I «belgitani» di Arquata, da Marcinelle al terremoto

Pochi giorni fa ero a Borgo di Arquata del Tronto, uno dei luoghi del terremoto, a prendere appunti per il mio libro-reportage che uscirà alla fine dell’anno, quando mi sono accorto che in un podere nascosto vicino al villaggio con le casette ancora in costruzione, c’erano due vecchi seduti all’ombra a prendere il fresco. Quando li ho raggiunti, superando i due filari di vigna, stavano seduti immobili su due sedie di plastica verdi, gli occhi dolci e acquosi, sereni conversavano ingannando il tempo. Mi hanno detto che abitavano qui prima del sisma, ora si sono spostati sulla costa adriatica all’hotel Maestrale di Porto d’Ascoli, vengono qualche volta con la corriera quando il tempo è buono. Entrambi novantenni, si chiamano Nazzarena e Alberto, sposati da 64 anni, sono vissuti più di trenta in Belgio dove lui lavorava in miniera a Charleroi, quello che chiamavano «il paese nero», noto per la tragedia di Marcinelle. Nazzarena ha i capelli bianchi lucidi, un viso sereno, lui è piccolo di statura, una barba incolta, gli occhiali da vista con la montatura rettangolare, il cappello di paglia in testa e i tubicini dell’ossigeno dentro le narici, che scendono verso il basso come una collana finendo dentro una borsa di tela azzurra. Ha la silicosi, «questo è il frutto della miniera» sostiene senza rancore, quella che chiamano «la malattia della mina». Alberto dice rammaricato che facendo i lavori per allestire il villaggio gli hanno fatto fuori alcune piante di noci, «siamo tornati dall’estero, abbiamo comprato questa proprietà per vederla massacrare», ripete inquieto. Se ne stanno seduti immobili e sembrano bastare a se stessi questi due vecchi, nella terra delle radici, sopra di loro una montagna ricoperta di alberi rigogliosi e verdissimi che si alza verso il cielo.

Leggi Angelo Ferracuti sul manifesto

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