Monthly Archives: giugno 2017

Carcere: non confondiamo il reato con la persona. Ascolta la puntata

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Un delinquente, spesso, entra presto nella spirale del crimine e non conosce alternative. Giorgio da Livorno, volontario in carcere, porta stamattina uno spunto importante di riflessione a partire dal caso di cronaca di Pisa: non confondiamo il reato con la persona, una cosa è il crimine compiuto, un’altra il destino della persona che lo compie. Il lavoro è un deterrente straordinario, il tasso di recidiva, che normalmente si aggira intorno al 70%, può scendere anche sotto il 10 quando il detenuto inizia a conoscere, a imparare un lavoro.

Gli ospiti del 16 giugno 2017

Daniela De Robert, è membro del collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale
Daniela Stasio, giornalista, si occupa di giustizia da 30anni, prima al Sole24Ore4
Andrea Basso, vicepresidente della Cooperativa Sociale Giotto di Padova
Alvise Sbraccia, sociologo, insegna criminologia all’università di Bologna, ha firmato il libroSociologia della devianza e della criminalità (Laterza 2010). Ha lavorato sul tema della recidiva e pubblicato un capitolo su questo in un libro collettaneo Processo penale, cultura giuridica e ricerca empirica (Maggioli 2017)
Anna Buratti, fino a sabato scorso ha lavorato come psicologa nel carcere di Verona

Ascolta la puntata

Lavorare in carcere

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Secondo Daniela De Robert, membro del collegio del garante nazionale dei diritti dei detenuti, per i carcerati italiani ci sono troppe poche possibilità di svolgere un lavoro qualificante. C’è bisogno di coinvolgere le imprese per dare una risposta sociale e non solo penale. Ascolta qui

Sfoglia il libro: Non sarà sempre così

Ci sono molte strade che portano all’inferno, per uscirne pochissime. E se all’inferno ci sei nato, quasi nessuna. Luigi respira povertà, emarginazione e violenza da quando era bambino. Il padre, che entra ed esce dal carcere, riversa sulla moglie ossessioni e frustrazioni, massacrandola di botte davanti ai bambini. Una spirale sempre più pericolosa. Disgustato da lui, ma bisognoso del suo ruolo, solo e arrabbiato, Luigi trova il calore della famiglia che non ha in un gruppo di skinhead. L’appartenenza a un branco, il rito, la possibilità di sfogare contro “i nemici” la rabbia che ha dentro, lo affascinano.

Poi, un giorno, come in una tragedia greca, succede quello che tutto fa apparire quasi inevitabile. Per salvare la madre e il fratello dall’ennesimo assalto paranoico del padre, Luigi lo uccide. Se non lo avesse fatto, ci sarebbe stato quello che oggi si chiama femminicidio.

Per lui si aprono le porte del carcere. Prima San Vittore, la lotta per la sopravvivenza. Poi Opera, una tomba per i vivi. Bollate, dove approda, al confronto è il paradiso.

Sfoglia il primo capitolo di Non Sarà sempre così (Piemme) di Luigi Celeste e Sara Loffredo, 

Il libro: Diritti e castighi

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Carcere di Poggioreale, di Eboli, di Agrigento e di Genova. Carcere di San Vittore a Milano. Sono alcune tappe di un’esplorazione terribile ma rivelatrice della realtà carceraria italiana: sovraffollamento insostenibile, condizioni igienico-sanitarie disumane, violenza e abbrutimento, sprechi di risorse economiche e sociali. Carceri che violano i principi costituzionali della dignità e del recupero dei detenuti.
Un sistema carcerario così profondamente ingiusto e così distante dai suoi veri scopi accresce la sicurezza dei cittadini? Scoraggia davvero i criminali dal continuare a delinquere?
Diritti e castighi attraverso le voci dell’«umanità cancellata» che vive dentro il carcere nega ogni falsa illusione. Prigionieri, poliziotti, dirigenti, familiari, educatori raccontano con sofferta autenticità le loro esperienze al di là e al di qua del «muro», l’angoscia di una condizione spezzata, marchiata indelebilmente dalla colpa e dalla pena.
Se il carcere è il sintomo patologico più grave di una società, può anche diventare un simbolo di speranza e responsabilità. Come testimoniano alcuni tentativi di trovare una via per restituire al detenuto i diritti di cittadinanza.

Lucia Castellano, dopo aver operato nelle carceri di Eboli, Marassi e Secondigliano, dirige dal 2002 il penitenziario di Bollate.

Donatella Stasio, giornalista, si occupa di giustizia e politica sulle pagine del Sole 24 Ore.

Qui i dettagli del libro edito dal Saggiatore

Carceri, Mattarella ha ragione: più lavoro ai detenuti fa calare la recidiva

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Nel messaggio inviato in occasione della festa del Corpo della Polizia penitenziaria, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parla della necessità di un “profondo rinnovamento del modello di detenzione”. Ha indubbiamente ragione. Il processo di cambiamento, cominciato a seguito della condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, non può fermarsi qui. Avremmo perso un’occasione storica per ripensare un modello penale e penitenziario che non ha funzionato, come i tassi elevatissimi di recidiva ci dimostrano inequivocabilmente.

Mattarella ha parlato dell’importanza del lavoro in carcere. Come si legge nell’ultimo rapporto sulle carceri di Antigone, solo il 29,73% del detenuti è impegnato lavorativamente. Di questi, solo il 15% è alle dipendenze di un datore di lavoro privato. 612 detenuti, dei 53.495 presenti alla fine del marzo scorso, sono impiegati in attività di tipo manifatturiero, 208 in attività agricole. La stragrande maggioranza lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, impiegata in attività domestiche del tutto dequalificate fin dai nomi stessi che lo svilente gergo carcerario dà a questi mestieri: il portavitto che distribuisce le vivande, lo scopino che tiene pulita la sezione, lo spesino che prende le ordinazioni della spesa, lo scrivano che aiuta i compagni a presentare i vari atti necessari per la sopravvivenza penitenziaria.

Susanna Marietti sul Fatto Quotidiano

Livorno, l’isola-carcere di Gorgona è una polveriera

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I 26 agenti penitenziari devono gestire un numero di prigionieri eccessivo senza contare che all’interno della stessa popolazione carceraria è aumentata la tensione perché non c’è abbastanza lavoro per tutti. “Per anni il penitenziario ha rappresentato l’esempio di un modo diverso di intendere la pena, un modello mirato al reinserimento sociale. La realtà di Gorgona ha senso solo se i detenuti possono lavorare”, dice il garante dei diritti dei detenuti labronico

David Evangelisti sul Fatto Quotidiano

La condanna del carcere: 7 su 10 ritornano dentro

Carcere Due Palazzi di Padova. Sulla parete bianca del piccolo spazio dove un gruppo di detenuti prende aria durante una pausa lavoro, una scritta in portoghese dice: «Dall’amore non si fugge». Forse è vero. E dal crimine, invece? Quasi mai segnalano le incomplete statistiche del ministero della Giustizia e del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dalle quali si deduce che sette persone su dieci rilasciate dalla prigione prima o dopo ci rientrano.

Leggi l’inchiesta completa di Andrea Malaguti su La Stampa