Monthly Archives: agosto 2017

Il ricordo di Marcinelle: tra sicurezza sui luoghi di lavoro ed emigrazione. Ascolta la puntata

infortuni

Sessantuno anni fa nella miniera di carbone di Marcinelle persero la vita, tra gli altri, 136 nostri connazionali, «una tragedia che ci spinge a riflettere sulle sofferenze dei migranti», dice il presidente Mattarella. Marcinelle ci porta a legare il tema degli incidenti sul lavoro con quello dell’emigrazione. Qualcosa che viene raccontato poco, non perché i numeri siano diminuiti. Gli incidenti sono tanti, ma cosa è successo? Quali sono i dati degli infortuni sul lavoro e quale segmento occupano gli immigrati? Cosa resta da fare per aumentare la sicurezza sui luoghi di lavoro?

Gli ospiti del 9 agosto 2017

Franco Rampi, presidente Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inail

Linda Laura Sabbadini, statistica sociale, editorialista della Stampa

Angelo Ferracuti scrittore, i suoi ultimi libri: Addio. Il romanzo della fine del lavoro Chiarelettere 2016 e Andare, camminare, lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere Feltrinelli 2015

Giuseppe Giulietti, presidente della FNSI

Enrico Deaglio, giornalista e scrittore autore, tra gli altri, di Storia vera e terribile tra Sicilia e America (Sellerio 2015)

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Marcinelle 1956, quando gli immigrati senza diritti eravamo noi

Non sono ancora le otto del mattino dell’8 agosto del 1956, sessant’anni fa. Nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a Marcinelle, Belgio, si lavora già da un pezzo. Intorno alle sette, 274 minatori scendono fino a oltre mille metri sotto terra, disponendosi nelle gallerie e nei cunicoli per estrarre il carbone. Ma solo 12 di loro ne usciranno vivi. Gli altri 262, tutti giovani, moriranno soffocati e carbonizzati per un incendio probabilmente provocato da un errore umano: 136 erano italiani, in gran parte abruzzesi, i «musi neri» (come venivano soprannominati i minatori per via della fuliggine sui visi) emigrati in Belgio per estrarre il carbone sognando una vita migliore. Tra i sopravvissuti, c’era Antonio Iannetta, molisano, che aveva il compito di ingabbiare il carbone negli ascensori della miniera. Secondo le ricostruzioni, fu lui a commettere l’errore che provocò il disastro, inserendo male nell’ascensore un carrello pieno di carbone.

Intorno alle 8 e dieci, il fumo nero cominciò a uscire dai pozzi. I familiari corsero verso le cancellate, dove i minatori appendevano i vestiti prima di calarsi nelle viscere della terra. I soccorsi arrivarono tardi. Non era il primo incidente in miniera. E le ricerche andarono avanti fino al 22 agosto. Mentre le giovani mogli e i figli attendevano notizie sostando giorno e notte oltre i cancelli. Finché arrivò la notizia che ormai era scontata: «Tutti cadaveri». «Notte di attesa, notte di immenso dolore: gente del Nord e del Sud, gente di ogni regione d’Italia: tutto il dramma della nostra emigrazione è spietatamente sintetizzato sul ciglio di questa strada», scrisse l’inviato del Corriere della sera a Marcinelle.

Leggi Lidia Baratta su L’Inkiesta

I «belgitani» di Arquata, da Marcinelle al terremoto

Pochi giorni fa ero a Borgo di Arquata del Tronto, uno dei luoghi del terremoto, a prendere appunti per il mio libro-reportage che uscirà alla fine dell’anno, quando mi sono accorto che in un podere nascosto vicino al villaggio con le casette ancora in costruzione, c’erano due vecchi seduti all’ombra a prendere il fresco. Quando li ho raggiunti, superando i due filari di vigna, stavano seduti immobili su due sedie di plastica verdi, gli occhi dolci e acquosi, sereni conversavano ingannando il tempo. Mi hanno detto che abitavano qui prima del sisma, ora si sono spostati sulla costa adriatica all’hotel Maestrale di Porto d’Ascoli, vengono qualche volta con la corriera quando il tempo è buono. Entrambi novantenni, si chiamano Nazzarena e Alberto, sposati da 64 anni, sono vissuti più di trenta in Belgio dove lui lavorava in miniera a Charleroi, quello che chiamavano «il paese nero», noto per la tragedia di Marcinelle. Nazzarena ha i capelli bianchi lucidi, un viso sereno, lui è piccolo di statura, una barba incolta, gli occhiali da vista con la montatura rettangolare, il cappello di paglia in testa e i tubicini dell’ossigeno dentro le narici, che scendono verso il basso come una collana finendo dentro una borsa di tela azzurra. Ha la silicosi, «questo è il frutto della miniera» sostiene senza rancore, quella che chiamano «la malattia della mina». Alberto dice rammaricato che facendo i lavori per allestire il villaggio gli hanno fatto fuori alcune piante di noci, «siamo tornati dall’estero, abbiamo comprato questa proprietà per vederla massacrare», ripete inquieto. Se ne stanno seduti immobili e sembrano bastare a se stessi questi due vecchi, nella terra delle radici, sopra di loro una montagna ricoperta di alberi rigogliosi e verdissimi che si alza verso il cielo.

