Monthly Archives: luglio 2017

I robot ci rubano il lavoro? Ascolta la puntata

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L’automazione e l’innovazione tecnologica sono spesso visti come la causa della scomparsa del lavoro. Si parla di tassazione dei robot e di robot umanoidi che potrebbero soffiarci il mestiere. Ma i robot sono davvero in competizione con noi? Quali sono i mestieri che potrebbero scomparire nei prossimi decenni? Quali lavori invece resteranno?

Gli ospiti del 31 luglio 2017

Antonio Frisoli, docente di Ingegneria e Robotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Carlo Carboni, insegna Sociologia Economica ad Ancona, tra i suoi titoli ricordiamo l’ultimo L’implosione delle élite. Leader «contro» in Italia ed Europa (Rubbettino, 2015)

Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera, è autore di libri inchiesta come quello firmato con Gianfranco Viesti per il Mulino nel 2014 Cacciavite, robot e tablet. Come far ripartire le imprese

Giuseppe O. Longo emerito docente di Teoria dell’Informazione all’Università di Trieste, epistemologo, divulgatore scientifico. Tra i suoi libri ricordiamo Homo Technologicus (Meltemi – 2005)

 

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Tassare i robot è una scorciatoia senza sbocchi

La proposta di Bill Gates di tassare il lavoro dei robot in modo analogo al lavoro dell’uomo sta alimentando un fervente dibattito che si inquadra nella più ampia questione del futuro del lavoro e della tassazione come strumento di giustizia sociale.

A ben guardare quello che all’apparenza è un tema di profonda attualità affonda le radici nelle prime esperienze di automazione, che diedero vita alle prime riflessioni circa l’esistenza di un possibile trade-off tra occupazione dell’uomo e avanzamento tecnologico. Il dibattito tra gli economisti al riguardo è stato opportunamente etichettato da J. M. Keynes negli anni ’30 con l’espressione “disoccupazione tecnologica”.

Carlo Bonomi sul Sole24Ore

I robot non ci sostituiranno (perché i nostri stipendi saranno sempre più bassi)

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Non solo sociologi ed economisti. Negli Stati Uniti, dove l’automazione viaggia a velocità più spedita rispetto all’Europa, anche molti di quelli che investono e fanno soldi con robot, software e intelligenza artificiale si stanno interrogando su che cosa accadrà in un mondo non troppo lontano, quando le macchine faranno gran parte del lavoro umano. Proponendo soluzioni diverse, da un reddito universale di base a specifiche assicurazioni per i lavoratori “sostituiti”.

Nel corso di un panel sul futuro del lavoro tenuto alla NYU Stern School of Business a fine aprile, è intervenuto Albert Wenger, partner dello Union Square Ventures, fondo di venture capital che ha investito in imprese come Twitter e Tumblr. Secondo Wenger – come racconta Quartz – gli uomini continueranno ad avere un vantaggio competitivo rispetto a robot e algoritmi. Quale? Verranno pagati sempre meno. «Penso che la piena automazione sia una grande chimera», ha detto. «Quello che sta accadendo a molti lavori è che le competenze richieste per svolgerli sono sempre più basse». Diversamente da quanto si dice, secondo Wenger a rischio non è solo il lavoro poco qualificato ma anche quello più specializzato.

Leggi Lidia Baratta su L’Inkiesta

Meno lavoro e sempre più povero

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I dati aggiornati sull’andamento del mercato del lavoro disegnano un Paese profondamente impoverito, in cui l’occupazione assume sempre più carattere di temporaneità e la dinamica salariale continua ad essere negativa. La retorica della stabilizzazione dei rapporti di lavoro, evocata a più riprese dall’ex premier Matteo Renzi, si scontra con una realtà in cui il lavoro standard a tempo indeterminato decresce al diminuire degli sgravi contributivi, mentre i contratti di lavoro a termine dettano il trend complessivo dell’occupazione.
Il fallimento del Jobs act è quindi, ancora una volta, nei numeri. Le ultime rilevazioni Istat sul mercato del lavoro, in cui si registra nell’anno l’aumento della componente di occupati a termine sul totale dei nuovi occupati (+199mila contro i 114mila permanenti) concentrati nella fascia di età degli over 50, consentono, inoltre, di fare alcune valutazioni sulle relazioni che legano la struttura dell’occupazione del nostro Paese con l’assetto produttivo ed il ciclo economico.

