Monthly Archives: settembre 2017

Scuola: compiti a casa sì o no?

compiti a casa

Compiti a casa, sì o no?
166 classi tra elementari e medie, in 5 province (Biella, Verbania, Milano, Torino e Trapani) sperimenteranno il sogno di ogni ragazzo: niente più compiti, specie per chi fa il tempo pieno.
Come sempre, quando si parla di scuola, c’è molta partecipazione e coinvolgimento. 5 le telefonate di stamattina a Prima Pagina, tutte ricche di esperienze e competenze: i compiti sviluppano competenza e autonomia, dice il primo ascoltatore, ma sottolineano anche le disuguaglianze tra le famiglie, risponde il secondo.
A cosa servono i compiti, e a chi servono? È possibile sostituirli con altri metodi? Cosa ci guadagniamo e cosa perdiamo?

Gli ospiti del 6 settembre 2017

Maurizio Parodi, dirigente scolastico, autore di Basta compiti. Non è così che si impara (Sonda) e della petizione on line su change.org di due anni fa che ha preso 25mila consensi
Franco Lorenzoni
, maestro elementare e animatore della Casa-laboratorio di Cenci (Terni), autore del libro I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica (Sellerio, 2014)
Mila Spicola
, insegnante e studiosa di pedagogia sperimentale e di comparazioni internazionale di sistemi di istruzione
Manuela Cantoia
, insegna Psicologia Sociale e dello Sviluppo, all’Università Cattolica di Milano. E’ coordinatrice delle attività formative dello SPAEE (servizio di psicologia dell’apprendimento e dell’educazione in età evolutiva dell’Università cattolica) e autrice di Come si impara. Teorie, costrutti e procedure nella psicologia dell’apprendimento (Mondadori Università)
Adolfo Scotto Di Luzio
, insegna Storia della Pedagogia all’Università di Bergamo, tra i suoi ultimi libri La scuola che vorrei (Mondadori)
Maurizio Bettini
, insegna filologia classica all’Università di Siena, il suo ultimo libro è A che servono i Greci e i Romani (Einaudi, 2017)

“Mai più compiti a casa”: da Biella a Trapani via alla sperimentazione

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NIENTE compiti a casa”: il sogno di tutti gli alunni e di molti genitori, grazie ad un progetto sperimentale che coinvolge la scuola primaria e la scuola media per 166 classi di cinque province italiane (Biella, Verbania, Milano, Torino e Trapani), si trasforma in realtà. Già in passato diverse sono state le iniziative, tra petizioni e appelli, per trasformare il metodo di apprendimento. Ora si passa ai fatti. C’è un movimento su scala nazionale che ha deciso di percorrere un’altra strada: quella che, attraverso una diversa organizzazione del tempo-scuola, solleva gli alunni dal peso di faticosissime rielaborazioni casalinghe spesso con il coinvolgimento dei genitori. Se non con l’ausilio di veri e propri insegnanti privati. Così, dopo le iniziative sui social del preside ligure Maurizio Parodi, autore della pagina Facebook “Basta compiti!” e di una petizione online che nei mesi scorsi ha raccolto quasi 25mila consensi, in Italia cominciano a prendere forma esperienze concrete. E per la prima volta parte un progetto che coinvolge le scuole di tre regioni diverse: Piemonte, Lombardia e Sicilia.

Salvo Intravaia su Repubblica

Niente compiti a casa, sperimentazione del MIUR: si starà a scuola tutto il giorno. Cosa ne pensi?

La sperimentazione è stata proposta dal pedagogista, nonché funzionario del Ministero, Raffaele Ciambrone. La sperimentazione avverrà a Biella, Verbania, Trapani, Milano e Torino. Hanno aderito 36 classi del territorio per un totale di 85 insegnanti e 699 allievi, tra elementari e medie. Obiettivo, eliminare i compiti a casa.

