Monthly Archives: settembre 2017

Rimini: lo stupro del branco

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A Rimini si è consumata una vicenda orribile dove i dettagli di cronaca e delle indagini hanno forse contribuito a rafforzare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media intorno a questo caso di stupro di branco. Attenzione ancora più importante se si tiene conto che gli stupri in Italia sono circa 4mila l’anno, 11 al giorno, anzi di più perché molti non vengono denunciati, e che non tutti ottengono la stessa considerazione.

Gli ospiti del 6 settembre 2017

Raffaella Palladino, Associazione DiRe, Donne in rete contro la violenza
Francesco Cancellato
, direttore de Linkiesta
Luca Fazzo
, giornalista del Giornale 
Vladimiro Polchi
, giornalista di Repubblica, autore tv, autore di articoli, inchieste e libri sul tema dell’immigrazione e di un pezzo l’altro giorno su Rimini e gli stupri in Italia 
Umberto Galimberti
, filosofo e psicanalista, tra i suoi libri ricordiamo L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli), I miti del nostro tempo (Feltrinelli)

L’intervista, vivere l’era dello stupro di gruppo

violenza sessuale stupro di gruppo

L’opinione pubblica in questi giorni si è mossa attraverso media e social network per evidenziare iproprio disgusto e lo sgomento provato nell’apprendere dello stupro patito per lungo tempo da una adolescente del sud Italia. A capo dello squallido piano vi è stato, stando alle indagini effettuate dagli inquirenti delle forze dell’ordine, il fidanzatino della vittima, che subdolamente ha saputo coinvolgere anche gli amici più stretti, postando lo scenario drammatico attraverso “video ricordo” su YouTube. Lo squallore si è visto accrescere nei giorni successivi dopo le dichiarazioni rilasciate attraverso una emittente privata dal sindaco di Pimonte, Michele Palummo che ha definito l’accaduto una semplice bambinata, aprendo così il secondo teatrino del caos e della vergogna in territorio italiano. Cosa sia uno stupro, nessuno di chi non l’ha vissuto potrà mai immaginarlo, il sentirsi inermi ed abusati in ciò che una donna per naturale concezione definisce romantico, ma oramai dobbiamo ammettere che tutto ciò nella società odierna ha perso il senso universale della decenza. La società moderna oggi è tenuta ad impugnare tutte le responsabilità del caso, fautrice di questo risultato come ci spiega oggi Mauro Lo Castro, laureato in Psicologia generale e sperimentale presso l’Università degli Studi di Firenze, psicologo ad orientamento cognitivo- comportamentale. Da anni è in prima linea negli sportelli di aiuto per danni psicologici arrecati da un passato di violenza subita, vanta molta esperienza nel supporto psicologico ai minori e soprattutto lo studio del danno arrecato dallo stress del vivere anche sui giovani nelle carceri romane.

Antonietta Chiodo su SocialNews

Ogni giorno 11 stupri. In quattro casi su dieci l’autore è straniero

Quasi 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. Più di un milione di donne colpite in Italia. «È un reato orribile che resta purtroppo opaco, spesso consumato in famiglia e in cui le denunce sono ancora troppo poche». Fotografare la piaga delle violenze sessuali alla luce dei dati ufficiali non è facile: «Il fenomeno è in gran parte sommerso», avvertono gli esperti. Ma una cosa è certa: i numeri che circolano sono impressionanti.

Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri. Eppure, nelle denunce degli ultimi anni, si registra una lieve flessione: 6% in meno tra il 2014 e il 2015 e 13% in meno dal novembre 2015 al novembre 2016. Quanto agli autori, in maggioranza sono italiani, ma quasi quattro denunciati su dieci sono stranieri.

Nonostante il ripetersi di fatti di cronaca con al centro violenze sulle donne, anche gli ultimi dati del Viminale confermano la diminuzione delle denunce per stupro: le violenze sessuali tra gennaio e luglio 2017 sono state 2.333, contro le 2.345 denunciate nello stesso periodo dell’anno scorso. Chi sono gli autori?

Vladimiro Polchi su Repubblica

Gli stupratori di Rimini, i frutti malati (e occidentali) dell’integrazione perfetta

Rimettete nel cassetto i luoghi comuni su religione e cultura, deponete le armi dello scontro di civiltà. E già che ci siete, fate a pezzi pure gli alibi della segregazione razziale e della povertà. Perché i quattro stupratori di Rimini ritratti dal racconto delle tre amiche – le “tre civette sul comò” come le chiama Brunella Giovara su Repubblica nel suo riuscito reportage – non c’entra nulla coi cliché sui giovani immigrati che abbiamo in testa.

Non parliamo di metropoli e di banlieue innanzitutto. I quattro ragazzi – i due fratelli marocchini, il nigeriano e il ventenne congolese Guerlin Butungu vivevano tra Vallefoglia e Pesaro, piccola provincia di quella che il sociologo americano Robert Putnam chiamava l’Italia delle virtù civiche, ricca di capitale sociale, perfetta per includere il migrante, per combattere il disagio. Pesaro, per altro, è pure una di quelle città-modello per l’accoglienza de richiedenti asilo, qual era Butungu: volontariato obbligatorio, corsi di formazione, protocolli con cooperative, cene e caffè a casa dei pesaresi per raccontare storie di guerre e migrazione.

Non parliamo nemmeno di un gruppo di emarginati. I quattro ragazzi facevano parte di una compagnia mista di una trentina di persone: «Ci sono marocchini, albanesi, e cinque italiani. Che si fa? Si prende il tram e si va a Pesaro, a divertirci, perché qui non c’è niente», raccontano le ragazze. A Pesaro, sulle panchine di fronte alla stazione. Con le felpe e il cappellino all’incontrario, i jeans, le magliette tutte uguali. Adolescenti, molti dei quali – i marocchini, soprattutto – figli di famiglie che si conoscono, si frequentano, si aiutano. Sono loro, le famiglie marocchine, a emarginare la famiglia dei fratelli M e K, semmai: «un po’ pericolosa, nessuno dei nostri genitori li frequenta più», raccontano le ragazze.

Non parliamo nemmeno di povertà, o almeno non di situazioni al limite. Le ragazze raccontano di L., il nigeriano, cui «la famiglia comprava tutto, stanno molto bene, gli hanno regalato l’iPhone». O dei due fratelli marocchini che giravano sempre con vestiti firmati, « Nike, Adidas, Vans, Converse, roba che costa». Abiti costosi come quello che indossava anche Butungu, che avevano insospettito i responsabili dell’associazione che l’aveva dapprima fatto studiare da cameriere e poi inserito in un percorso di tirocinio in un ristorante di Fano.