Monthly Archives: settembre 2017

Disastro idrogeologico: si può fare prevenzione? Ascolta la puntata

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La tragica alluvione di Livorno continua a suscitare commenti, anche tra i nostri ascoltatori. In particolare Andrea, molto competente in materia di fiumi e di acque, ha telefonato a Prima Pagina invitandoci a fare una differenza che sembra sottile ma che è gigantesca: le nostre vite, le nostre case, le nostre città non possono essere assolutamente al sicuro. Il rischio non si può escludere dalle nostre vite, si può però limitare, attraverso piccoli comportamenti quotidiani. Come racconta l’esperienza dell’anziana contadina Silvana che ha raccontato di come sapevano gestire gli argini dei fiumi, i confini naturali. È la natura ad essere matrigna o noi a dover limitare i nostri comportamenti? Come possiamo affrontare i dissesti idrogeologici?

Gli ospiti del 12 settembre 2017

Santo Grammatico, presidente Legambiente Liguria

Antonio Massarutto, docente di Politica economica ed Economia pubblica nell’Università di Udine, direttore di ricerca dello Iefe (Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente), autore del libro L’acqua (Il Mulino)

Giancarlo Gusmaroli, direttore tecnico del centro italiano per la riqualificazione fluviale

Mirilia Bonnes, ordinario di Psicologia Ambientale alla Sapienza 

Francesco Bruni, sceneggiatore e regista. Col suo lavoro di sceneggiatore è diventato uno dei “cantori” della città  collaborando tra gli altri a molte sceneggiature dei film di Paolo Virzì come Ovosodo (che prende appunto il nome da un rione di Livorno) e La prima cosa bella. Ha esordito alla regia nel 2011 con Scialla!, il suo ultimo film è Tutto quello che vuoi.

Ascolta la puntata 

La piazza della città di radio3

Nubifragio a Livorno, i cambiamenti climatici sul banco degli imputati

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Fra la notte e le prime ore di ieri  mattina a Livorno è caduta in 4 ore la pioggia di 3 mesi e questo ha determinato un “effetto tappo” nei confronti dei fiumi già ingrossati dagli enormi quantitativi di pioggia. È questo, secondo il meteorologo Simone Abelli del Centro Epson Meteo, quello che ha scatenato la tragedia.

“Si tratta – spiega l’esperto – di fenomeni che abbiamo imparato a conoscere in occasione di altre situazioni critiche affrontate sul nostro territorio. Questi temporali hanno scaricato quantitativi di pioggia in poche ore pari a un’intera stagione. Dall’altro lato abbiamo avuto le correnti dirette dal mare verso la terraferma che hanno accompagnato l’evento.

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Dopo l’alluvione le Cinque Terre hanno bisogno di un turismo sostenibile

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La via dell’Amore, in una giornata dalle nuvole gonfie di pioggia e con le previsioni meteo che segnano “allerta rossa”, restituisce al visitatore una sorta di meravigliosa tristezza. La vertiginosa vista sul mare e la natura selvaggia contrastano con le briglie e i cavi d’acciaio che imbrigliano le falesie. Soprattutto, imboccato da Manarola lo scenografico sentiero, dopo appena duecento metri si sbatte contro una rete metallica che non permette di proseguire.

La via dell’Amore è chiusa da quattro anni, dal giorno in cui un pezzo di costa franò senza avvisaglie su quattro malcapitate turiste australiane, ferendo gravemente due di loro. Finora è stato riaperto solo il tratto iniziale, grazie a un milione e mezzo stanziato dalle Ferrovie dello stato e ad altri 600mila euro forniti dalla regione Liguria.

