Monthly Archives: aprile 2017

Eric Hobsbawm su politica, innovazione, e crisi del capitalismo

eric-hobsbawm-original

La tecnologia ha velocizzato le nostre vite. E la politica riesce a stare al passo? Nella sua ultima intervista, (ottobre 2012, nel pieno della crisi globale), il grande storico britannici Eric J.Hobsbawm parla anche di questo (tema del giorno a Tutta la città ne parla) con Wlodek Goldkorn su L’Espresso. Pensieri preziosi anche 4 anni più tardi, da leggere qui.

 

 

Tornare alla polis…sul web. Possibile?

polis

“La tecnologia va troppo veloce per la politica, destinata a rimanere indietro nella storia? “No – dice Vincenzo Smaldore di Openpolis – la trasparenza e il controllo on line di conti e delibere, il calcolo della produttività dei parlamentari, sono esempi del contrario: la democrazia vera, partecipata, quella nata ad Atene, può tornare, sul web”. Ascoltalo qui

Nell’etimologia della politica, il bene comune

politica-bene-comune-620x430

Il termine “politica” viene dal greco “polis”, un’entità politica, sociale ed economica, ma anche e soprattutto etico-morale. Fu Platone il primo a teorizzarla come un organismo educativo collettivo  nei confronti del singolo, finalizzato al bene comune.

Oggi noi tutti ci serviamo quasi quotidianamente in italiano  dei termini “politica”, “geopolitica “, “filosofia politica”, “partito politico”, “rappresentanza politica”, “scienza politica”, “partecipazione politica”,  “uomo politico”, e via dicendo. Come in inglese sono d’uso frequente  “politics”, “policy”, “polity”, a seconda degli ambiti di appartenenza.

Ma quale parola è stata la madre di questi sostantivi e aggettivi? Quale lingua antica dobbiamo effettivamente ringraziare? Senza dubbio il greco antico, della civiltà ellenica  e, in particolare, la parola  “polis “. Questo sostantivo è tra i più ricchi di significati all’interno del lessico greco e quello che purtroppo crea più problemi d’ interpretazione e traduzione agli studenti del liceo classico, in quanto muta completamente accezione a seconda del contesto nel quale si trova. Il suo significato passa con disinvoltura da “città” a “città fortificata”, a “regione”, “cittadinanza”, “città a regime democratico”, “repubblica”, “condizione di cittadino”, “abitanti”, eccetera.

Laura Benatti sulla Voce di New York

Diario per una politica complessa – La tragedia dell’assenza di mediazione

human-2099066_1280

Ciò che si nota è la rassegnazione alla paura delle differenze che è, molto spesso, “non conoscenza”. Non conosciamo eppure esprimiamo punti di vista “im-mediati” sull’altro, opinioni non ri-flesse (cioè non frutto di ri-flessione), non calate nell’ altrui realtà ma solo superficiali e finalizzate a porre “pre-giudizi” che sono pericolosi pettegolezzi elevati a presunte verità. Senza voler generalizzare, il “circo mediatico” è strutturato come arena di pre-giudizi, sistema in cui tutto deve essere immediatamente comprensibile da una “ragione di massa anestetizzata” dalla linearità. Le parole, spesso vuote, diventano armi e servono a dire, qui e ora, che la nostra vita è nell’ “eterno presente” di ciò che vediamo, misuriamo, quantifichiamo, misuriamo. Non c’è mediazione tra l’ora e l’oltre, non c’è ri-cerca e il messaggio è chiaro: fermiamoci a ciò che conosciamo, non modifichiamo il nostro approccio, pena la scoperta della realtà-che-è. In sostanza, non ci relazioniamo con la verità dinamica della realtà.

Poniamo limiti innaturali alla nostra conoscenza, non ri-nascendo nella realtà, e ciò porta all’erosione e alla  cancellazione dei limiti naturali della nostra responsabilità verso ogni storia personale e verso la storia comune; non siamo responsabili verso la realtà ma ci comportiamo come se fossimo i padroni della stessa e, in questo, si vede la tragedia dell’assenza di mediazione. È come se l’ “io” che guarda alla realtà fosse un meccanismo perfetto ma senz’anima, come se fossimo un modello inanimato che può classificare ogni cosa secondo le regole di una ragione tecnocratica; per noi sembra “tutto possibile”, dalle piccole cose fino a quella che chiamiamo “civilizzazione” e che, alla prova dei fatti, è la strumentalizzazione a fini di sopraffazione e di dominio della ben necessaria “civiltà”, frutto della nostra ri-conciliazione politica con la realtà e con ogni realtà, nella realtà e in ogni realtà.

