Monthly Archives: maggio 2017

I delusi del lavoro: la flessibilità non ha vinto, torna la richiesta del posto fisso

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Il sondaggio. Più di due italiani su tre pensano che abbia ancora senso celebrare il Primo maggio. E nell’indagine Demos-Coop oltre il 70 per cento è a favore del ripristino dell’articolo 18

Il “lavoro” rimane un riferimento importante per la nostra società. Così la “Festa del lavoro” del Primo maggio suscita sempre grande consenso. Lo conferma il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall’Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica. Più di due italiani su tre ritengono, infatti, che “celebrare” il Primo Maggio abbia ancora senso. È un sentimento diffuso in tutta la popolazione. Senza chiare “esclusioni” ideologiche. E quindi anche fra gli elettori di centro-destra e di destra. Celebrare il lavoro, a questi italiani, appare tanto più significativo perché si tratta di una risorsa sempre più scarsa e dequalificata. Una larga parte degli intervistati, oltre 7 su 10, afferma di non aver percepito la ripresa. Secondo loro, l’occupazione non è mai ripartita. E se le statistiche dicono cose diverse, loro non se ne sono accorti. Semmai, pensano che si sia allargato il lavoro “nero”. E, ancor più, il lavoro “precario”. Ne sono convinti 3 italiani su 4. D’altra parte non c’è fiducia nella politica e nelle politiche. Nei risultati delle leggi approvate negli ultimi anni. Meno di 1 italiano su 10 pensa che il Jobs Act abbia prodotto effetti. Mentre l’abolizione dei voucher ha convinto quasi tutti gli intervistati. Ma del contrario: allargherà ancor più il lavoro nero e precario. Il “reddito di inclusione sociale”, invece, per ora, lo conoscono in pochi.

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Neet, un (triste) primato italiano

Più di un milione e 300mila registrati, quasi un milione di “presi in carico”, 500mila coinvolti in misure di politica attiva. La partecipazione a Garanzia Giovani, a tre anni esatti dall’avvio, c’è stata. E si affacciano timidi segnali di recupero sul cruscotto del lavoro. In base al primo rapporto di monitoraggio del programma realizzato dall’Anpal (Agenzia nazionale delle politiche attive) – clicca qui per l’anticipazione de Il Sole 24 Ore.

Cosa faremo da grandi, dossier sul lavoro

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Getty Images

L’abbiamo visto negli Stati Uniti l’anno scorso, in Europa in questi mesi: le elezioni che stanno ridisegnando la geografia politica dell’Occidente hanno in comune la grande paura dei cittadini per il futuro del lavoro. L’intelligenza artificiale renderà l’uomo obsoleto? Nella competizione con i Paesi emergenti siamo destinati a soccombere? Cosa faremo da grandi, e soprattutto a quali condizioni lo faremo? Le visioni catastrofiste così come il facile ottimismo non aiutano a capire la trasformazione in corso. I dati dicono che la ripresa dell’occupazione c’è, in America e in Europa, il lavoro non è finito, ma è finita una vecchia maniera di intenderlo. Si è esaurito il sistema di welfare concepito nel Novecento e dobbiamo ripensarlo. Sul nuovo numero di pagina99, in edicola e in edizione digitale da domani, proviamo a raccontarvi il futuro che è già tra noi: i lavori che ci sono in Italia e quelli che verranno, le competenze di cui avremo bisogno per non restare indietro. Le idee nuove per nuove tutele dei lavoratori.

Ma anche la sfida a cui è chiamata la sinistra. In Italia, dove torna la contrapposizione, che credevamo ormai superata, tra diritti sociali e civili. E in Europa, dove Emmanuel Macron si candida a governare la Francia con un programma anti-statalista che è la negazione di tutto quello che rappresentano Mélanchon e Hamon. Fino a Londra, con la crisi dei laburisti che rischia di consegnare ai conservatori una maggioranza assoluta.

Leggi l’inchiesta su Pagina99

Giovani e lavoro, un amore difficile

Sembra ci sia una certa difficoltà a che scocchi la scintilla tra domanda e offerta di lavoro in Italia. Soprattutto per quanto riguarda il mondo giovanile. I NEET, cioè i giovani di 15-29 anni che non studiano e non lavorano, sono oltre 2,2 milioni (il 24,3% della relativa popolazione), con una incidenza più elevata tra le donne rispetto agli uomini. Eppure i posti vacanti, cioè quelli per cui un’impresa sta cercando attivamente un candidato, sono lo 0,8% che in valori assolti rappresenta un numero molto elevato. Per esempio in un settore come quello dell’Ict, che dovrebbe essere uno dei favoriti per l’occupazione giovanile,  l‘Ue stima che entro il 2020 ci saranno fino a 800mila posti vacanti e, già oggi, in sette dei Paesi membri mancano al mercato 150mila professionisti del settore. Ci troviamo di fronte a quello che il premio Nobel Alvin Roth chiama “mercato imperfetto” dove non è il denaro l’unico fattore a determinare che cosa spetta a ciascuno. E’ una questione di “matchmaking”, la nuova scienza economica che studia come abbinare domanda e offerta affinché ognuno abbia il suo. Ma in che modo si possono incontrare, innamorarsi e giurarsi amore un NEET e un lavoro?

Prima di trovare l’amore, bisogna volerlo cercare e darsi da fare. Anche con il lavoro funziona così.

Francesca Devescovi sul Sole24Ore

Le aziende non hanno bisogno di nuove idee, hanno bisogno di valori

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Siamo sommersi da idee, stimoli e infiniti dati. Ma big data analytics e brainstorming non ci permettono di fare alcuna innovazione radicale. Per quella servono valori. L’aveva capito Steve Jobs e in Italia Oscar Farinetti. Sono tra i protagonisti del libro “Overcrowded” di Roberto Verganti.

Queste situazioni di contrasto, spiega il docente del Politecnico, derivano anche da una letteratura di management, portata avanti anche nelle business school, che ignorano completamente il campo dei valori. «È come se cercassimo di lobomizzare i nostri studenti – commenta -. Forniamo loro strumenti anche molto efficaci. Ma il valore e il senso delle cose è qualcosa di cui non si discute mai. Invece in questo momento per fare business la chiave di volta è proprio capire che cosa abbia senso».

Gli stessi manager, di fronte al rischio di un’innovazione, spesso si affidano a focus group e a ricerche di mercato che coprono loro le spalle. «Sono tutti trucchi per allontanarsi dalle proprie responsabilità. I grandi leader invece hanno una visione e la portano avanti. Può anche essere una visione sbagliata, ma è meglio di non avere una visione».

Fabrizio Patti su L’Inkiesta

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