Guerra in Yemen: chi produce le armi? Ascolta la puntata

Shi'ite Muslim rebels hold up their weapons during a rally against air strikes in Sanaa March 26, 2015. Warplanes from Saudi Arabia and Arab allies struck Shi'ite Muslim rebels fighting to oust Yemen's president on Thursday, in a major gamble by the world's top oil exporter to check Iranian influence in its backyard without direct military backing from Washington. REUTERS/Khaled Abdullah

Un’ascoltatrice, Nicoletta da Roma, dopo aver ascoltato la puntata di ieri sulla Libia, ci suggerisce di parlare della guerra e dell’instabilità politica nello Yemen, da anni distrutto da una crisi umanitaria di cui si parla troppo poco. Forse perché ci sono responsabilità importanti: l’Italia produce in Sardegna alcune delle armi usate per bombardare quel paese. Questa mattina #LaCittà va in Yemen, per raccontare cosa sta succedendo. Ma cercheremo anche di capire come funziona il mercato delle armi. Che peso ha l’industria bellica nella nostra economia?

Gli ospiti del 27 luglio 2017

Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance, collabora con la Rai, Internazionale, La Stampa, la RadioTv Svizzera e con Russia Today

Fabrizio Battistelli, presidente dell’Archivio Disarmo

Francesca Mattarazzi, operatore umanitario per Intersos, East Africa/Yemen

Pietro Batacchi, direttore responsabile di Rid, Rivista Italiana Difesa

Arnaldo Scarpa, portavoce Comitato Riconversione Rwm

Ascolta la puntata

 

La piazza della Città

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8 commenti

  • Stefano Fratoni

    Salve, contattai prima pagina tempo fa in merito all’argomento
    del mercato delle armi ed al ruolo che questo riveste nell’economia italiana.
    I dati in mio possesso sintemiticamente sono i seguenti:
    – Nel 2014 licenze concesse a Finmeccanica per vendita di armi pari a circa 2,9 miliardi di euro
    – nel 2015 il valore delle esportazioni in armi da parte dell’Italia (Finmeccanica) pari a circa 8,2 milioni di euro.
    – Armi vendute a: Arabia Saudita, Turchia, India, Pakistan, Iraq, Paesi dell’america latina, vari paesi africani, ect.
    Era da tempo noto che l’Arabia Saudita le impiega per bombardare i civili yemeniti mentre la Turchia le impiega volentieri per bombardare il popolo Curdo; includiamo i vari paesi africani che sono periodicamente in preda a vari colpi di stato e/o guerre civili.
    Chiedo: ma voi francamente vendereste mai armi a governi di paesi africani ? L’Africa ha bisogno di scuole, ospedali, acqua potabile, strade, elettricità, NON di armi !
    Io constato che l’Italia vende armi a paesi che non rispettano i diritti umani, e che sono impegnati in guerre e che la guerra produce vittime civili.
    Ricordo che i civili yemeniti innocenti morti per effetto dei bombardamenti sauditi (condotti con armi italiane) vivono veri e propri atti di terrorismo, analoghi agli infami atti di terrorismo che viviamo nelle nostre città occidentali europee.
    E includo in questa sporca faccenda anche il terrorismo di cui viviamo i tragici effetti nelle nostre città occidentali.
    E’ banale che il terrorismo vada prevenuto, combattuto e represso, ma questo vale per il terrosismo sotto qualsiasi forma. Ma ripeto, anche i bombardamenti sauditi in Yemen sono terrorismo per i civili, donne ed i bambini yemeniti che li subiscono.
    E giungo al punto finale: io non attribuisco al mercato delle armi nel mondo – perpetrato dai governi dei paesi occidentali – la giustificazione e/o la legittimazione del terrorismo (ci mancherebbe altro), bensì sostengo che il mercato delle armi nel mondo è una infamia che crea quel terreno fertile che promuove e favorisce tutte quelle condizioni sulle quali il terrorismo prolifera.
    Chiedo gentilmente a Voi di radioTre di INFORMARCI MEGLIO su questo argomento, rivelandoci (1)l’ammontare esatto degli affari che il governo italiano fa attraverso la vendita di armi nel mondo mediante FINMECCANICA nelle persone che la amministrano quali i Sig.ri Moretti e De Gennaro ed in particolare qual’è (2)l’ammontare dello stipendo annuale di questi signori, ed illustrarci (3)la lista completa dei paesi a cui le armi sono vendute.