Marco Emanuele su Formiche.net

Sfoglia il libro: Psiche e techne

Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce sec9788807817045_quartaondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona. E poiché il suo funzionamento diventa planetario, questo libro si propone di rivedere i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età umanistica e che ora, nell’età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati alle radici.

Clicca qui per sfogliare Psiche e Techne di Umberto Galimberti (Feltrinelli editore)

 

Critica dell’idea di progresso. Una lettura di Peter Wagner

progresso

La tesi di Peter Wagner, espressa nel suo recente Progress. A Reconstruction, (Polity Press, Cambridge 2016) è che per riformulare l’idea di progresso occorre ripercorrerne la storia e valutarne l’impatto. Le esperienze degli ultimi cinquant’anni permettono infatti di ripensare il progresso in maniera più adeguata. Forse, più che di fine del progresso, si può pensare all’inizio di una sua nuova concezione.

Al giorno d’oggi, in tempi di declino della modernità, il progresso non gode più di buona reputazione. Ha deluso le aspettative, è accusato di produrre disastri e consolidare le disuguaglianze; è in parte responsabile della crisi che stiamo attraversando. Una crisi che si dilunga ormai da troppo tempo e che minaccia di trasformarsi in una condizione cronica. Se la crisi è per sempre, nel senso che dovremo abituarci a vivere diversamente rispetto al passato, facendo i conti con una realtà economica e sociale profondamente modificata, non è detto però che l’interregno sia destinato a restare a lungo.

Per delineare le prospettive possibili di uscita dall’interregno è necessario partire dalle condizioni attuali, dalla crisi che attanaglia le istituzioni e che ha reso vane le regole che fino a poco tempo fa, nel bene o nel male, hanno retto il nostro mondo.

Carlo Bordoni su Rasoio di Occam

Tecnica e politica. Alcune riflessioni

Si discute spesso, in Europa, del rapporto tra tecnocrazia e potere politico. L’attuale fase storica viene da più lati interpretata, infatti, come una stagione in cui l’agire politico, e in particolare quello delle sinistre, viene stretto tra tecnocrazia e populismo. Ci proponiamo di declinare, qui, alcuni dei rapporti che avvicinano intrinsecamente agire politico e tecnica, e di determinare che cosa, di conseguenza, questi rapporti abbiano da dirci a proposito della tecnocrazia in generale.

Ci sono due aspetti diversi del rapporto tra politica e tecnica che vengono innanzitutto all’attenzione: il primo è determinato dal fatto che la politica stessa può essere intesa come una tecnica a causa del rapporto stretto tra attività politica e professionismo politico; la seconda ragione di questa relazione stretta è determinata dal rapporto, così intrinseco, che la politica intrattiene con l’economia politica.

Per quanto riguarda il primo punto, si può dire che la politica sia tanto più interpretabile come tecnica quanto più essa si avvicina al professionismo politico. Ma la nozione stessa di professionismo politico è culturalmente e geopoliticamente estremamente situata, mentre inoltre ogni forma di azione politico può essere interpretato come professionistico se praticato con un ragionevole livello di efficienza razionalisticamente intesa, e cioè di conformità dei mezzi agli scopi. Si può dire allora che la politica sia una professione affatto diversa a seconda della natura del sistema di potere nel quale un determinato politico si trova ad operare e cioè a seconda delle finalità dell’agire pubblico in un determinato sistema politico-culturale o, secondo un’altra interpretazione che però qui non adotteremo, in una determinata cornice istituzionale. Ogni civiltà, infatti, ha una propria concezione di quale dovrebbe essere l’aspetto di una classe dirigente e di quali dovrebbero essere le sue mansioni.

Gian Paolo Faella su Pandorarivista.it

Marano Vicentino, il comune più virtuoso d’Italia. Parola d’ordine: fare rete

029_MaranoVicentnoPaeseVirtuoso-21177-kPjH-U1100335756286bNB-1024x576@LaStampa.it

«Tiriamo su bene i toseti, ci saranno loro nel paese». Pensare al domani partendo dai toseti, dai bambini. Un mantra che si ripete, di bocca in bocca, come una litania condivisa: lo dice il pensionato volontario, che con corda e paletta aspetta i piccoli fuori da scuola per accompagnarli a casa con il «Pedibus» ed evitare l’ingorgo di auto con genitori isterici fuori dal cancello. Lo ripete l’agricoltore, mentre sistema una cassetta di ortaggi biologici disegnando con le dita nell’aria un lungo itinerario tra fossi e filari, auspicandosi un rilancio culturale ed economico delle aziende del territorio. Lo sostiene la pensionata con la spesa in mano, mentre andando a casa si ferma a guardare i nomi dei nuovi nati, nella bacheca che l’amministrazione ha voluto mettere in piazza per dare un segno concreto di vitalità.

Federico Taddia su La Stampa

1 2