Cingolani: «Ecco perché i robot salveranno l’umanità»

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«Non siamo in un film di fantascienza. Robot deriva da una parola slava, rabota, che significa aiuto, servitù. Parlare di robotica vuol dire parlare di tutto ciò che ci aiuta, in quanto uomini. Ed è un discorso molto più ampio e complesso di quanto pensiamo sia. E di come lo affrontiamo ora». Parola di Roberto Cingolani, fisico «prestato alla robotica», direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, uno dei due o tre centri più importanti al mondo nell’ambito delle intelligenze e dei corpi artificiali. Uno dei pochi che può spiegare, con cognizione di causa, che cosa vuol dire e che impatto avrà per l’umanità vivere insieme ai robot (ci ha già scritto un libro, per altro, intitolato “Umani e Umanoidi” (Il Mulino, 2015) insieme al suo vice Giorgio Metta). Uno che è ragionevolmente ottimista – il titolo non mente – ma è comunque conscio che non sarà semplice, «ci vorranno regole» e «che bisognerà cambiare il nostro modo di vivere e di apprendere».

Professor Cingolani, perdoni noi profani: di cosa parliamo quando parliamo di robot?
La robotica è un ambito molto più ampio di quanto uno possa pensare. Se uno pensa a robotica, di solito pensa all’automazione industriale, a industria 4.0. Un robot però può essere anche altro. Un esoscheletro che aiuta una persona a camminare. O un sistema a controllo remoto che aiuta a compiere operazioni chirurgiche senza aprire cassa toracica. Poi ovviamente ci sono anche i robot umanoidi, quelli che nei film di fantascienza si innamorano, finiscono per provare sentimenti umani, per assomigliarci fino a confondersi a noi. E questa cosa ci inquieta al punto tale che è diventata un genere letterario.

Continua a leggere l’intervista a Roberto Cingolani su Linkiesta

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