Come fare? Secondo la sperimentazione che sarà avviata, alle elementari i maestri di italiano e matematica si alterneranno di mattina e pomeriggio. Di mattina si farà lezione teorica, di pomeriggio si farà pratica. Lo scopo è di fare lezione continuata di mattina fino ad assimilazione dell’argomento, quindi passare al pomeriggio per un’applicazione pratica.

Inoltre, gli argomenti saranno affrontati in modo interdisciplinare.

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No ai compiti a casa, diritto al riposo

Ha raccolto più di 15 mila adesione la petizione di un preside genovese, Maurizio Parodi, e di diverse associazioni, con la quale si chiede che i compiti nella scuola dell’obbligo siano aboliti [clicca qui]. Secondo i promotori dell’iniziativa i compiti a casa sono “inutili, dannosi, disciminanti, prevaricanti, impropri, limitanti, stressanti, malsani” [fonte: la trasmissione “Dietro la lavagna” di Radio Popolare dell’8 gen 2015 dal minuto 4] .
E’ un tema di cui si discute da diverso tempo.
Per i favorevoli all’eliminazione dei compiti, il modello scolastico di riferimento è quello finlandese, giudicato  il migliore al mondo. Come ha fatto la Finlandia a raggiungere questo invidiabile primato lo chiede il regista americano Michael Moore al Ministro dellIstruzione finlandese, Krista Kiuru nel suo documentario Where to invade next”: ”Abbiamo abolito i compiti a casa” risponde il Ministro, sostenendo che l’eliminazione dei compiti è necessaria per combattere lo “stress degli studenti” che ostacola il processo di apprendimento.

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Ocse: “Inclusione di alunni svantaggiati? Una risorsa anche per i più bravi”

A scuola, l’inclusione dei soggetti più svantaggiati (stranieri, deprivati culturalmente ed economicamente) paga. E, oltre a costituire un’occasione per questi ultimi, fa addirittura migliorare le performance degli alunni ‘più bravi’ o fortunati. È quello che sostiene l’Ocse nell’ultimo dossier che rielabora i dati del Pisa 2015: il Programma che valuta le performance in Lettura, Matematica e Scienze dei quindicenni di mezzo mondo.

“La qualità dell’apprendimento e i risultati si abbassano quando l’istruzione si estende agli studenti svantaggiati?”, si domandano nel loro ultimo approfondimento gli studiosi dell’Ocse. Una tesi che riapre la polemica sulle classi-ghetto lanciata un paio di mesi fa dal maestro e scrittore Franco Lorenzoni che ha scritto alla ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, per stigmatizzare l’abitudine di creare classi composte da allievi più attrezzati, lasciando che i meno fortunati si accomodino nelle cosiddette classi-ghetto. Lettera che ha sollecitato l’immediata risposta della stessa Fedeli la quale ha invitato gli addetti ai lavori ad iniziare “dalle periferie, dove le scuole possono diventare avanguardie di sperimentazione educativa”.

Una tendenza, quella di creare classi-ghetto, che interpretando i risultati dei test Invalsi (sulla variabilità delle classi) al Sud è quattro volte superiore al valore fisiologico. Per comprendere come funzionano le cose, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha confrontato i dati dei test Ocse-Pisa di alcuni Paesi (Albania, Brasile, Colombia, Costa Rica, Indonesia, Giordania, Messico, Turchia e Uruguay), che nelle loro prime partecipazioni all’indagine internazionale avevano inviato solo una parte dei loro quindicenni (i più abbienti), con i risultati dell’ultima edizione in cui hanno potuto partecipare anche gli studenti svantaggiati. Una esclusione determinata dal fatto che oltre ad avere 15 anni occorreva che gli stessi studenti frequentassero anche una determinata classe: quella che da noi corrisponde al secondo anno delle superiori. E in questi Paesi i quindicenni delle zone più arretrate/periferiche alcuni anni fa o non frequentavano la scuola o erano rimasti indietro. Ecco i risultati.

Salvo Intravaia su Repubblica