Monthly Archives: luglio 2017

“Traffico di bombe” in Sardegna, 89mila chili trasportati nel 1986. “L’Isola utilizzata come discarica fino al 2008″

“89065 chili di potentissime bombe, 1141 colli esplosivi, 15 carri con esplosivi. Direzione Sardegna. Partiti dalla Sicilia il 25 maggio 1986. È il primo grande carico devastante, di una lunghissima serie durata sino al 2008, destinato nell’Isola dagli Stati maggiori dell’esercito e dell’aeronautica. Materiale pericolosissimo, come lo definiscono i report riservati della Difesa. Atti secretati. Documenti che dovevano scomparire tra i segreti di Stato e che, invece, ora emergono in tutta la loro virulenza dal lavoro in commissione d’inchiesta. Si tratta della prima grande prova che lo Stato ha concepito la Sardegna come una grande discarica di Stato, da devastare a suon di esplosioni tese a far sparire materiale bellico di ogni genere. Centinaia di bombe micidiali da 1000 libre, oltre 500 chili di esplosivo da far sparire in un solo modo, come dichiarano per iscritto dai vertici militari: facendole esplodere in Sardegna. Della devastazione ambientale, delle nanoparticelle, degli effetti su militari e civili a questo Stato vigliacco niente importava. Obiettivo fondamentale: far sparire tutto. Dagli atti riservati emerge di tutto: dalle relazioni incalzanti dei vertici ai dispacci preclusi a tutti per la movimentazione di tutto il materiale da smaltire in Sardegna. Ovviamente smaltimenti illegali, fuori legge, devastanti per l’ambiente e per la salute umana. Non si spiega diversamente perché tali operazioni non siano state gestite nei luoghi dove erano staccati quei materiali. Per quale motivo dal 115 deposito sussidiario di Vizzini, in Sicilia siano stati trasportati sino a Livorno, imbarcati per la Sardegna, sino ad Olbia in nave, poi al deposito dell’aeronautica di Serrenti e poi con quotidiane colonne marcianti verso Quirra. Uno Stato delinquenziale che ha devastato la Sardegna, generando disastri ambientali e omicidi di Stato, ancor oggi impuniti. Documenti che inchiodano sotto ogni punto di vista il comportamento dei vertici della Repubblica che sino al 2008 hanno proseguito con questa criminale utilizzazione dei poligoni militari della Sardegna. Utilizzo nefasto e criminale sempre negato da ministri e generali. Ora che questi documenti sono pubblici nessuno potrà sottrarsi dall’accertare il disastro ambientale ancora in essere insieme alle mancate bonifiche delle aree, oltre agli omicidi di Stato”.

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Direttiva armi 14 marzo 2017: il testo

Questo è il testo della modifiche alla direttiva 477 approvato il 14 marzo 2017.  Deve essere ancora letta accuratamente e interpretata. Deve essere ancora rivista dal Consiglio Europeo (credo che non cambieranno nulla), pubblicata sulla GU europea e poi recepita in Italia con i dovuti aggiustamenti e collegamenti.

NOTA: La pubblicazione ufficiale è avvenuta il 24 maggio 2017 e la direttiva dovrà essere recepita entro il 14 settembre 2018. Non sono stati corretti gli errori di traduzione.

Qui il testo originario  in PDF approvato dal parlamento europeo

Crisi dimenticate, lo Yemen sprofonda tra guerra e colera. Ong: “Bisogna agire adesso”

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«Ad oggi il piano di risposta per l’emergenza umanitaria in Yemen è finanziato solo per il 33,8%. Chiediamo all’Italia di fare la sua parte. Il conflitto in Yemen ha colpito 2.000 bambini. Il 60% di loro sono vittime attribuite alla coalizione a guida saudita». Così l’Ong Oxfam ricorda la drammatica situazione del paese mediorientale a seguito dell’incontro con la Presidente della Camera Laura Boldrini con le organizzazioni Banca etica, Oxfam, Rete Disarmo e Movimento dei Focolari che chiedono ai parlamentari di bloccare le esportazioni di armi ai Paesi coinvolti in guerra nel paese e nuova legge sull’embargo delle armi.

Una guerra dimenticata che vede la popolazione colpita da un’epidemia di colera gravissima che ha già registrato oltre 3mila morti. Nel distretto settentrionale di Abs urge un aumento esponenziale degli aiuti, avverte Medici Senza Frontiere. La malattia si diffonde attraverso l’acqua contaminata, quindi la potabilizzazione di quest’ultima e i servizi igienico-sanitari sono particolarmente vitali per affrontare il problema alla radice.

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Recepimento della Direttiva Armi, le associazioni fanno blocco

I rappresentanti delle associazioni dei settori armiero, sportivo e venatorio si sono incontrati per consolidare il coordinamento del comparto armi.

