Monthly Archives: giugno 2017

Femminicidio: 12 anni dopo un risarcimento amaro. Ascolta la puntata

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Marianna Maduca è stata uccisa 10 anni fa da suo marito. Aveva sporto denuncia 12 volte, dodici. La sentenza del Tribunale di Messina ha applicato la norma sulla responsabilità civile dei magistrati chiedendo che lo Stato, cioè la Presidenza del Consiglio dei Ministri, risarcisca con 253mila euro i figli della vittima perché è colpa della Procura, dunque dello Stato, se Marianna non è stata ascoltata. Le storie di femminicidio sono, troppo spesso, storie di ascolto negato, ma la sentenza è importante perché è proprio un tribunale a denunciare la sordità delle istituzioni e a dire che così non si può più andare avanti.

Gli ospiti del 14 giugno 2017

Giusi Fasano, giornalista del Corriere della Sera, scrive oggi sulla vicenda di Mariana Manduca, aveva raccolto la prima testimonianza di Lucia Annibali con la quale ha poi scritto il libro Io ci sono(Rizzoli)
Alessandra Notarbartolo, coordinamento antiviolenza 21 luglio di Palermo
Davide Barbieri, ricercatore statistico di Eige, European Institute For Gender Equality, con la sede a Vilnius. Si occupa nello specifico della ricerca sul Gender Based Violence
Francesco Di Ciommo, insegna diritto privato all’Università Luiss di Roma
Luigi Bobbio, politologo ha insegnato Analisi delle politiche pubbliche all’Università di Torino, si è occupato molto delle ricadute, degli impatti sociali ed economici dei grandi eventi e delle grandi opere. Tra i suoi libri citiamo I governi locali nelle democrazie contemporanee (Laterza, 2006) e La Tav e la Val di Susa (Allemandi, 2008)

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Contrastare la violenza sulle donne con un piano strutturato e nazionale

Un ritorno di 9 euro per ogni euro investito, tanto varrebbe adottare a livello nazionale un piano strutturato di politiche che prevengano la violenza sulle donne e sui loro bambini e la sua reiterazione. Una stima previsionale che in termini economici misura il cambiamento sociale generato dagli investimenti pubblici in specifiche e strutturate politiche di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.

Politiche che vanno adottate per applicare in maniera concreta la Convenzione di Istanbul, il più avanzato strumento giuridico in materia di prevenzione e contrasto della violenza di genere, vigente e vincolante per l’Italia e per tutti i paesi firmatari.
Nel 2013 noi di WeWorld abbiamo calcolato il costo economico e sociale che il nostro paese sostiene ogni anno per il fatto che le donne subiscono ancora oggi violenza psicologica, economica, fisica e sessuale. Uno dei primi tentativi in Italia di legare l’impatto della violenza sulla nostra società a una scala di misurazione monetaria, per offrire un punto di vista diverso sul fenomeno e per ottenere degli elementi conoscitivi indispensabili per produrre scelte politiche realmente efficaci.

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LA NUOVA LEGGE SUL FEMMINICIDIO

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Il decreto legge sul femminicidio è stato convertito in legge fra le polemiche, in quanto per motivi di tempo (doveva essere approvato dal Senato entro il 15 ottobre, pena la decadenza) non si è potuto apportare modifiche al testo. Degli undici articoli che compongono il provvedimento, poi, soltanto cinque si riferiscono alla violenza sulle donne, mentre i restanti sei investono questioni che nulla hanno a che vedere con la tematica in questione: si va dalla sicurezza alle misure contro i No Tav, fino ad articoli sulla Protezione civile e sulle Province.

I PROVVEDIMENTI

Diventa aggravante la relazione affettiva con la donna – Sotto il profilo penale, d’ora in poi sarà rilevante la relazione tra l’aggressore e la vittima di violenza. Basta un legame sentimentale per fare scattare una pena più pesante nei confronti del condannato. La nuova aggravante comune è applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte. Prevista la possibilità di inasprire la pena anche nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge (anche separato o divorziato) o da chi sia o sia stato legato da relazione affettiva. Arresto obbligatorio in flagranza, introdotto il braccialetto elettronico – Se le forze dell’ordine sorprenderanno una persona nell’atto di commettere i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking, dovranno arrestarlo all’istante. Inoltre, la polizia giudiziaria, se autorizzata dal pm e se ricorre la flagranza di gravi reati (tra cui lesioni gravi, minaccia aggravata e violenze), può applicare la misura pre-cautelare dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. I destinatari di questo provvedimento potranno essere controllati attraverso il braccialetto elettronico o altri strumenti elettronici. Nel caso di atti persecutori, inoltre, sarà possibile ricorrere alle intercettazioni telefoniche.