Leggi Angelo Ferracuti sul manifesto

Morti sul lavoro: l’Italia non brilla ed è a metà classifica Eurostat

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In tutto nel 2014, secondo i dati Eurostat si sono verificati 3 348 incidenti mortali sul posto di lavoro nell’Unione europea. Tra tutti gli Stati membri, i tassi di incidenza standardizzati minori sono stati registrati nei Paesi Bassi (1,0 ogni 100.000 lavoratori, in Grecia (1,2), Finlandia (1,2 nel 2013), Germania (1,4), Svezia (1,5) e Regno Unito (1,6), mentre i più alti sono stati registrati in Romania (7,1), Lettonia (6,0), Lituania (5,6) e in Bulgaria (5,4). L’Italia è a metà classifica (3,01), ma con un tasso di mortalità ogni 100mila lavoratori superiore alla media dell’Ue a 28 Paesi e a quasi tutti i maggiori partner europei.

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Perché nel 2017 sono aumentati morti e infortuni sul lavoro

el primo trimestre 2017, rispetto allo stesso periodo 2016, sia gli infortuni che i morti sul lavoro sono cresciuti, rispettivamente del 5,9% e dell’8,0%. Negli ultimi decenni il fenomeno infortunistico aveva mostrato una costante tendenza alla diminuzione, che si è particolarmente accentuata a partire dal 2008 e si è protratta fino al 2014. In questi anni, in cui il paese ha attraversato una profonda crisi economica, al favorevole trend già in atto si è sommato, infatti, il calo della produzione e dell’occupazione (sia in termini di occupati che di ore lavorate) che ha comportato una parallela contrazione dell’esposizione al rischio e quindi degli infortuni stessi.

Ma negli anni 2015 e 2016 l’andamento infortunistico ha cominciato a mostrare ritmi altalenanti a volte per gli infortuni in generale a volte per quelli con esito mortale. Questo inizio 2017 si presenta invece con segnali diffusi, univoci e, purtroppo, inequivocabili”, commenta Franco D’Amico, responsabile dei servizi statistici di Anmil, che stamattina ha presentato a Roma il primo rapporto sulla salute e sicurezza sul lavoro.

Lavoro, la strage nascosta: cento morti dimenticati ogni anno

Caduti, schiacciati, carbonizzati, avvelenati. Leonardo Scarpellini 25 anni. Francesco Leo, 24. Andrea Dalan, 40. Michele Di Lorenzo, 37. Emanuela Viezzer, 52. Antonio Galvano, 39. Daniele Finotti, 59. Sono solo alcune delle sessantasette persone che hanno perso la vita sul lavoro dall’inizio dell’anno. Non tutte le loro storie sono raccontate da giornali e tv. Ma l’affronto finale è che molti di quei morti scompariranno letteralmente dalle statistiche nazionali, la loro fine resterà avvolta per sempre nella nebbia. Semplicemente perché quei lavoratori non erano iscritti all’Inail o erano irregolari. E dunque rimangono e rimarranno invisibili.

Le storie delle morti bianche (ma che ci sarà poi di bianco in quelle morti?) si ripetono in un rituale tanto crudele quanto prevedibile. Francavilla, Brindisi: stritolato da una pressa utilizzata per comprimere i rifiuti. Trapani: precipitato nel locale macchine di un aliscafo. Massalengo, Lodi: infilzato da un muletto durante operazioni di scaffalatura. Vazzola, Treviso: caduta all’interno di una tramoggia usata per miscelare il cemento.

Marco Ruffolo su Repubblica

Reclutamento e strategie di adattamento al lavoro dei minatori italiani in Belgio

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L’emigrazione verso le miniere di carbone del Belgio fu una delle esperienze più difficili e, allo stesso tempo, uno degli sbocchi più promettenti di quegli anni. Il Belgio fu, infatti, insieme con le regioni minerarie francesi, il primo sbocco europeo dell’immediato dopoguerra. I primi contingenti di minatori italiani vi giunsero nel giugno e nel settembre del 1946 e il trattato d’emigrazione stipulato tra le due nazioni era allora il solo in vigore, accanto a quello stipulato con la Francia. In quegli anni di scarsità e di contingentamento internazionale delle fonti energetiche, il carbone Belga era infatti ritenuto provvidenziale per la ricostruzione dell’Europa, del Belgio e dell’Italia stessa: proprio il trattato d’emigrazione assicurava al Paese una determinata quantità di carbone per ogni minatore inviato in Belgio, e anche per ciò era considerato vitale.

Leggi Flavia Cumoli su Storicamente.org