Monthly Archives: maggio 2017

La legge del mare, tra ong e magistrati. Ascolta la puntata

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Da giorni la questione ONG accende gli animi, scatena polemiche e fa circolare false notizie intorno al rapporto tra le associazioni che salvano i migranti in mare e gli scafisti. E mentre il Copasir smentisce l’ipotesi di un dossier dei servizi segreti sulla questione, oggi verrà sentito in audizione al Senato il protagonista di questa vicenda, il PM di Catania Carmelo Zuccaro. La legge del mare, i comportamenti della magistratura, il nostro rapporto con le operazioni umanitarie, il bene che dà fastidio, specie quando iniziano le campagne elettorali.

Gli ospiti del 3 maggio 2017

Vittorio Alessandro, già Ammiraglio della Guardia Costiera, ora presidente del Parco Nazionale 5 Terre
Carlo Bonini, inviato di Repubblica, autore di libri inchiesta , citiamo l’ultimo, Il corpo del reato (Feltrinelli, 2016), scrive oggi su questo tema
Livio Pepino, già presidente di Magistratura Democratica e componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente è responsabile delle Edizioni Gruppo Abele, direttore della rivista “Questione giustizia”
Gianni Rufini, insegna Aiuto umanitario e Peace Keeping, è presidente della rete di formatori umanitari Fields

Javier Schunk, coordinatore scientifico del master in cooperazione dell’Ispi

Adriano Favole, antropologo, vicedirettore del Dipartimento Cultura politica e società dell’Università di Torino, collabora con La Lettura del Corriere della Sera, ultimo libro uscito per Laterza La bussola dell’antropologo. Orientarsi in un mare di culture

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Le leggi del mare e le fake news

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“Le Ong scelgono di portare i migranti nei porti italiani e non in quelli, pià vicini, di Libia o Tunisia come vorrebbero le leggi del mare“..”gli incroci tra navi delle Ong e scafisti sono dei rendez-vous organizzati”..queste ed altre fake news girano con successo in rete e sui media. Facciamo chiarezza sulle leggi del mare con l’ex ammiraglio della Guardia Costiera Vittorio Alessandro. Ascoltalo qui

Ong, il diario di Erri De Luca dalla nave Msf: “Io sto con questi pescatori di uomini che salvano migranti nel Mediterraneo”

epa03144065 Italian writer Erri de Luca poses for photographers as he presents the Spanish-language version of his book 'I pesci non chiudono gli occhi' (The fish shut their eyes) in Madrid, Spain, 14 March 2012.  EPA/PACO CAMPOS

EPA/PACO CAMPOS

Alle 6 di mattina a 18 miglia dalla costa libica Pietro Catania, capitano della nave salvataggio Prudence di Medici Senza Frontiere, mi fa vedere sulla carta nautica tre gommoni segnalati in partenza nella notte dalle spiagge di Sabrata. Alle 6 di mattina hanno raggiunto le 8 miglia di distanza. Inizio il turno di avvistamento al binocolo. Il radar di bordo non basta a segnalare un’imbarcazione bassa, fatta di gomma e di corpi umani. Sull’altro bordo di prua Matthias Kennes, responsabile di Msf, sorveglia il rimanente pezzo di orizzonte. Si vedono le luci della costa, l’alba è limpida. Passano le ore inutilmente.

Veniamo a sapere che i gommoni sono stati intercettati dalle motovedette libiche e costrette al rientro. Avevano raggiunto le 15 miglia, perciò fuori dal limite territoriale delle 12, che sono in terra 22 km. Potevano lasciarli stare. Sono già condannati a morte se fanno naufragio entro il limite, dove non possiamo intervenire. Li riportano a terra per chiuderli di nuovo in qualche gabbia: non tutti. Uno dei gommoni trainati si rovescia. Affogano in novantasette. Quando si tratta di vite umane, le devo scrivere con le letteree non con le cifre. Ventisette invece sono ammesse alla lotteria della salvezza. A bordo della Prudence era tutto pronto. Restiamo con i pugni chiusi, senza poterli aprire per raccogliere. Guardo il mare stasera: disteso, pareggiato a tappeto.

Continua a leggere il racconto di Erri De Luca

Ong-scafisti, le prove ci sono. Ecco perché il pm non può usarle

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Le prove ci sono. E sono chiare: dimostrano che alcune delle navi Ong che pattugliano il Mediterraneo centrale hanno avuto contatti diretti con i trafficanti di uomini. Il pm di Catania, Carmelo Zuccaro, lo ripete da settimane ai quattro venti che non mancano le “evidenze”. Solo che non possono essere usate come prove. Cosa significa?

