Monthly Archives: luglio 2017

Università: i prof in sciopero. Ascolta la puntata

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Stamattina un precario dell’università ci ha chiamato da Pisa per parlare della rivolta dei professori che bloccheranno il primo appello di esami a settembre. Partiamo da questo sciopero per ragionare sulla crisi dell’università italiana, sul numero di studenti che diminuisce costantemente, sui pochi investimenti fatti nella ricerca. È in atto una lenta e progressiva svalutazione della conoscenza e della ricerca? Abbassandosi il livello del lavoro che facciamo, viene compromesso anche il nostro futuro?

Gli ospiti del 13 luglio 2017

Carlo Ferraro, già ordinario di Motori Termici per Trazione, Dipartimento Energia Politecnico di Torino, firmatario della protesta

Andrea Gavosto, Direttore della Fondazione Agnelli

Massimo Piermattei, ricercatore in Storia dell’Integrazione europea. Precario da sempre, su La Repubblica lo sfogo “Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d’auto”

Nuccio Ordine,  docente ordinario di letteratura italiana presso l’Università della Calabria

Tiziana Pascucci, Prorettore per il diritto allo studio e alla qualità della didattica per l’Università Sapienza di Rom, coordina da 3 anni le giornate “Open Days”

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A cosa serve l’Università?

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A cosa serve l’università? Nella sua semplicità, la domanda sembra perfino banale. Invece non lo è affatto: anzi, è una domanda che molti – troppi – evitano con cura di porsi, specialmente se proprio nell’università lavorano. Ciò è dovuto in parte a pigrizia, in parte a inerzia, in parte a un meccanismo più o meno consapevole di autodifesa. Scomodo è infatti mettere in discussione il proprio ruolo: specie quando ci si renda conto che, per parte loro, le istituzioni (i governi, i Parlamenti che si sono succeduti negli ultimi lustri, i vari titolari del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) a quella domanda hanno risposto in maniera precisa, e alquanto discutibile. D’altro canto, è fin troppo evidente che ostinarsi a eludere il problema mette a repentaglio il futuro: il futuro dell’intero Paese, non solo dell’università. Ma bisognerebbe aggiungere una postilla: a interessarsi di università, purtroppo, sono quasi solo gli universitari. In genere l’opinione pubblica è poco informata, malinformata, e interessata pochissimo.

Mario Barenghi su Doppiozero.com

Il ricercatore che vende ricambi è l’emblema di un mercato del lavoro che fa schifo

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Usciamo un attimo dalle polemiche su università e cervelli, prego. Perché la lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell’integrazione europea, ha dato addio all’università non è (solo) la storia di un Paese che manda all’ammasso i cervelli, o che non investe in cultura, tanto più se umanistica. È qualcosa di più. È il racconto – perfetto e brutale – di tutto quel che non va nel mondo del lavoro in Italia, al netto di qualsivoglia crisi e di qualsivoglia congiuntura.

Per cominciare, è la storia di un sistema educativo che orienta solamente in funzione delle passioni e delle vocazioni di ciascun individuo. Nel caso di specie: ti piace fare lo storico? Fallo, anche se in Italia gli storici fanno la fame. Intendiamoci: Piermattei – lo scrive lui stesso – era perfettamente cosciente del “guaio” in cui si stava cacciando, inseguendo la sua vocazione. Ma per uno come lui ce ne sono (decine, centinaia di) migliaia che si iscrivono inconsapevoli a corsi di laurea che non offrono alcuno sbocco professionale, perlomeno in Italia. E che capiscono di essersi giocati il futuro solo una volta usciti dall’ateneo, dopo anni passati sui libri e migliaia di euro spesi per farlo. Ha senso? O forse i servizi di orientamento, soprattutto quando una persona si specializza, andrebbero più che potenziati, offrendo a ciascuno studente una specie di busta arancione tipo quella dell’Inps, al cui interno vi sia una chiara indicazione di ciò che gli converrebbe fare, stanti le sue abilità e le sue vocazioni?