Leggi l’inchiesta di Angelo Mastrandrea su Internazionale

La minaccia dei fiumi “tombati”. Una rete di 12 mila chilometri

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Una mappa precisa non c’è, ma sappiamo che in Italia ci sono circa 12mila chilometri di corsi d’acqua «tombati». Fiumi, torrenti e rivi coperti da edifici e strade e trasformati in canali sotterranei. Per due secoli nelle Università si è insegnato che un fiume è un semplice collettore. Un «tubo» che si può trasformare in qualcosa d’altro usando cemento e buoni calcoli. La dinamica naturale di un fiume – che da sempre «vive» passando per fasi di magra e di espansione, ma anche di esondazione – è stata cancellata attraverso l’ingegneria.

Oggi abbiamo scoperto che questi fiumi «tombati», questi canali sotterranei su cui sono state costruite case e uffici in cui vivono e lavorano persone, nella loro «tomba» non ci stanno. Per colpa delle le precipitazioni «normali», di quelle potenziate al parossismo dal cambiamento climatico, ma anche per i flussi generati dalla impermeabilizzazione del territorio dovuta al consumo del suolo, a Livorno, Genova e in molte altre città l’acqua alla fine esplode letteralmente fuori da questi poveri fiumi tombati, cementificati, o strangolati da argini e ponti mal concepiti. Con conseguenze distruttive e devastanti, in termini umani ed economici.

Roberto Giovannini su La Stampa

Legambiente, sono 7 milioni gli italiani a rischio frane e alluvioni

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Gli italiani che ogni giorno vivono in zone a rischio di frane e alluvioni sarebbero circa sette milioni. A rilanciare l’allarme è Legambiente che, attraverso uno dei suoi ultimi dossier, sottolinea come il nostro Paese debba fare i conti, in particolare, con il problema della fragilità del suolo, tenendo conto che spesso, nelle aree potenzialmente franose, sono presenti ospedali o scuole.

Secondo l’indagine di Legambiente, l’Italia sarebbe un Paese ad elevato rischio idrogeologico. Basti pensare che 7.145 comuni, l’88% del totale, hanno almeno un’area classificata ad alto rischio. Stando all’ultimo rapporto, nel 77% dei comuni considerati ci sono abitazioni costruite in “zone rosse”, nel 31% dei casi vi si trovano interni quartieri e nel 51% si trovano invece “insediamenti industriali”. Spesso, nelle zone potenzialmente franose, sono presenti anche scuole e ospedali. “Quella di Livorno – racconta la presidente di Legambiente Rossella Muroni – è una tragedia annunciata. Ci sono 7 milioni di persone che vivono in aree a rischio e le nostre città sono sempre più esposte ai cambiamenti climatici”. Secondo la Muroni, sarebbe necessario un nuovo approccio che preveda anche una corretta pianificazione degli spazi verdi.

Leggi l’approfondimento di SkyTg24

Leggi il dossier di Legambiente

4 startup per tenere sotto controllo frane e alluvioni

(fonte: Waterview)

WaterView, la startup che, grazie a un algoritmo, trasforma macchine fotografiche, webcam e presto anche smartphone in pluviometri. Ise-net, che elabora modelli 3D, utilizzando droni e laser scanner, per monitorare aree soggette a frane, crolli di roccia, valanghe. Envisens Tecnologies, che ha sviluppato MicroRadarNet (MRN), una micro-rete radar in banda X a corto raggio, progettata per operare in zone orograficamente complesse e migliorare le stime relative alla pioggia. Weact, una piattaforma di segnalazione civica che permette, tramite un sistema di feedback, di creare delle azioni su determinati territori, sfruttando la conoscenza dell’area da parte di chi vi risiede. Sono quatto startup, incubate all’I3P di Torino, che vogliono innovare il settore del monitoraggio ambientale e della tutela del territorio partendo da un Paese a forte rischio alluvioni come l’Italia.

L’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha presentato l’Annuario dei dati ambientali 2016 e quella che emerge non è una bella fotografia.

