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3 ottobre 2013 – 2017. Ascolta la puntata

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Tante le telefonate arrivate, anche questa mattina, sul tema dell’immigrazione. E non manca qualche polemica. Michele, ad esempio, si chiede: non è un’ipocrisia istituire una giornata in memoria delle vittime quando si fanno accordi con gli scafisti? Proviamo a raccogliere e a raccontare le storie di queste persone, per ricordare – a noi stessi – che avevano un passato.

Gli ospiti del 3 ottobre 2017 

Prefetto Vittorio Piscitelli, Commissario Straordinario del Governo per le persone scomparse

Antonina Argo, coordina la scuola di medicina legale del Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, collabora con l’ufficio persone scomparse del Viminale

Max Hirzel, fotoreporter, in Senegal ha intervistato la famiglia di una delle vittime del naufragio del’aprile 2015

Giorgia Mirto, giovane ricercatrice, per l’università di Amsterdam ha svolto una ricerca sul campo, in Sicilia, su chi ha dato sepoltura ai resti delle vittime dei naufragi

Michela Iaccarino, reporter, ha raccolto le testimonianze dei parenti dei naufraghi di Lampedusa per il progetto Sciabica di Fabrica e UNHCR

Giacinto Palladino, presidente First Social Life, associazione che ha curato e prodotto la realizzazione del Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo di Lampedusa

Ascolta la puntata 

La piazza della città di radio3

Il prefetto Piscitelli: «Così diamo i nomi ai morti del mare»

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Nemmeno il numero delle vittime dell’ultima, ennesima, ecatombe del Mediterraneo è ancora certo.

A Lampedusa non c’è più spazio per i morti, le salme vengono trasportate a Malta, avvolte in teloni di plastica grigi in attesa che qualcuno dia loro una sepoltura. E un nome.
Perché nell’indifferenza colpevole dell’Europa, l’Italia cerca non solo di salvare vite umane – più di 10 mila migranti solo nelle ultime settimane sono stati soccorsi in mare -, ma anche di restituire loro la dignità.

Con un lavoro difficile, angosciante ma necessario: il riconoscimento delle vittime di quello che il premier Matteo Renzi ha definito senza giri di parole il nuovo schiavismo.
Se ne occupa a Roma l’ufficio del commissario per le persone scomparse diretto dal prefetto Vittorio Piscitelli, in collaborazione con il laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Istituto di medicina legale della Statale di Milano.

Nominato a gennaio del 2013, Piscitelli ha iniziato a occuparsi dei migranti scomparsi al largo di Lampedusa con i terribili naufragi dell’ottobre 2013.
Delle 195 vittime ancora senza volto di quelle stragi, ne sono state identificate finora nove.
«Su 30 mila persone scomparse in Italia, 20 mila sono straniere, e il 46% di loro minori. Una percentuale cresciuta anche a causa dell’incremento degli sbarchi», spiega Piscitelli.

Leggi l’intervista su Lettera43

Negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30mila migranti. La maggior parte resta ancora senza un nome

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Negli ultimi quindici anni oltre 30mila persone sono morte cercando di attraversare il Mediterraneo. Vittime in gran parte sconosciute. Il 60 per cento di loro resta senza nome e senza un’identità. È un aspetto poco conosciuto, eppure particolarmente diffuso, delle drammatiche migrazioni verso l’Europa. Intanto il fenomeno prosegue senza sosta. Nel 2015 sono decedute in mare, cercando di raggiungere i Paesi europei, 3.771 persone. Stando ai dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’anno seguente il numero è cresciuto fino a 5.022. All’inizio di marzo il bollettino di quest’anno aveva già raggiunto 521 morti. «Nel 2016 ha perso la vita una persona ogni 88 che hanno tentato la traversata – si legge in una mozione presentata questi giorni a Montecitorio – mentre nel 2015 era una ogni 269».

Annegati senza nome. Senza essere identificati né riconosciuti. A pagarne le conseguenze sono le famiglie, anzitutto. Dall’altra parte del Mediterraneo i parenti non possono riavere i corpi dei congiunti e dar loro sepoltura. Altre volte rimangono per sempre in attesa di notizie, senza conoscere il destino dei propri cari partiti per l’Europa.

Marco Sarti su L’Inkiesta 

La stanza di Mamadou

In Senegal, dove iniziò l'odissea di un migrante

SOUKOUTA (Senegal). Il tempo sembra sospeso a Soukouta. Il termometro ha superato i 40 gradi. In questo paese di 500 anime nel cuore del delta del Saloum, Ousmane tace. Sgrana il suo rosario musulmano seduto sul bordo del letto. Da ormai due anni lui e suoi fratelli non hanno più notizie di Mamadou, il fratello più piccolo. Nella stanza senza finestra è Abdou, il fratello di mezzo, a raccontare. «Mamadou è partito a febbraio del 2015 con un ragazzo del paese vicino, si chiama Mamadou anche lui. Sono passati dal Mali, poi Agadez in Niger, quindi Tripoli in Libia» dice scusandosi per il suo francese esitante. «Pensava di attraversare il mare senza problemi, come nostro fratello Fode che è salito su un barcone in Marocco nel 2012 e che ora vive in Spagna».

