Monthly Archives: luglio 2017

Il clima e noi. Ascolta la puntata

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Al filo diretto di Prima Pagina un ascoltatore, Roberto da Pesaro, fa un’autocritica: noi italiani parliamo sempre delle stesse cose e rimuoviamo il problema del clima. Eppure siccità e mancanza d’acqua dolce hanno un impatto sulla vita di tutti. E mentre l’astrofisico Stephen Hawking fa una previsione catastrofica (con le piogge acide le temperature saliranno a 250° e la Terra diventerà come Venere), noi tendiamo a rimuovere il problema. C’è una sproporzione tra il rischio che corriamo e la quantità di dibattito. Perché ci concentriamo su alcuni temi contingenti e rimuoviamo dalle nostra preoccupazioni questioni ampie come quelle ambientali e del cambiamento climatico?

Gli ospiti del 7 luglio 2017

Mirilia Bonnes, ordinario di Psicologia Ambientale alla Sapienza (fondatrice di questa disciplina in Italia, negli anni Novanta la sua è stata la prima cattedra)

Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto club e Quale energia?

Luca Lombroso, metereologo, divulgatore ambientale, dipartimento Ingegneria Università di Modena e Reggio Emila.

Enzo Risso, direttore scientifico SWG

Ascolta la puntata

Percezione dei cambiamenti climatici: questione di scienza o di psicologia?

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Coloro che lavorano nel settore della comunicazione dei cambiamenti climatici si trovano ad affrontare un compito non invidiabile. Nonostante la ricerca scientifica abbia ormai abbondantemente discusso le cause e le prevedibili conseguenze dei cambiamenti climatici, le emissioni di anidride carbonica continuano ad aumentare e le misure necessarie ad affrontare questo problema sono scarse. Abbiamo bisogno di diventare più bravi a parlare di scienze del clima, a “educare” il pubblico e ad alzare la voce sulla realtà dei cambiamenti climatici? Sembrerebbe di no. Un recente studio apparso su Nature Climate Change (Kahan e colleghi) dimostra che questa strategia rischia di avere una efficacia limitata. Anzi, potrebbe accrescere lo scetticismo o il disinteresse dei  cittadini.

I ricercatori hanno studiato la relazione tra cultura scientifica e preoccupazione per i rischi dei cambiamenti climatici e hanno trovato un risultato non intuitivo: la rischiosità percepita e la preoccupazione non aumentano con il livello di conoscenze. Inoltre, sembra che un alto livello di cultura scientifica abbia un effetto polarizzante tra chi è predisposto, da idee sociali e politiche, a rifiutare o accettare le scienze del clima. Come è stato mostrato in alcune ricerche (qui e qui) [2,3], una visione individualistica, contraria a   interferenze politiche nei processi decisionali personali o aziendali, e favorevole a forme molto strutturate di ordine sociale, rende più probabile lo scetticismo sui cambiamenti climatici.
Al contrario, tendono ad essere accettati da chi ha una visione più egualitaria e preferisce forme di organizzazione sociale meno rigide e più comunitarie.
Kahan e colleghi hanno visto che la differenza è più marcata tra coloro che hanno una maggiore cultura scientifica. Le implicazioni di questa scoperta sono importanti: è improbabile che lo scetticismo possa essere superato “presentando più scienza”, perché chi ha ottenuto i risultati più alti nei test di cultura scientifica è probabilmente più sicuro delle proprie opinioni.

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Stephen Hawking: «Piogge acide, temperature di 250° La Terra diventerà come Venere»

«Siamo vicini a un punto di non ritorno oltre il quale il riscaldamento globale diventerà irreversibile. La scelta di Trump potrebbe spingere la Terra oltre questa soglia e farla diventare come Venere, con temperature oltre 250 gradi e piogge di acido solforico». È Stephen Hawking a tratteggiare la terribile prospettiva. Il grande astrofisico, che ha spiegato gli enigmi dei buchi neri, punta il dito contro il presidente americano e la sua decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima: «Il cambiamento climatico è uno dei grandi pericoli da affrontare – ha detto in un’intervista alla Bbc per i suoi 75 anni -, se vogliamo fermarlo dobbiamo farlo ora».