Il comparto si consolida. Dopo la riunione di insediamento del 9 marzo, i rappresentanti di AnpamAnppAssoarmieri, Comitato D-77ConarmiFenaveriFidascFitavFitds e Uitssono tornati a incontrarsi. L’obiettivo è sempre il solito: rendere sempre più coeso il coordinamento del comparto armi in vista del recepimento nazionale della Direttiva Armi. L’incontro si è reso ancora più necessario dopo che il Senato ha inserito la delega governativa per il recepimento della Direttiva Armi nella legge di delegazione europea protocollata col codice S2834.

Fonte Armi-magazine.it

Per battere il colera in Yemen dobbiamo fermare le bombe

Di fronte alla morte di oltre 2 mila uomini, donne e bambini per il colera e al contagio di oltre 360 mila persone sono negli ultimi tre mesi, in uno dei Paesi più poveri del mondo; di fronte a 19 milioni di persone allo stremo, che giorno dopo giorno sopravvivono sotto le bombe, con pochissimo cibo, senza acqua pulita e con quasi nessun accesso a cure mediche e servizi di base, il mondo, l’opinione pubblica, dovrebbero indignarsi.

Invece dello Yemen, che sta attraversando la peggiore crisi umanitaria della storia recente a livello globale, anche nel nostro Paese se ne se sente parlare solo di tanto in tanto. Quasi un’eco lontana, che non scuote il dibattito pubblico nemmeno di fronte all’orrore di una delle guerre più atroci degli ultimi anni che, come se non bastasse, sta portando 7 milioni di persone sull’orlo della carestia.

Ma per la popolazione di un Paese ormai raso al suolo – costretto ad affrontare una delle peggiori epidemie che il mondo abbia visto negli ultimi 50 anni, con meno della metà delle strutture sanitarie in funzione e mille restrizioni per l’arrivo degli aiuti umanitari – c’è sempre meno tempo.

Già perché se sei uno dei 3 milioni di sfollati yemeniti e nel bel mezzo la stagione delle piogge, sei magari costretto a vivere con i tuoi figli in alloggi di fortuna in mezzo ai rifiuti (che non vengono più raccolti) e da bere hai solo acqua contaminata, hai una altissima probabilità di contrarre il colera. Da qui a settembre infatti sono 600 mila le persone che rischiano ora dopo ora di contrarre la malattia.

Continua a leggere Eleonora Bacciotti sull’HuffingtonPost

La più grave crisi umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale

La scorsa settimana Stephen O’Brien, sottosegretario generale per le questioni umanitarie dell’ONU, ha fatto un intervento considerato molto importante al Consiglio di sicurezza dell’ONU. O’Brien ha detto che il mondo sta attraversando la più grave crisi umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, e che più di 20 milioni di persone stanno morendo di fame in Yemen, Somalia, Sud Sudan e Nigeria: «Senza aumentare e coordinare gli sforzi globali, queste persone semplicemente moriranno di fame. E molte altre si ammaleranno, e moriranno». Simili dichiarazioni erano già state fatte la settimana precedente dal segretario generale dell’ONU, António Guterres, il quale aveva anche sottolineato quanti pochi aiuti umanitari l’ONU aveva ricevuto dal gennaio 2017 fino a quel momento.

I motivi di questa enorme crisi umanitaria sono diversi e variano da paese a paese. Come ha scritto il Financial Times, tuttavia, a eccezione di quello che sta succedendo in Somalia tutte le altre crisi sono state causate dall’uomo. In Sud Sudan la situazione è catastrofica dal 2013, cioè due anni dopo il raggiungimento dell’indipendenza del paese dal Sudan. La guerra tra la fazione guidata dal presidente Salva Kiir e l’ex vicepresidente Riek Machar è cominciata subito dopo l’indipendenza e non si è mai fermata. Nel corso dei mesi è diventata sempre più violenta per il sovrapporsi di rivalità etniche e per la formazione di molte milizie armate, ciascuna con i propri obiettivi. L’ONU ha detto che circa 100mila sud-sudanesi sono già stati colpiti da una grave carestia, mentre il 40 per cento dell’intera popolazione ha bisogno urgente di cibo e assistenza. Alcuni funzionari ONU hanno anche detto che il governo di Kiir ha volutamente bloccato gli aiuti umanitari diretti verso alcune specifiche aree – le accuse sono state smentite dalle autorità sud-sudanesi – e hanno aggiunto che ci sono stati attacchi a convogli umanitari compiuti da entrambe le parti, governo e ribelli.

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L’accordo sulla Libia: un successo o no? Ascolta la puntata

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Oggi sembra una vittoria di Macron e della Francia ai danni dell’Italia e della nostra politica estera, ma forse non è l’unico modo per osservare i risultati. Proviamo a capire prima di tutto quanto è e se sarà importante per la Libia. E poi: questo accordo potrebbe portare finalmente alla pace? Come toccherà altri due aspetti che ci riguardano da vicino, energia e immigrazione?