    Grazie
    Stefano da Roma

  • Ne parliamo da tempo anche in sede istituzionale
    come la conferenza stampa del 21 giugno 2017 alla Camera

    ecco il comunicato di oggi 27 luglio 2017

    Bombe italiane all’Arabia Saudita per compiere crimini di guerra in Yemen: il Parlamento non resti indifferente ma voti con responsabilità

    Alla vigilia della discussione finale, con voto, delle mozioni presentate alla Camera dei Deputati sulla situazione dello Yemen le organizzazioni e campagne che hanno fatto appello al Parlamento stimolando questo dibattito ribadiscono la loro richiesta di interrompere l’esportazione da parte dell’Italia di sistemi militari ai Paesi implicati nel conflitto yemenita.
    La pace non è solo quando le armi tacciono, occorrono molti altri sforzi per ottenerla veramente. Ma sicuramente non si può ottenere la pace quando le armi sparano, le artiglierie tuonano, gli aerei bombardano. Ogni sforzo deve essere fatto per fermare la carneficina, soprattutto di civili, in Yemen e iniziare ad occuparsi seriamente di una delle attuali catastrofi umanitarie più gravi del mondo.
    L’Italia non può contribuire a questo scempio con ordigni fabbricati sul proprio territorio e inviati in particolare all’Arabia Saudita, Paese che guida la coalizione militare è intervenuta, senza alcun mandato internazionale, nel conflitto in corso in Yemen contro i gruppi armati Houti.
    Nessuna alleanza in materia di contrasto al terrorismo internazionale, né la mancanza di formali embarghi internazionali e nemmeno l’impegno sul fronte diplomatico può giustificare il protrarsi di queste forniture di morte e distruzione. La legge italiana sul controllo dell’esportazione di materiali d’armamento (L. 185/90), la Posizione Comune del Consiglio dell’Unione europea (2008/944/PESC) e il Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT) non vietano, infatti, solamente l’esportazione di armamenti ai paesi sotto embargo, ma anche in tutti i casi in cui “sia a conoscenza, al momento dell’autorizzazione, che gli armamenti possano essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili protetti in quanto tali, o altri crimini di guerra definiti dagli accordi internazionali di cui lo Stato è parte” (Arms Trade Treaty, Art. 6.3). Il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 27 gennaio, documenta chiaramente l’utilizzo da parte dell’aeronautica saudita di ordigni prodotti ed esportati dall’Italia dall’azienda RWM Italia S.p.A. per bombardare diversi centri abitati da civili in Yemen, ed esplicitamente afferma che tali azioni militari “possono costituire crimini di guerra” («may amount to war crimes»).
    Facciamo pertanto appello al Governo, affinché sappia con coraggio cambiare linea e decidere una strada diversa per sforzi reali di pacificazione dello Yemen. Facciamo appello al Parlamento, perché sappia considerare la situazione al di là degli equilibri geopolitici ed avendo invece in mente le sofferenze della popolazione civile yemenita. Chiediamo che vengano votate tutte le mozioni (in particolare le già presentate Marcon ed altri e Corda ed altri) che chiedono la sospensione dell’invio di materiali militari e – soprattutto – l’inizio di un percorso europeo verso un embargo alla esportazione di armamenti ad Arabia Saudita ed alleati, come richiesto due volte dal Parlamento Europeo (e votato dagli stessi partiti e gruppi politici chiamati ora ad esprimersi a Montecitorio). Qualsiasi nuova mozione che vada nella stessa direzione sarà da noi favorevolmente accolta.
    Salutiamo come un segnale forte di fedeltà alla Costituzione il voto unanime del consiglio comunale della città di Iglesias che il 19 luglio 2017 ha espresso «la volontà della Città di porsi come luogo di costruzione di rapporti internazionali di pace e solidarietà» richiedendo allo Stato italiano «di mettere in atto tutti i meccanismi utili alla verifica del rispetto dei Trattati internazionali, i principi costituzionali e la normativa nazionale sulla commercializzazione degli ordigni fabbricati nel territorio italiano».
    Come dimostrato in passato, i nostri sforzi saranno anche massimi in ottica di riconversione economica dei territori per dismettere la produzione di ordigni italiani coinvolti nella guerra in Yemen: convinti che i lavoratori della fabbrica che, in Sardegna e per conto della tedesca RWM, produce le bombe non debbano essere sottoposti al ricatto tra occupazione e diritti umani. Chiediamo quindi alle istituzioni europee, nazionali, regionali, alle parti sociali e alle comunità locali di impegnarsi immediatamente per evitare questi tragici dilemmi ed investire invece risorse ed energie nella costruzione di sistemi economici e sociali che favoriscano il lavoro giusto e lo sviluppo a lungo periodo. Proteggendo ambiente e persone (sia quelle che si trovano in Italia, sia quelle che si trovano nei teatri di conflitto).