Mamadou è il minore di sette fratelli – cinque maschi e due femmine, che non hanno più né padre né madre. Sette anni prima aveva lasciato la campagna del Saloum per Dakar dove, con il suo diploma di elettrauto, aiutava i suoi fratelli come poteva. Nel cortile della casa di famiglia si era sistemato una stanza, di fronte a quella di Abdou. Un letto e un comodino abbinati, in legno scuro, con fiori chiari dipinti a mano. Al ritorno dalla capitale vi ritrovava Awa, la giovane moglie originaria di un villaggio vicino, Missirah. «È dura la vita qui, è molto dura» dice semplicemente Abdou, guardando il cortile coperto di sabbia.

Leggi l’articolo di Cécile Debarge e Aurélie Darbouret sul Venerdì di Repubblica

Il relitto ripescato. Recuperati i corpi dei 700 migranti: come topi

Recuperati i corpi dei 700 migranti: come topi

Era probabilmente sbagliata la stima iniziale. I migranti morti nel naufragio verificatosi nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2015 erano più di 700. I superstiti furono 28. Su quel barcone da 150 tonnellate erano ammassati ovunque, anche dentro la sala macchine. I vigili del fuoco hanno calcolato che in una superficie di un metro quadrato dovevano stare almeno in cinque: uomini, donne, tanti minorenni, anche bambini. L’operazione di recupero del relitto ‘Melilli 5′ voluta dalla Presidenza del Consiglio, in collaborazione con il commissario straordinario per le persone scomparse Vittorio Piscitelli, la Prefettura di Siracusa e la Procura di Catania, fornisce alcuni numeri precisi. Si è conclusa la fase del recupero dei corpi, o meglio dei resti umani, dal barcone. Per i prossimi due mesi saranno impegnati i medici legali provenienti da diverse università di tutta Italia, coordinati dalla professoressa Cristina Cattaneo dell’università di Milano, per gli esami autoptici. Fino ad o- ra sono stati esaminati 267 cadaveri: «Ma abbiamo già la segnalazione di 57 scomparsi dalla regione di Tambacounda nel Senegal e stiamo raccogliendo già i moduli e i prelievi per attività genetiche. E poi c’è una segnalazione di una famiglia della Guinea Conakry che risiedono negli Stati Uniti che sa che i loro cari erano sul barcone», spiega la prof. Cattaneo.

Alessandro Ricupero su Avvenire

L’Italia fa scuola nell’identificazione dei migranti morti nel Mediterraneo

Quando ha fatto le prime autopsie sui corpi dei migranti morti nel naufragio del 18 aprile del 2015, Cristina Cattaneo ha cominciato anche a fare incubi. “Sognavo che i migranti fossero impiccati sul barcone, sognavo di cercare per la strada dei segni che mi aiutassero a identificarli, a capire chi fossero”, racconta Cattaneo, mentre è seduta dietro a montagne di libri e faldoni nel suo studio all’Istituto di medicina legale dell’università statale di Milano.

“Sui primi corpi abbiamo lavorato di continuo giorno e notte, per tre giorni, abbiamo fatto tutto sul pavimento dell’ospedale di Catania e dovevamo fare in fretta perché l’ospedale non era attrezzato a ricevere così tanti cadaveri”. Cattaneo è un medico legale, un’antropologa forense e dirige il laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Istituto di medicina legale dell’università statale di Milano a cui è stato affidato il compito di guidare il gruppo di medici e antropologi che ha fatto la repertazione cadaverica dei 728 corpi recuperati nella stiva del peschereccio affondato nella notte del 18 aprile del 2015, in quella che è considerata la peggiore tragedia della storia recente nel Mediterraneo.

Annalisa Camilli su Internazionale

Cristina Cattaneo, il medico legale che vuole dare un nome ai migranti morti

Cattaneo è famosa, ha scritto libri, ha interessato i giornali. Ma, soprattutto, è riuscita a far sì che il Parlamento votasse una legge che pone l’Italia all’avanguardia in Europa. Una norma grazie alla quale è più semplice e veloce mettere insieme le informazioni sulle persone scomparse con quelle sui cadaveri senza nome. E il lavoro di Cattaneo e del suo laboratorio oggi è preso come riferimento in Europa. A partire da un’idea tutta sua. Si chiama Risc: una scheda pensata per permettere la raccolta dei dati più rilevanti di un cadavere – cicatrici, segni particolari, otturazioni – che vengono trasmesse a una banca dati nazionale, dove i dati sono messi in relazione a quelli relativi alle denunce di scomparsa. L’Italia è il primo paese europeo che ha realizzato un database del genere, e tutto grazie alla triangolazione potente fra Cattaneo, il programma “Chi l’ha visto” e Penelope, Associazione nazionale delle famiglie e degli amici delle persone scomparse.

Letizia Gabaglio sull’Espresso

Lipadusa/Lampedusa, storie di vita e di mare

“Quando abbiamo capito che ci sarebbero stati sconosciuti a gettare un fiore su bare di legno pregiato, mentre altri corpi erano rimasti ancora incastrati nel legno marcio del barcone, abbiamo aperto i cancelli dietro i quali ci volevano tenere chiusi anche quel giorno, abbiamo pregato 4 ore, abbiamo tenuto tra le dita fiori selvaggi che crescono attorno al campo. (…) Ora io il mare non lo guardo più in faccia. Andrò ovunque per stare lontano da quest’isola e dall’Italia. Non voglio vivere nella terra dove c’è chi ha lasciato che mio fratello si addormentasse tra le onde”.