Giovanni Caprara sul Corriere della Sera

Perché il cambiamento climatico ci interessa così poco, e come cambiare le cose

DUISBURG, GERMANY - JANUARY 06: Steam and exhaust rise from the steel power station HKM Huettenwerke Krupp Mannesmann GmbH on a cold winter day on January 6, 2017 in Duisburg, Germany. According to a report released by the European Copernicus Climate Change Service, 2016 is likely to have been the hottest year since global temperatures were recorded in the 19th century. According to the report the average global surface temperature was 14.8 degrees Celsius, which is 1.3 degrees higher than estimates for before the Industrial Revolution. Greenhouse gases are among the chief causes of global warming and climates change. (Photo by Lukas Schulze/Getty Images)

DUISBURG, GERMANY – JANUARY 06 (Photo by Lukas Schulze/Getty Images)

Perché le notizie sul cambiamento climatico spesso ci annoiano, magari al punto di non aver voglia di leggere questo articolo che ha l’espressione “cambiamento climatico” nel titolo? Perché anche se siamo convinti che il cambiamento climatico sia reale la maggior parte del tempo non agiamo attivamente per contrastarlo? Lo psicologo ed economista Per Espen Stoknes, autore del saggio What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming, ha provato a rispondere a queste domande analizzando centinaia di studi di scienze sociali sull’argomento ed è giunto alla conclusione che ci siano cinque ragioni psicologiche per cui la lotta al cambiamento climatico coinvolge poco le persone.

Sono riassunte in cinque concetti: la distanza, sia temporale che spaziale delle conseguenze negative del cambiamento climatico; il destino, cioè il fatto che percepiamo il cambiamento climatico come inevitabile ormai; la dissonanza tra ciò che facciamo ogni giorno – andare in automobile, tenere il riscaldamento acceso, consumare plastica – e ciò che sappiamo dovremmo fare, che è una cosa che ci fa sentire ipocriti; il rifiuto del problema, che viene naturale quando non vogliamo sentirci responsabili; e infine l’identità, intesa come identità culturale e valori politici, che spesso nelle persone con orientamento conservatore spinge al rifiuto.

Approfondisci leggendo l’articolo completo su IlPost.it

Le quattro sorelle dell’acqua. Ecco i padroni dei rubinetti italiani

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Se l’obiettivo della gestione dell’acqua «privata» in Italia era quella di ridurre gli sprechi, si può ben dire che l’obiettivo sia stato mancato di gran lunga. In Italia, secondo il Blue Book di Utilitalia, su cento litri di acqua distribuiti ben 39 si perdono per strada. Va meglio al Nord (il 29%), va malissimo al Centro e al Sud (46 e 45%). E anche un’azienda pubblica ma gestita per produrre utili come Acea disperde circa il 40% dell’acqua. Del resto, le reti sono stravecchie: il 60% dei tubi è stato posato più di 30 anni fa, il 25% da più di 50 anni. Anche gli investimenti per migliorare il servizio sono scarsi: servirebbero 5 miliardi l’anno, e se ne spendono meno della metà, e di questo passo per rinnovare completamente la rete ci vorranno 250 anni. Infine, l’Europa ci massacra di sanzioni per la violazione delle regole.

Roberto Giovannini su La Stampa

Sempre più scarso e inquinato. Così l’oro blu scatenerà i conflitti

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Di acqua sul pianeta ce n’è tanta e salata, ma il problema sta nella piccola frazione di quella dolce che possiamo utilizzare per usi civili, agricoli, industriali e ricreativi: meno dell’uno per cento. Fortunatamente non si consuma, è costantemente rinnovata dal ciclo dell’evaporazione e delle precipitazioni, ma è la sua qualità che si sta sempre più degradando: usiamo acqua pura e la restituiamo sporca. Una parte dell’inquinamento è biodegradabile ma vi sono migliaia di composti chimici di sintesi, tossici e persistenti, che da meno di cent’anni hanno iniziato a impestare tanto i ghiacciai polari quanto le falde profonde. Le “chiare fresche et dolci acque” che Petrarca cantava nel 1340 sono ormai rare, e tocca spendere sempre maggior impegno, tecnologia ed energia per potabilizzare e depurare l’acqua che fluisce nelle nostre case. Tutto questo porrebbe già una sfida di mantenimento, se non ci fosse pure il cambiamento climatico a sparigliare le carte: con l’aumento di temperatura atteso nei prossimi decenni, anche a parità di precipitazioni, l’evaporazione cresce e così pure i consumi d’acqua.

Luca Mercalli su La Stampa

Radio3 Scienza, da riascoltare

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La chiamavano la regina delle acque, ma anche Roma sta risentendo in questi giorni della siccità che ha colpito l’Italia. Colpa del caldo, della scarsa pioggia e di una rete idrica in cattive condizioni. Al punto che si parla di chiudere parte dei “nasoni”, le caratteristiche fontanelle romane. Ma la crisi idrica sta colpendo diverse regioni d’Italia. Bisogna correre ai ripari secondo Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio. Ma come funziona la distribuzione idrica nelle città? Come si interviene in casi di emergenza? E noi, a casa nostra, che possiamo fare? Lo chiediamo a Roberto Durigon, direttore della Alto Trevigiano Servizi.

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