  • Comunicato stampa congiunto

    Amnesty International Italia – Fondazione Finanza Etica – Movimento dei Focolari
    Oxfam Italia – Rete della Pace – Rete Italiana per il Disarmo

    27 luglio 2017

    Bombe italiane all’Arabia Saudita per compiere crimini di guerra in Yemen: il Parlamento non resti indifferente ma voti con responsabilità

    Alla vigilia della discussione finale, con voto, delle mozioni presentate alla Camera dei Deputati sulla situazione dello Yemen le organizzazioni e campagne che hanno fatto appello al Parlamento stimolando questo dibattito ribadiscono la loro richiesta di interrompere l’esportazione da parte dell’Italia di sistemi militari ai Paesi implicati nel conflitto yemenita.
    La pace non è solo quando le armi tacciono, occorrono molti altri sforzi per ottenerla veramente. Ma sicuramente non si può ottenere la pace quando le armi sparano, le artiglierie tuonano, gli aerei bombardano. Ogni sforzo deve essere fatto per fermare la carneficina, soprattutto di civili, in Yemen e iniziare ad occuparsi seriamente di una delle attuali catastrofi umanitarie più gravi del mondo.
    L’Italia non può contribuire a questo scempio con ordigni fabbricati sul proprio territorio e inviati in particolare all’Arabia Saudita, Paese che guida la coalizione militare è intervenuta, senza alcun mandato internazionale, nel conflitto in corso in Yemen contro i gruppi armati Houti.
    Nessuna alleanza in materia di contrasto al terrorismo internazionale, né la mancanza di formali embarghi internazionali e nemmeno l’impegno sul fronte diplomatico può giustificare il protrarsi di queste forniture di morte e distruzione. La legge italiana sul controllo dell’esportazione di materiali d’armamento (L. 185/90), la Posizione Comune del Consiglio dell’Unione europea (2008/944/PESC) e il Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT) non vietano, infatti, solamente l’esportazione di armamenti ai paesi sotto embargo, ma anche in tutti i casi in cui “sia a conoscenza, al momento dell’autorizzazione, che gli armamenti possano essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili protetti in quanto tali, o altri crimini di guerra definiti dagli accordi internazionali di cui lo Stato è parte” (Arms Trade Treaty, Art. 6.3). Il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 27 gennaio, documenta chiaramente l’utilizzo da parte dell’aeronautica saudita di ordigni prodotti ed esportati dall’Italia dall’azienda RWM Italia S.p.A. per bombardare diversi centri abitati da civili in Yemen, ed esplicitamente afferma che tali azioni militari “possono costituire crimini di guerra” («may amount to war crimes»).
    Facciamo pertanto appello al Governo, affinché sappia con coraggio cambiare linea e decidere una strada diversa per sforzi reali di pacificazione dello Yemen. Facciamo appello al Parlamento, perché sappia considerare la situazione al di là degli equilibri geopolitici ed avendo invece in mente le sofferenze della popolazione civile yemenita. Chiediamo che vengano votate tutte le mozioni (in particolare le già presentate Marcon ed altri e Corda ed altri) che chiedono la sospensione dell’invio di materiali militari e – soprattutto – l’inizio di un percorso europeo verso un embargo alla esportazione di armamenti ad Arabia Saudita ed alleati, come richiesto due volte dal Parlamento Europeo (e votato dagli stessi partiti e gruppi politici chiamati ora ad esprimersi a Montecitorio). Qualsiasi nuova mozione che vada nella stessa direzione sarà da noi favorevolmente accolta.
    Salutiamo come un segnale forte di fedeltà alla Costituzione il voto unanime del consiglio comunale della città di Iglesias che il 19 luglio 2017 ha espresso «la volontà della Città di porsi come luogo di costruzione di rapporti internazionali di pace e solidarietà» richiedendo allo Stato italiano «di mettere in atto tutti i meccanismi utili alla verifica del rispetto dei Trattati internazionali, i principi costituzionali e la normativa nazionale sulla commercializzazione degli ordigni fabbricati nel territorio italiano».
    Come dimostrato in passato, i nostri sforzi saranno anche massimi in ottica di riconversione economica dei territori per dismettere la produzione di ordigni italiani coinvolti nella guerra in Yemen: convinti che i lavoratori della fabbrica che, in Sardegna e per conto della tedesca RWM, produce le bombe non debbano essere sottoposti al ricatto tra occupazione e diritti umani. Chiediamo quindi alle istituzioni europee, nazionali, regionali, alle parti sociali e alle comunità locali di impegnarsi immediatamente per evitare questi tragici dilemmi ed investire invece risorse ed energie nella costruzione di sistemi economici e sociali che favoriscano il lavoro giusto e lo sviluppo a lungo periodo. Proteggendo ambiente e persone (sia quelle che si trovano in Italia, sia quelle che si trovano nei teatri di conflitto).

