Monthly Archives: aprile 2017

Gabriele Del Grande libero. Ascolta la puntata

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Gabriele Del Grande è libero e sta tornando in Italia. Proprio mentre saremo in onda, alle 10.15, atterrerà a Bologna atteso dai suoi famigliari. Era stato fermato in Turchia il 9 aprile al confine con la Siria, mentre stava raccogliendo informazioni e testimonianze per un libro. La bella notizia è arrivata stamattina presto e oltre a festeggiare il ritorno a casa di un giornalista che tante volte ci ha aiutato a raccontare pagine poco chiare del nostro mondo complesso, è lo spunto per provare ad allargare lo sguardo e a ragionare sulla dissidenza e sulla libertà, in Turchia e altrove. E sulla nostra attenzione, fatta di strani corto circuiti che a volte si accendono e a volte no.

Gli ospiti del 24 aprile 2016

Alessandra Ballerini, avvocato, fa parte della Campagna “Lasciateci entrare” per la chiusura dei Cie, collabora con il Progetto Melting Pot Europa, è consulente di Terres des Hommes del progetto Faro sulla tutela dei minori tra i migranti

Nelson Bova, giornalista Rai-Emilia

Francesca Borri, giornalista, scrittrice, è intervenuta in questi giorni a Tempo di Libri a Milano per l’incontro “Italia e Turchia. Donne e Dissidenza”, con Pinar Selek e Concita De Gregorio, si trovava nelle stesse zone di Gabriele Del Grande. Il suo ultimo libro è La guerra dentro (Bompiani).

Giuseppe De Donna, corrispondente Agi a Istanbul

Lamberto Maffei, emerito alla Normale in Neurobiologia, già presidente dell’Accademia dei Lincei, ora si occupa principalmente di demenza senile in un programma all’università Pisa chiamato “Train the brain”. Tra i suoi libri recenti ricordiamo Elogio della lentezza E Elogio della ribellione entrambi usciti per il Mulino.

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Libertà di stampa: ecco i 12 «cattivi» Italia al 77° posto, Haiti meglio di noi

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«Un anno eccezionale per la censura»: è il titolo dell’ultima campagna pubblicitaria che Reporters sans frontières (Rsf) lancia in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, il 3 maggio. Sfilano con un calice in mano dodici leader mondiali, dal russo Vladimir Putin all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che «celebrano la loro vittoria» sui giornalisti scomodi.

Continua a leggere l’articolo di Sara Gandolfi sul Corriere della sera

Un cervello troppo connesso è solo. Ribellarsi è la salvezza

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Nel mondo d’oggi, così come avviene in Cecità di Saramago, gli uomini sono diventati tutti ciechi o forse non sanno più leggere. Ci sono tante, troppe, persone che hanno poco da dire, ma che, essendo potenti e avendo a disposizione i mezzi di comunicazione, comunicano di continuo creando confusione e rumore (usato per nascondere la banalità del messaggio o la sua falsità), come ce ne sono tante altre (la minoranza) che avrebbero molte cose da dire, ma non hanno la possibilità di farlo perché non hanno i mezzi e il loro silenzio può essere quindi solo un messaggio che si diffonde per le vie di un mo(n)do di sentire comune.

Fatto sta che ognuno di noi – chi più chi meno – comunica e lo fa in qualsiasi modo, che sia uno smartphone o un portatile o entrambi, ma il problema è che alla fine si ha come l’impressione di comunicare nel deserto, dove è vero che la voce si propaga indisturbata, ma la stessa viene anche spazzata via dal vento perdendosi nelle orecchie sorde della sabbia. “Delle volte mi capita di pensare che questo essere vicini a tutti e a tutto abbia distrutto o danneggiato la meraviglia del nuovo, dell’incontro e quando si perde il dono della meraviglia si diventa poveri, forse disperati, e ci si domanda quale sia il senso del nostro viaggio terreno deprivato dal desiderio di esplorazione”. Lo scrive Lamberto Maffei in Elogio della ribellione, il suo ultimo saggio pubblicato dalla casa editrice Il Mulino. Secondo l’autorevole scrittore, già professore emerito di Neurobiologia alla Normale di Pisa e attuale vicepresidente dell’Accademia dei Lincei, sono state la tecnologia e la globalizzazione ad aver creato la solitudine, a sua volta causata da un eccesso di stimoli, da una saturazione di tutti i ricettori (soprattutto quelli uditivi e visivi) che inducono un’attività frenetica del cervello, togliendo a loro volta spazio alla riflessione fino quasi a impedire la libertà del pensiero. La solitudine che si è venuta a creare è un paradosso della solitudine stessa: “è la solitudine di un cervello che, solo in una stanza, invia e riceve notizie unicamente attraverso messaggeri strumentali informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri”.

Giuseppe Fantasia sull’Huffington Post

Sfoglia il libro: Elogio della ribellione

Tecnologia e globalizzazione hanno paradossalmente creato solitudine,9788815263407_0_240_0_0 causata da un eccesso di stimoli, che inducono un’attività frenetica del cervello, levando spazio alla riflessione e alla libertà del pensiero, intasato dalle entrate sensoriali saturate dalle connessioni in rete e dalla televisione. È la solitudine di un cervello che in una stanza invia e riceve notizie solo attraverso messaggeri strumentali informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri. Il cervello troppo connesso è un cervello solo, perché rischia di perdere gli stimoli fisiologici dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda.