L’articolo è di Simone Fana su Left

I robot non potranno fare tutti i lavori al posto nostro

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Liberi dalla prospettiva della rielezione, i presidenti uscenti tendono a usare i loro ultimi discorsi per metterci in guardia dalle questioni che, secondo loro, rappresentano una minaccia per la società. George Washington parlò dei mali del debito eccessivo. Dwight Eisenhower denunciò il potere dell’industria militare.

Il presidente Barack Obama, nel suo ultimo discorso a Chicago, ha identificato un solo pericolo per quanto riguarda l’economia: “La prossima ondata di delocalizzazione non arriverà dall’esterno”, ha detto, “ma dall’avanzata inarrestabile dell’automazione, che renderà obsoleti molti buoni posti di lavoro tipici della classe media”.

Barack Obama ha dato voce a una paura che è comune a molte persone in tutto il mondo, e cioè che in futuro i robot svolgeranno tutti i nostri lavori.

Alcuni studi alimentano questa paura: da una ricerca è emerso che l’impiego di mezzi elettronici che escludono il controllo degli esseri umani minaccerà circa il 47 per cento dei posti di lavoro negli Stati Uniti e l’85 per cento nel resto del mondo. Secondo alcuni economisti, però, questa visione dell’automazione è parziale.

Leggi l’approfondimento su Internazionale

Robot e lavoro: ma saremo tutti licenziati?

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robot iniziano a far capolino nel nostro quotidiano. Chi si trovava in piazza Vittorio Veneto a Torino il 21 luglio, ha potuto bere un drink preparato da due bracci meccanici che li miscelano da 250 diverse bottiglie. Il tutto ordinato con un’app. Si tratta di un’invenzione concepita dalla start-up italiana Makr ShakrIntanto l’auto senza pilota, nel testa a testa per produrla tra costruttori europei, americani e asiatici, insidia già il car sharing. E promette di andare incontro alle esigenze di una popolazione che invecchia rapidamente. Ancora: vogliamo parlare dei Droni che inizieranno a consegnare i pacchi di AmazonBastano questi esempi, per farci capire come le frontiere della robotica si stiano allargando ben oltre i confini delle fabbriche. Ma un conto è il punto di vista dell’utente o del consumatore. Un altro è trovarsi dalla parte di chi rischia di vedersi soffiare il posto di lavoro da un robot. Bisogna temere? O c’è motivo di sperare che il progresso tecnologico venga volto comunque a beneficio anche di chi lavora?

Robot: valutazioni contrastanti

Cominciamo dai dati. Non tranquillizza uno studio del gennaio di quest’anno di McKinsey. Secondo il report metà dei lavoratori complessivi ha il 30% di funzioni teoricamente computerizzabili. Fosco è pure il quadro tratteggiato in marzo da Pwc, secondo cui da qui al 2030 sarebbe in bilico il 38% dei posti in America e il 35% in Germania. Più incoraggianti sono invece i dati Ocse del 2016. Per l’organizzazione solo il 9% dei posti nei 21 Paesi più industrializzati sarebbe a rischio. E c’è chi fa notare che i tedeschi, leader nel mercato mondiale della robotica, hanno visto diminuire la disoccupazione del 37% in 6 anni.

Corrado Cavallotti su Il mio giornale.net

Umani e robot, l’ibrido che crea la Big Science

Auto che si guidano da sole, sistemi di diagnosi automatica, programmi che battono gli umani a poker. E poi start-up accanto ai mega-investimenti di Facebook e Google: pare che non ci siano limiti alle conquiste dell’Intelligenza Artificiale, l’A.I., uscita dai recessi dei laboratori grazie agli algoritmi del «deep learning». Combinata con l’immensa disponibilità di dati, l’A.I. si trasforma in un fattore trainante dello sviluppo economico e scientifico.