Leggi tutto l’articolo di Francesco Cancellato su L’Inkiesta

Sempre meno i diplomati si iscrivono all’università

Prosegue il calo degli studenti che dopo il diploma scelgono di proseguire gli studi all’università, ma tra coloro che vanno avanti sono più numerose le femmine. È quanto emerge dall’Annuario Statistico Italiano 2016 dell’Istat.

Il passaggio dalla scuola secondaria all’università diminuisce ancora rispetto all’anno accademico 2013/2014 (-0,6%): sono poco meno della metà (49,1%) i diplomati nel 2014 che si sono iscritti all’università per l’anno accademico 2014/2015, con i valori più alti in Molise (58,1%) e Abruzzo (54,6%).  E si conferma la maggiore propensione delle ragazze a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria: le diplomate che si iscrivono all’università sono 55 su 100 contro appena 44 ragazzi. Nell’anno accademico 2014/15 gli studenti sono stati 1.652.592, in ulteriore flessione rispetto all’anno precedente (-1,5%). Continuano a calare gli iscritti ai corsi triennali e a crescere le iscrizioni ai corsi magistrati a ciclo unico. Gli studenti che hanno conseguito un titolo universitario nel 2014 sono stati 304.608, 2.377 in più rispetto all’anno precedente.

Approfondisci su La Stampa

Il blocco stipendi mette a rischio gli esami autunnali: “Siamo discriminati”

“La verità – dice Michele Girardi, docente presso il dipartimento di Musicologia e beni culturali dell’Università di Pavia – è che noi professori universitari per anni siamo stati presi a pesci in faccia ed è venuto il momento di reagire”. E’ uno sciopero che ha già raccolto oltre 5.400 adesioni quello proclamato a livello nazionale dal Movimento per la dignità della docenza universitaria, che vedrà i professori e i ricercatori di 79 Università ed Enti di ricerca italiani incrociare le braccia e astenersi dalle sessioni d’esame autunnali, tra il 29 agosto e il 31 ottobre 2017, “per protestare contro quella che è a tutti gli effetti una discriminazione”. La questione relativa, cioè, al blocco degli scatti stipendiali che ha interessato, tra il 2011 e il 2015, i dipendenti pubblici, magistrati esclusi.

Annalisa Dall’Oca sul Fatto Quotidiano

«Abbiamo perso cinque anni di scatti. Il Miur non ci ha ascoltato»

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L’ultimo sciopero degli esami universitari risale all’anno accademico 1973-74. Ma ora i 5.444. docenti e ricercatori di 79 Università italiane che hanno aderito alla proposta di «astensione dagli esami di profitto» della sessione autunnale, cioè da fine agosto a fine ottobre prossimi, hanno deciso di sfidare apertamente il ministero dell’Istruzione per il loro stipendio.

«E’ come se non avessimo vissuto»

Non sono un sindacato, ma professori che insegnano a Milano, Messina, Catanzaro, Roma, Bologna, Padova, guidati dal promotore, il professore Carlo Ferraro del Politecnico di Torino. Che spiega così i motivi dello sciopero: «Il governo Berlusconi bloccò gli scatti per tutto il pubblico impiego dal 2011 al 2014., ma mentre per tutti gli altri pubblici dipendenti, dai magistrati alle forze dell’ordine, il primo gennaio 2015 sono ricominciati non solo gli aumenti ma anche gli effetti giuridici degli scatti persi, per noi questo non è successo: e in più abbiamo avuto una proroga di un anno del blocco». In altre parole: mentre gli altri pubblici dipendenti, una volta sbloccati gli stipendi, hanno avuto aumenti che tenevano conto anche degli scatti mancati (senza arretrati, ovviamente) per i professori universitari invece, questo periodo di cinque anni non è contato nulla. «E’ come se non li avessimo vissuti – spiega Giuseppe De Nicolao, che è uno degli aderenti allo sciopero – significa che fino alla liquidazione avremo meno scatti di tutti: per un professore ordinario si parla di una perdita complessiva in tutta la carriera di centomila euro almeno».

Gianna Fregonara sul Corriere dell’Università