Clicca qui per leggere un capitolo di Elogio della ribellione di Lamberto Maffei (Il Mulino)

L’armadillo di Zerocalcare per la liberazione di Del Grande

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Zerocalcare torna a chiedere la liberazione del documentarista Gabriele Del Grande che dal 9 aprile è in stato di fermo in Turchia. “L’Italia dovrebbe far sentire di più la sua pressione”, ha detto a Palermo. Poi ha disegnato l’armadillo che tiene un cartello con su scritto: “#Free Gabriele Del Grande #Free pure gli altri giornalisti #Free pure gli avvocati e gli insegnati e i dissidenti”. Il fumettista romano aveva già dedicato un disegno a Del Grande, a 5 giorni dall’arresto.

Guarda il video sul sito di Repubblica

La Turchia di Erdogan è diventata la più grande prigione al mondo per giornalisti

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Oltre 150 giornalisti arrestati, in migliaia licenziati senza motivo: ormai basta un tweet contro il governo per finire in carcere per mesi. «La situazione è destinata a peggiorare drammaticamente ma con questo referendum abbiamo capito che sta perdendo consenso e per rimanere al potere sarà obbligato a fare sempre maggiore ricorso alla forza»

«Il golpe è stato utilizzato da Erdogan per far fuori tutti i suoi nemici, vicini e lontani, e per sbarazzarsi di chiunque possa mettere a nudo la sua retorica», racconta al telefono una giornalista di Hurryet che non vuole essere citata per paura di ritorsioni: «La parola chiave è “terrorista”». In Turchia è un terrorista chiunque dia fastidio al potere: i militanti di sinistra, alcuni ecologisti, i curdi, i giornalisti che non seguono le direttive di governo. Sono tutti terroristi o amici di terroristi. Una ragione sufficiente, durante questo periodo di legge marziale, per essere sbattuti in prigione senza un’accusa precisa e senza limiti temporali. E, difatti, anche il nostro Del Grande è stato accusato da Ankara di parlare con terroristi.

Federica Bianchi sull’Espresso

Nel paradiso dei turisti i giovani sognano il jihad

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“Combattono proprio bene, è vero?”, mi dice il tassista con orgoglio quando gli dico che arrivo dal Medio Oriente, che sono una giornalista. A Parigi, a Bruxelles, a Tunisi, parli con i musulmani dei jihadisti del gruppo Stato islamico (Is) e tutti ti rispondono mortificati, quasi a volersi scusare, ti dicono: sono fuori di testa. Alle Maldive ti dicono: sono degli eroi.

Molti turisti occidentali neppure notano che questo è un paese musulmano. E invece le Maldive sono il paese non arabo con il più alto numero pro capite di foreign fighters. Duecento, più o meno, su quattrocentomila abitanti. Il governo nega. Ma ognuno ha un fratello, un cugino in Siria. Mentre il mondo guardava le Olimpiadi, ad agosto, qui tutti guardavano la battaglia di Aleppo. E tifavano Al Qaeda. In teoria le Maldive sono un arcipelago di 1.192 isole. Ma per i maldiviani sono un’isola sola: Malé. La capitale. Le isole non hanno che un paio di negozi, una scuola. Un campetto da calcio. A volte non hanno neppure l’elettricità. Per qualsiasi cosa, si viene a Malé. Che sembra una città come mille altre: ma sono 5,8 chilometri quadrati, 130mila residenti, e una popolazione reale che è più del doppio: a Malé ogni anfratto è abitato.

Prima o poi veniamo tutti arrestati, e tutti per droga, perché quando vivi in dieci in una stanza, la verità è che vivi per strada

Lungo una delle vie principali, la Buruzu Magu, mi infilo in una fenditura che è uno scorcio di cartolina, una casa blu, una casa verde, una casa gialla. In fondo, una scala a chiocciola. Dietro la prima porta a destra abitano in cinque, dietro la prima a sinistra in nove, dietro la seconda sono tutti immigrati, vengono dal Bangladesh, è una stanza sola e sono in 18, dormono a turno. Nella casa dopo, dietro una porta che è una tavola di compensato marcio, madre e figlia chiacchierano nel buio, e accanto, su una stuoia logora, logora anche lei, una vecchia che rantola, i capelli grigi sfibrati come fili di una lampadina fulminata. Vivono in 16, qui, tra stracci e scarpe sfondate, i muri rattoppati con iuta e lamiere, il tanfo dei corpi. La cucina è un fornello da campeggio. Le stanze non hanno tavoli, sedie, niente, né finestre, tutto è sparso alla rinfusa, il bucato appeso al soffitto ad asciugare. Alla parete il televisore al plasma avuto alle ultime elezioni in cambio del voto. Ma uno stipendio medio, qui, è ottomila rufiyaa, 490 euro: quanto una bolletta dell’elettricità. L’affitto, per tre stanze, è ventimila rufiyaa.

Leggi il reportage di Francesca Borri su Internazionale

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