  • “Finchè c’è guerra c’è speranza” un film la cui visione dovremmo rendere obbligatoria. Chi contrabbanda l’industria delle armi per industria della difesa lavora a favore dell’industria dell’ipocrisia. In sottofondo si sente lo stridere delle unghie del gatto che si arrampica sulle lamiere unte dei carri armati. E’ evidente da sempre che la ragione sta dalla parte non del più giusto ma del meglio armato. Armarsi fino ai denti per scoraggiare le ribellioni e mantenere il controllo del potere non è difesa, si chiama terrorismo della sopraffazione.

  • GIANNA MASOERO

    Mi sono piaciute le risposte del Batacchi (Rivista Difesa): non sono fabbriche di armi, ma legate alla difesa; vendiamo solo componenti; creano molti posti di lavoro. Ma pensa di avere a che fare con degli imbecilli?

  • Stefano Fratoni

    Errata corrige: il valore complessivo della vendita di armamenti è salito da 2,6 miliardi del 2014 a 7,9/8,00 miliardi – quindi trattasi di miliardi di euro e non milioni.

    Stefano Fratoni da Roma

  • Quello del Dott. Batacchi mi sembra di un realismo cinico. E’ vero che il traffico di armi è “un fatto dell’economia” ma è ipocrita non aggiungere che si tratti di economia “criminale”.
    Non facciamo gli ipocriti: le bombe che ammazzano la popolazione civile, che sparano sui nostri centri medici di Emergency, di Medici senza frontiere, della Croce rossa sono BOMBE ITALIANE !!
    Come si fa ad essere così ipocriti da dire che non esportiamo bombe ma solo ”componenti” perchè esportiamo bombe smontate?

    Avete taciuto del convegno svoltosi alla Camera dei Deputati il mese scorso sull’argomento .

    E’ singolare notare che TRA PACE E GUERRA LA RAI, E LA GRANDE STAMPA, NON PRENDANO LE PARTI E NON ESPRIMANO UN MINIMO DI GIUDIZIO MORALE SU UNA COSA ORRENDA TRAFFICO DI ARMI .

    dott.Roberto di Pietro

  • E’ singolare notare che TRA PACE E GUERRA LA RAI, E LA GRANDE STAMPA, NON PRENDANO LE PARTI E NON ESPRIMANO UN MINIMO DI GIUDIZIO MORALE SU UNA COSA ORRENDA TRAFFICO DI ARMI .
    Quando parlerete di traffico di DROGA prenderete le parti?

    dott.Roberto di Pietro

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