamo, di 200mila nel mese, questo 200mila è normalmente la differenza fra, per esempio, 3 milioni di posti di lavoro creati nel mese, e 2.800mila distrutti. Perchè vi sia malessere nel mercato del lavoro bisogna guardare ai flussi lordi. Se i primi aumentano, a parità di flussi netti, vuol dire che c’è più gente che perde il posto, e perdere il posto è sempre un evento traumatico.

Fabrizio Galimberti sul Sole24Ore