Questa ha una massima declinazione: il «machine learning». È un insieme di tecniche matematiche, statistiche e di algoritmi che consentono di costruire, per esempio, programmi che eseguono operazioni complesse, senza che il programma per eseguirle sia scritto dall’uomo. Ciò che l’uomo predispone è una struttura logico-matematica-informatica che impara a eseguire dei compiti mediante l’addestramento con esempi. Un caso basilare è il seguente: supponiamo che si voglia realizzare un programma che distingue le saldature fatte bene da quelle fatte male. Nella logica tradizionale dovremmo trasformare «fatto bene» e «fatto male» in termini matematici, scovando caratteristiche misurabili e le leggi che le legano. Poi faremmo delle misurazioni e il programma calcolerebbe se la saldatura è accettabile.

Continua a leggere l’articolo di Francesco Vaccarino su La Stampa

Manager state attenti, i robot possono rubare il lavoro anche a voi

Anche i manager rischiano di essere sostituiti dai robot? L’Economia, in edicola lunedì 31 luglio con il Corriere della Sera e anche ogni lunedì del prossimo mese di agosto, torna sul tema un po’ fantascientifico (e un p0’ no) della rivoluzione digitale che sta cambiando la vita e le professioni. «Non possiamo fare marce indietro luddistiche nei confronti delle ricerche scientifiche o dell’innovazione delle macchine. Solo che le conseguenze, contrariamente a quanto si presumeva, non ricadono solo sui compiti più vulnerabili, che contengono routine e operatività», spiega Severino Salvemini, professore di Economia all’Università Bocconi nel dossier dedicato all’argomento. Per un po’ di tempo ci si è convinti che la parte apicale e di leadership delle organizzazioni sarebbe rimasta sempre fatta in carne ed ossa. «La novità che invece sta contraddistinguendo questi ultimi anni, con l’avvento della industria 4.0 e della digital disruption, è il fatto che i lavori più ricchi di eccezioni decisionali si stanno automatizzando anch’essi, attraverso algoritmi e programmi sempre più intelligenti», dice ancora Salvemini. Ecco allora le date, le cifre e le previsioni dell’avanzata dei robot.

Cingolani: «Ecco perché i robot salveranno l’umanità»

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«Non siamo in un film di fantascienza. Robot deriva da una parola slava, rabota, che significa aiuto, servitù. Parlare di robotica vuol dire parlare di tutto ciò che ci aiuta, in quanto uomini. Ed è un discorso molto più ampio e complesso di quanto pensiamo sia. E di come lo affrontiamo ora». Parola di Roberto Cingolani, fisico «prestato alla robotica», direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, uno dei due o tre centri più importanti al mondo nell’ambito delle intelligenze e dei corpi artificiali. Uno dei pochi che può spiegare, con cognizione di causa, che cosa vuol dire e che impatto avrà per l’umanità vivere insieme ai robot (ci ha già scritto un libro, per altro, intitolato “Umani e Umanoidi” (Il Mulino, 2015) insieme al suo vice Giorgio Metta). Uno che è ragionevolmente ottimista – il titolo non mente – ma è comunque conscio che non sarà semplice, «ci vorranno regole» e «che bisognerà cambiare il nostro modo di vivere e di apprendere».

Professor Cingolani, perdoni noi profani: di cosa parliamo quando parliamo di robot?
La robotica è un ambito molto più ampio di quanto uno possa pensare. Se uno pensa a robotica, di solito pensa all’automazione industriale, a industria 4.0. Un robot però può essere anche altro. Un esoscheletro che aiuta una persona a camminare. O un sistema a controllo remoto che aiuta a compiere operazioni chirurgiche senza aprire cassa toracica. Poi ovviamente ci sono anche i robot umanoidi, quelli che nei film di fantascienza si innamorano, finiscono per provare sentimenti umani, per assomigliarci fino a confondersi a noi. E questa cosa ci inquieta al punto tale che è diventata un genere letterario.

Continua a leggere l’intervista a Roberto Cingolani su Linkiesta