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Sicilia, condannata la procura: non fermò in tempo l’uomo che uccise la moglie

“Mi ha minacciato con un coltello, non so più che devo fare: aiutatemi”: con queste parole Marianna Manduca si rivolgeva alla procura di Caltagirone, poco prima di essere uccisa dal marito, Saverio Nolfo con sei coltellate al petto e all’addome il 4 ottobre del 2007 a Palagonia. Dodici denunce cadute nel vuoto e fattesi particolarmente allarmanti negli ultimi sei mesi di vita. Quei sei mesi in cui i pm la ignorarono: “All’epoca la questione fu considerata alla stregua di una lite familiare”, commenta l’avvocato del padre adottivo dei figli di lei, Alfredo Galasso.

Manuela Modica su Repubblica Palermo

Giustizia per Marianna Manduca

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Alla fine Marianna Manduca ha dunque avuto giustizia: il tribunale di Messina ha condannato la presidenza del Consiglio dei ministri — cioè lo Stato — a risarcire il tutore dei suoi figli. Viene così punita l’inerzia della Procura di Caltagirone, che dieci anni fa, nonostante le ripetute violenze commesse nei suoi confronti dal marito Saverio Nolfo, non lo fermò.

Dodici coltellate

Marianna Manduca aveva 32 anni quando, il 3 ottobre 2007, Nolfo la ammazzò con dodici coltellate. Dodici come le denunce che la ragazza aveva presentato alla Procura di Caltagirone, senza che nessuno prendesse sul serio le minacce e le aggressioni, perfino pubbliche, che subiva. Accadde a Palagonia, nel Catanese, e pochi giorni dopo Marianna avrebbe vinto la lunga battaglia giudiziaria per l’affidamento dei tre figli. L’uomo sconta una condanna a vent’anni, ma finora la vittima non aveva mai avuto vera giustizia, né in vita né in morte.

Il ricorso del cugino

La dannazione di Marianna finì in parte nel settembre 2014, quando la Corte di Cassazione accolse il ricorso del cugino, tutore dei suoi figli, che vivono con lui e la sua famiglia nelle Marche. In base a quella sentenza, la Corte di Appello di Messina non avrebbe più potuto respingere per scadenza dei termini la richiesta di risarcimento ai tre ragazzi per la «negligenza inescusabile» dei pubblici ministeri che avrebbero dovuto prendere in esame le denunce della madre. Per i giudici messinesi, l’istanza andava presentata entro due anni dalla morte di Marianna. La Cassazione li aveva costretti a ragionare: la scadenza dei termini andava calcolata «dal momento in cui i minori stessi avessero acquistato la capacità di agire», cioè dal giorno in cui un adulto è stato nominato loro tutore, cosa avvenuta solo nel dicembre 2010.

I figli affidati al padre

Il rifiuto di ammettere la richiesta di indennizzo era stato solo l’ultimo affronto della giustizia di questo paese a Marianna Manduca e alla sua memoria. Prima c’era stata l’inerzia di fronte alle sue denunce, e prima ancora l’incredibile decisione di affidare i bambini al padre, nullatenente e tossicodipendente ma capace — dopo avere di fatto sequestrato i figli e impedito per mesi alla madre di vederli — di plagiarli fino a indurli a mostrarsi ostili a Marianna nelle udienze in cui si discuteva la loro sorte. La giustizia ci cascò: quando stava finalmente per rimediare, arrivarono le pugnalate di Saverio Nolfo. Alla ragazza non era bastato il coraggio di lasciare il marito dopo anni di violenze.

«Vincere la paura»

La sua storia ricalca le tante lette e ascoltate troppe volte: un amore ingenuo, l’errore di cedere alla richiesta di rinunciare al proprio lavoro, l’inizio dell’incubo, la vergogna e il terrore di ribellarsi: «Capisco che è difficile, a chi non ha mai vissuto nulla di simile, comprendere tutto ciò, soprattutto comprendere come sia possibile patire tutto e sempre in silenzio, ma avevo molta paura e il clima in cui vivevo era davvero pesante». Sono parole di Marianna. Che poi la paura seppe vincerla, ma non le bastò. L’invito giusto e ovvio che viene sempre rivolto alle donne nella sua situazione — smettete di subire, affidatevi alle istituzioni — lei lo accolse ma le istituzioni non la ascoltarono. Forse il suo coraggio, e la condanna subita dallo Stato che non la protesse, le renderanno più attente.

Gianluca Mercuri sulla 27esimaora del Corriere della Sera

“Sono caduta dalle scale”

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Al Pronto Soccorso arrivano donne contuse, ferite: a volte parlano, altre volte si nascondono dietro le solite scuse (“sono caduta dalle scale“, “ho sbattuto contro una porta”). Lo sportello antiviolenza dell’Ospedale San Camillo è in prima linea. Qui la testimonianza dell’operatrice Anna Verdelocco