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Dissesto idrogeologico: le tecnologie per la prevenzione ci sono

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È possibile prevenire frane, smottamenti o terremoti che mettono in pericolo la vita di milioni d’italiani, trasformano profondamente il territorio e comportano ingenti spese economiche? «Anticipare i dissesti causati dai fenomeni naturali è in parte possibile con nuove tecnologie all’avanguardia che sono state oggetto di studio e ricerca per vari anni e che oggi sono diventate realtà mature, applicabili a prezzi abbordabili e quindi sfruttabili dai professionisti che ogni giorno si misurano con il nostro territorio», risponde Gianluca Benedetti, consigliere dell’Ordine dei geologi dell’Emilia Romagna.

Non fare solo la conta dei danni ma prevenirli risparmiando da cinque a sette volte il denaro pubblico per affrontare le emergenze, è dunque un’opportunità tangibile, praticabile con metodi dell’ultima generazione come per esempio i droni provvisti di sensori e videocamere che riescono a vedere e rilevare dati in zone altrimenti inaccessibili (sperimentati di recente in Islanda dall’Università Milano-Bicocca). Oppure con l’interferometria satellitare Permanent Scatters (PS). Attraverso i satelliti che passano sopra le zone da monitorare, permette di seguire nel tempo lo spostamento di punti sul territorio (infrastrutture, edifici, affioramenti rocciosi). «È un approccio indicato per monitorare l’evoluzione di frane lente o seguire i movimenti indotti dallo scavo di una galleria», spiega Benedetti.

Leggi l’approfondimento di Manuela Campanelli sul Corriere della sera

La videoricostruzione: Alluvione a Livorno, perché è esondato il fiume della morte

Il battesimo dell’acqua è avvenuto la scorsa notte. Quella che doveva essere l’opera definitiva per proteggere la città non era mai stata utilizzata prima. Non ce n’era mai stato bisogno. Le quattro casse di espansione che dall’ottobre del 2015 vigilano sul Rio Maggiore, il solito sospetto di ogni allagamento livornese, si sono riempite. Non è bastato. Le vasche di cemento armato si sono rivelate, piccole, troppo piccole. L’acqua in eccesso caduta dal cielo ha potuto continuare la sua corsa sotterranea intasando i tubi, facendo esplodere i canali seminterrati, provocando la morte di sette persone.

Clicca qui per leggere l’articolo completo di Marco Imarisio e la videoricostruzione di marco Maggioni

Polizza contro le calamità, la Francia è un modello

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Terremoti, alluvioni, frane: 220 eventi in media all’anno in Italia dove il 45% dei Comuni è in zone soggette a disastri naturali che significano danni a persone e cose. Secondo una stima Ocse negli ultimi dieci anni lo Stato italiano ha pagato danni per 35 miliardi di euro. L’ultima valutazione di quelli provocati del terremoto nel centro Italia del 24 agosto scorso è di 23,53 miliardi. Cifre altissime che fanno capire come sia difficile far tornare i conti. E in parte spiegano anche i ritardi nella ricostruzione. Rispetto ad altri Stati, dove esiste una sinergia pubblico-privati con i danni coperti dalle assicurazioni, l’Italia è ancora un’anomalia. Eppure se le imprese e i privati si assicurassero anche contro i grandi rischi, con una forma di interazione pubblico-privata, come ha sostenuto anche la Banca d’Italia, la ricostruzione potrebbe forse essere meno onerosa per lo Stato e più veloce, liberando risorse per la prevenzione sul territorio. Con costo equo per i cittadini. «Secondo le stime del consiglio nazionale dei geologi, 24 milioni di italiani vivono in zone sismiche, sarebbe quindi logico che in Italia ci fosse una maggiore cultura della protezione, una spinta condivisa alla prevenzione e un’assunzione di copertura dei rischi da parte dei privati, con un trasferimento sul mondo assicurativo: in realtà c’è solo una gestione costante dell’emergenza» dice Filippo Emanuelli, amministratore delegato di Belfor Italia, società internazionale.

Leggi Monica Zunino su Repubblica