Gli ospiti del 26 luglio 2017

Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), esperto di Libia

Francois Lafond, analista internazionale,  direttore del think tank di “Europa Nuova”,  professore associato a Sciences Po

Mattia Toaldo, analista all’European Council on Foreign Relations

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia

Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, diplomatico

 

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Libia, l’attivismo di Macron oscura i piccoli progressi dell’Italia

L’Italia lotta per ogni piccolo risultato da strappare ai tavoli europei, mentre Emmanuel Macron gioca da solo come tessitore degli equilibri politici libici. Il 25 luglio l’insofferenza della diplomazia italiana, presa in contropiede, era evidente: a Parigi il presidente francese ha portato a casa l’intesa – chissà se formale o sostanziale – tra il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito nazionale libico, e il premier Fayez al-Sarraj. L’accordo che include un cessate il fuoco, l’indizione di nuove elezioni e una ipotetica road map contro la lotta di trafficanti è stato praticamente un’iniziativa unilaterale, al punto che l’Alto rappresentante degli Affari esteri Federica Mogherini si è ritrovata a dichiarare il suo sostegno a cose praticamente fatte.

MAGRE CONSOLAZIONI PER ROMA. Nel frattempo Roma, che in Libia coordina due missioni Ue, incassava a Bruxelles due piccoli passi avanti ottenuti dopo almeno un mese di lavoro sul dossier. Il primo: la riapertura del mandato dell’operazione Sophia, cioè la missione coordinata dall’Italia e pensata per addestrare la guardia costiera libica e per lottare contro il traffico dei migranti. Il secondo: l’annuncio da parte libica della definizione della propria area di ricerca e salvataggio, condizione necessaria ma non sufficiente per definire le responsabilità sui salvataggi eventualmente effettuati in acque libiche e per limitare l’attività delle Organizzazioni non governative. Una magra, magrissima consolazione dopo mesi di attivismo del Viminale.

Leggi l’approfondimento di Giovanna Faggionato su Lettera43

Il petrolio e la guerra civile in Libia

Un blackout elettrico che sui propaga per 1500 km in una delle aree più pericolose del pianeta può essere provocato da una azione di polizia per catturare ladri di carburante? Di solito no, ma in Libia ogni azione può provocare conseguenze inimmaginabili.

In gennaio, la National Oil Company – la compagnia di Stato che controlla il petrolio libico – ha accusato la milizia mercenaria che garantisce la sicurezza della raffineria di Zawiya di rubare carburante e di rivenderlo sul mercato clandestino. Zawiya, 30 km a ovest di Tripoli, è un hub di importanza strategica insieme alla vicina Mellitah perché lì convergono tutti gli oleodotti ed i gasdotti collegati con i campi petroliferi e a gas della Tripolitania e del Fezzan. Da lì il petrolio prende il largo sulle petroliere mentre il gas si immerge lungo il gasdotto Greenstream (gestito al 75% Eni, al 25% da NOC) che attraversa il Mediterraneo per uscire in superficie a Gela.

Per ritorsione, la milizia ha fatto chiudere la centrale termoelettrica adiacente facendo saltare quasi completamente la griglia elettrica e causando il più grande blackout che abbia vissuto la Libia negli ultimi sei anni. Il messaggio era chiaro: se le milizie mercenarie vedono minacciata la loro fonte di guadagno illegale, non esitano a scatenare ritorsioni e né la NOC né il governo sostenuto dall’ONU possono farci nulla.

Leggi Luca Longo su Formiche.net

Alberto Negri: “Ricostruire la Libia per risolvere la questione migranti e salvare l’Europa”

”L’afflusso dei profughi sulle coste italiane non solo rischia di gettare in crisi l’Italia, ma rischia di mettere fine all’Unione Europea”. Va dritto al punto Alberto Negri, inviato del Sole 24Ore, una vita passata ad occuparsi di Medio Oriente e questioni internazionali. “Fino a che non ci sarà uno Stato libico forte, continuerà ininterrotto l’afflusso di migranti sulle coste italiane: il 97 per cento delle 85mila persone sbarcate dall’inizio del 2017 è partito da lì”. Un problema italiano ed europeo, con l’Unione che potrebbe spaccarsi a causa degli egoismi dei suoi membri.

La Commissione Europea sta provando a venire in soccorso dell’Italia con un piano d’azione comune per ridurre i flussi migratori
Non è questa la soluzione. Finché in Libia non ci sarà uno Stato forte, il flusso dei migranti continuerà. Non ha senso cercare accordi con le tribù nomadi che ne controllano i confini meridionali: hanno tutto l’interesse a continuare i traffici, che sono la loro principale fonte di guadagno. Bisogna ricostruire uno Stato libico con un’economia stabile. E questo è possibile solo con una conferenza internazionale sulla Libia che riunisca tutte le potenze che hanno interesse nella regione: in primis l’Italia, poi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

Continua a leggere l’intervista ad Alberto Negri su L’Espresso

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