Monthly Archives: giugno 2017

Morte dignitosa per Riina: pietas o diritto inalienabile?

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I giudici di Cassazione chiedono al tribunale di sorveglianza di motivare il no alla scarcerazione di Totò Riina in fin di vita. “Un errore: è ancora il capo di Cosa Nostra” dice a Tutta la città ne parla Rosy Bindi. “Un pronunciamento che rispetta la carta europea dei diritti dell’uomo”, dice Gonnella di Antigone. Che ne pensate? Ed è giusto scomodare la pietas latina, quella di Enea?

Gli ospiti del 6 giugno 2017

Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica esperto di mafia

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e di Cild, Coalizione italiana libertà e diritti civili

Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare Antimafia

Nicola Gardini, antichista, insegna letteratura italiana a Oxford

La salute degli altri. Voci dal Festival dell’Economia di Trento

flavia bustreo

Malattie e mancanza di cure spingono le popolazioni a spostarsi dal sud del mondo verso i paesi più ricchi. Ridurre la disuguaglianza sanitaria significa creare società più giuste in cui le persone non siano costrette a lasciare il proprio paese. Ne parliamo con la vicedirettrice generale dell’OMS Flavia Bustreo, con il presidente di Amref Mario Raffaelli e con l’economista Andrea Boitani.

Incroci di civiltà on air: Yehosua, Noteboom, Natsuo Kirino e gli altri…

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10 studenti e redattori della preziosa Radio Ca’Foscari hanno incontrato a Venezia 5 protagonisti di Incroci di civiltà, il festival che ogni anno dimostra come la letteratura sia il primo terreno d’incontro tra storie, culture, identità diverse, lontane, in conflitto: Abraham Yehoshua, Cees Noteboom, Natsuo Kirino, Mariana Enriquez, Jonas Khemiri. Tutte da ascoltare, qui

Farlo morire in casa non sarebbe un segno di debolezza. Anzi

La differenza tra noi, società civile e Stato di diritto, e la mafia sta tutta qui. Nel fatto che noi rispettiamo, siamo costretti a rispettare sempre, la vita e la morte di chiunque. E le leggi. La mafia no, non rispetta né l’una, né le altre. Non rispetta nulla, ma è la mafia e noi siamo una nazione civile e dobbiamo correre il rischio di applicare la legge, nei confronti di chiunque. Anche di quello che fu il capo della mafia.

Per questo, la Cassazione ha fatto bene a chiedere che sia valutata attentamente la legittima richiesta di esser scarcerato avanzata dall’86enne boss mafioso Salvatore Riina, detto Totò ‘u curtu, in carcere dal 1994 e condannato a vari ergastoli. Riina è malato e vuole morire a casa sua.

Non è questione di “pietà”, non è questione di garantismo, i giudici non devono rispondere a un desiderio di vendetta invocata dalla piazza. Questa è una fredda questione di legge e la legge è eguale per tutti, anche per un boss efferato e senza pietà come Riina.

Antonio Roccuzzo sul Fatto Quotidiano

No, non è vero che la Cassazione ha detto di liberare Riina

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Se martedì mattina qualche giornale dovesse titolare “Vogliono liberare Riina” è bene sapere che ci sarebbe dell’esagerazione. Lunedì è stata resa pubblica una sentenza della prima sezione penale della Cassazione sulle condizioni di detenzione del “capo dei capi”. La trafila è questa: Riina, che ha 86 anni, gli ultimi 24 dei quali trascorsi in carcere, sta male e il suo avvocato ha presentato un’istanza al tribunale di sorveglianza di Bologna (Riina è detenuto a Parma) in cui si chiede la sospensione della pena o almeno i domiciliari.

I giudici bolognesi hanno risposto di no, motivando con la intatta pericolosità del personaggio. La Cassazione ha annullato la decisione ma – ecco il punto – rinviandola ai giudici bolognesi per “difetto di motivazione”. Vuol dire che dovranno scriverla meglio. La Cassazione spiega che la pericolosità da sola non basta come argomento, scrive che esiste per tutti, anche per i peggiori dunque, il “diritto a una morte dignitosa”. Non si esclude che possa avvenire in carcere ma si chiede di argomentare più analiticamente.

Ci sono dei precedenti, l’ultimo è il caso di Provenzano che obiettivamente stava ancora peggio di Riina ma fu lasciato morire in carcere. Prima ancora analoga sorte ebbe Michele Greco detto “il Papa” e ancora prima toccò a quello che di Riina e Provenzano era stato il capo, Luciano Liggio. Erano tutti pluriergastolani e grandi capi. Per i boss di medio calibro il trattamento è stato talvolta diverso. Gaetano Fidanzati e Gerlando Alberti furono mandati a morire a casa loro. Difficilmente sarà così per Riina. La Cassazione ha chiesto solo di rispettare le forme. In fondo esiste per questo.

Massimo Bordin sul Foglio

Riina, il ‘ritratto’ di Falcone e Borsellino – Dagli archivi dell’ANSA

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Nell’agosto 1978, in seguito alle ”confidenze” raccolte dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, anche lui poi assassinato, i carabinieri stilarono l’ ennesimo rapporto a carico del capomafia: ”Riina Salvatore e Provenzano Bernardo – affermo’ Di Cristina – soprannominati per la loro ferocia ‘le belve’ sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi sono responsabili di non meno di quaranta omicidi e, su commissione dello stesso Liggio, dell’assassinio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo che aveva portato Liggio sul banco degli imputati”. Il boss di Riesi definì inoltre Riina ”egualmente pericoloso ma ben più intelligente di Provenzano”. Un’immagine che concorda perfettamente con quella fatta dal piu’ importante ”pentito” della mafia, Tommaso Buscetta, che ha descritto ”la ferocia e il ruolo fondamentale di Riina – scrivono i giudici del ”pool”- nelle più torbide vicende di Cosa Nostra”. Buscetta racconta che all’inizio degli anni ’80 si era radicalizzato il contrasto esistente all’interno dell’ organizzazione tra Totò Riina e Stefano Bontade, tanto che quest’ ultimo aveva confidato allo stesso Buscetta di volerlo uccidere personalmente durante una riunione della commissione”. Riina lo anticipò, facendolo assassinare con una sventagliata di kalashnikov. Fu quello il primo atto di una sanguinosa guerra di mafia conclusasi con l’eliminazione di tutti gli avversari dei ”corleonesi”. (SEGUE).

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