Semplice: che qualora Zuccaro decidesse di iscrivere le Ong nel registro degli indagati e riuscisse a portarle in Tribunale, sebbene abbia intercettazioni inequivocabili, queste non potrebbero essere sfruttate per l’incriminazione. Le registrazioni di cui dispone il pool di magistrati catanesi, infatti, arrivano dagli 007 tedeschi ed olandesi. Per diventare giuridicamente delle “prove”, cioè utilizzabili in Aula, dovrebbero provenire da organi di polizia giudiziaria. Zuccaro da tempo lamenta mancanza di risorse sufficienti, e finalmente il governo potrebbe concedergli qualche uomo in più. Ma per ora i documenti di cui dispone sono carta straccia di fronte a un giudice.

“Alcune agenzie – ha dichiarato ieri Zuccaro al sito LiveSicilia – che non svolgono attività di polizia giudiziaria hanno documentato i contatti ma si tratta di atti che non posso utilizzare processualmente, anche se mi danno la conoscenza certa che questo avviene”. I servizi segreti esteri infatti si muovo con maggiore libertà di quelli italiani, ovvero senza l’autorizzazione preventiva di un magistrato. E questo, in base al codice penale italiano, rende le intercettazioni del tutto inutilizzabili. Chiaro? Si tratta di un cavillo legale, altrimenti le Ong sarebbero già in Tribunale a fornire spiegazoni.

Continua a leggere l’articolo di Giuseppe De Lorenzo sul Giornale

Siate sinceri. Volete solo che le navi Ong smettano di salvare vite

“Dovremmo lasciarli morire in mare”: più monta l’operazione di stigmatizzazione e colpevolizzazione nei confronti delle Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo, più chiaramente prende forma questo truce sottotesto. Ma si tratta di una deduzione implicita, suggerita sotto voce e non rivendicata, perché nessuno ha avuto ancora il coraggio di arrivare in fondo al ragionamento (oddio, qualcuno ci va molto, ma molto vicino). Perché, se l’impianto accusatorio (ancora non supportato da alcun elemento di prova emerso dalle indagini conoscitive in corso e da quelle giudiziarie chiassosamente annunciate) intende processare l’operato di una decina di organizzazioni impegnate a salvare vite, l’obiettivo sembra essere comunque che quelle navi smettano di operare. E, con esse, si interrompa anche l’attività dei nostri militari. Solo così si fermerebbe l’invasione: facendo morire in mare i migranti verrebbero a estinguersi gli stessi invasori. Oplà, il gioco è fatto. O, in ogni caso, si vorrebbe se non fermare, rendere assai più difficile il lavoro di quelle navi perché la loro presenza dà in qualche modo fastidio. Ma su quali elementi si basa l’impianto accusatorio nel pubblico processo a cui stiamo assistendo? Innanzitutto, da un rapporto di Frontex che accenna ad alcune conseguenze non volute (“unintended consequences”), ad effetti involontariamente avversi che coinvolgerebbero la presenza delle navi militari e di quelle delle Ong e il loro aumento nel corso del 2016, a poche miglia dal limite delle acque libiche.

Continua a leggere l’articolo di Luigi Manconi su Huffington Post

Se le indagini si aprono col “forse”

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Foto La Presse

Negli anni 90 faceva molto ridere in tv, in uno dei primi programmi di satira politica, la gag del conduttore di Tg che iniziava la sua cronaca con l’espressione “Pare che…”. Oggi anche i retroscenisti più spericolati evitano di usare espressioni del genere, una notizia non può essere data col beneficio del dubbio, altrimenti non è una notizia. Il dubbio, piuttosto, è salutare inserirlo sulle possibili conseguenze di una notizia, che però deve essere certa e verificata. Non va sempre così ma è il principio cardine del giornalismo, almeno in teoria una professione seria e delicata. Ancora più serio e delicato è il ruolo di procuratore capo. Il punto di partenza dell’azione penale non può che essere un fatto certo sul quale verificare una ipotesi di reato definita. Sostenere che si è aperta “una indagine sulla situazione nel Mediterraneo”, oltre a correre il rischio sempre in agguato del ridicolo, porta inevitabilmente ad annunciare l’inizio dell’indagine con l’avverbio meno rassicurante: “Forse”. E’ quello che è capitato al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che da come parla sembra più il presidente di una commissione parlamentare che il capo di una procura della Repubblica e finisce per ricordare la gag del giornalista che dice “Pare che…”.

Massimo Bordin su Il Foglio

Carmelo Zuccaro e la sorpresa generale per un magistrato che parla senza prove

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Foto La Presse

Così l’altro giorno, fulmine a ciel sereno, tradizione violata, etica vilipesa, professionalità tradita e strappo inconcepibile, in questo nostro paese, i giornalisti italiani hanno scoperto l’esistenza di un magistrato che organizza conferenze stampa “per lanciare accuse senza prove processualmente valide”. Quale vertiginosa novità. Ma che prontezza di scrittura. E quanto stentoree, le sacrosante denunce. E i nostri giornalisti dalla schiena dritta: che stronzi.

Andrea Marcenaro su Il Foglio