Monthly Archives: ottobre 2017

Addio alla Spagna: ma quali saranno gli effetti? Ascolta la puntata

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Ancora sull’identità catalana.

Dopo il discusso discorso di re Felipe che difende la Spagna unita e chiude qualsiasi spiraglio di dialogo con i catalani, in molti cominciano a chiedersi: quali sarebbero le conseguenze economiche per i separatisti? Ripercorreremo la storia della Spagna e della Catalogna e cercheremo di capire le radici storiche e le motivazioni di una borghesia cosmopolita e benestante che sceglie la scissione.

Gli ospiti del 4 ottobre 2017 

Gabriele Ranzato, storico contemporaneista, tra i suoi libri “L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue orgini, 1931-1939” (Bollati Boringhieri, 2012)

Claudia Cucchiarato, scrittrice e giornalista italiana, vive a Barcellona da dodici anni

Anna Mazzone, inviata del Tg2

Mario Deaglio, economista e accademico, firma oggi su La Stampa un articolo dal titolo “La debolezza economica dei separatisti”

Gloria Pirzio, professoressa emerita di sociologia politica alla Sapienza

Ascolta la puntata

La piazza della città di radio3

Indipendenza della Catalogna, le ripercussioni economiche sulla Spagna

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Dove ha fallito la politica, potrebbe (forse) riuscire l’economia. Nelle prossime ore Carles Puigdemont e tutta la Generalitat faranno partire la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Mariano Rajoy e il suo governo risponderanno con una stretta poliziesca più dura di quella che si è vista in questi giorni. Ma fatti questi passi, che potrebbero prolungarsi anche per alcune settimane, dovrebbe venire il momento del dialogo tra Barcellona e Madrid. E su questo versante si stanno già muovendo le imprese. Catalane, spagnole e internazionali.
Nelle scorse settimane il presidente della Ceoe, la locale Confindustria, Juan Rosell, ha proposto una mediazione al governo che passi attraverso quattro misure: il riconoscimento dell’identità; un nuovo patto fiscale per ridare alla regione l’autonomia fiscale sul modello di quello già concesso al Paese Basco; più investimenti e la possibilità di rappresentare la Regione nelle organizzazioni internazionali quanto nelle competizioni sportive.

IL PIL VALE IL 19% DI QUELLO SPAGNOLO. A ben guardare queste proposte vanno nella direzione di ripristinare lo statuto autonomo concesso da Zapatero e poi spazzato via dalla Corte Costituzionale proprio grazie a un ricorso presentato dai popolari di Rajoy. Ma il premier non può lasciarsi sfuggire questa occasione (magari delegando le trattativa alla sua vicepresidente Maria Soraya Saenz de Santamaria), non fosse altro per non riconoscere come interlocutori Puigdemont e gli altri politici indipendentisti.

Leggi l’approfondimento di Natalia Faloppa su Lettera43

La fierezza catalana non si misura sul bilancino del rigore

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Riguardo ai fatti di Barcellona, fanno francamente un po’ pena i commenti dei legalisti ponziopilateschi, pronti a spiegarci come nella giornata di domenica scorsa abbiano perso tutti. Quanti ora pontificano in punta di diritto sulla legittimità di quelle urne che arrivavano avvolte nei sacchi della spazzatura e le schede fai da te, potrebbero arzigogolare pure su requisiti e titoli formali del popolo parigino all’assalto della Bastiglia in quel glorioso 14 luglio 1789. Quando – a prescindere dai calcoli da pesafumo sui torti e le ragioni – qui si è vista all’opera nientemeno che un’epica, cui erano molte le miserabilità a contrapporsi. Il coraggio di chi va contro la violenza più torva e – così facendo – si conquista il diritto al rispetto e all’ascolto della Storia, contro i piccoli calcoli di gentucola politicante.

Pierfranco Pellizzetti sul Fatto Quotidiano 

Cosa ha detto re Felipe di Spagna nel suo discorso alla nazione

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La sera del 3 ottobre, in un breve discorso alla nazione, il re spagnolo Felipe VI ha parlato di “slealtà inaccettabile da parte delle autorità catalane”, senza fare cenno alle violenze della polizia durante il voto.

Centinaia di migliaia di persone in tutta la Catalogna hanno partecipato allo sciopero generale indetto dai sindacati e hanno marciato, in particolare per le vie di Barcellona, per protestare contro la violenza usata dalla polizia durante le operazioni di voto. Negli scontri quasi 900 persone sono infatti rimaste ferite, tra questi anche 33 poliziotti.

Quello pronunciato dal monarca spagnolo è stato un “discorso indegno per un capo di Stato” ha commentato la sindaca di Barcellona Ada Colau, mentre il presidente catalano Carles Puidgemont ha detto che l’atto di indipendenza arriverà a giorni.

Intanto, la Catalogna sarà oggi tema di dibattito nella sessione plenaria del parlamento europeo, mentre soltanto lunedì 2 ottobre, la Commissione europea aveva definito la questione catalana “un problema interno della Spagna”.

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La debolezza economica dei separatisti

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Nel suo brevissimo e secco messaggio agli spagnoli, il re Filippo VI non ha aperto alcuno spiraglio al dialogo con i catalani. E forse, allo stato attuale delle cose, non poteva fare altrimenti. Dal canto loro, gli indipendentisti si illudono che siano sufficienti un referendum, uno sciopero, le sfilate, lo sventolio di bandiere per essere davvero indipendenti.

Terminate le manifestazioni, messa in disparte la retorica, occorre infatti tornare quietamente alle cifre.

E tanto vale cominciare dal debito pubblico: se la Catalogna vuole davvero «andar via» in maniera pacifica deve accollarsi una quota del debito pubblico della Spagna unita, dal momento che si tratta di un debito in parte suo così come in parte sue sono le esigue riserve valutarie e auree del Banco de España. Senza questo riconoscimento di debito (e di credito), difficilmente l’eventuale nuovo stato troverebbe sui mercati finanziari internazionali qualcuno disposto a prestargli denaro a tassi sostenibili. Di questi prestiti una Catalogna indipendente avrebbe sicuramente un gran bisogno, anche se le finanze pubbliche della Catalogna sono in stato migliore di quelle della Spagna, non foss’altro che per gli imponenti flussi turistici.

Continua a leggere l’articolo di Mario Deaglio su La Stampa

 

La lezione del referendum catalano: la democrazia è più fragile di quanto crediamo

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Gli uomini, secondo Rousseau, uniscono le proprie forze per condividere un unico obiettivo. Cercano un’associazione, un movimento, un’idea comune da difendere e proteggere, una volontà generale che li riunisca sotto un unico vessillo. Si danno delle leggi, dei diritti e un modello di convivenza sociale e civile. È la democrazia di molti Stati europei. Un modello che spesso però non fa i conti con un problema fondamentale e diffuso: il conflitto tra distinti interessi (legittimi o meno) rispetto a quello che è, o dovrebbe essere, il bene comune. Così è accaduto tra il governatore catalano Carles Puidgemont e il premier iberico Mariano Rajoy.

Passata la mezzanotte di un giorno intriso di lacrime, tristezza, ferite, sogni e finte schede elettorali i danni, già molto visibili, saranno profondi: maggiore divisione tra cittadini catalani, sfiducia reciproca tra la Catalogna e il resto del Paese, aumento dell’ispanofobia e deterioramento della democrazia spagnola. Come se non bastasse sarà probabile un revival del nazionalismo iberico, sventolato da una destra al potere, una frammentazione della sinistra e una rafforzamento delle pulsioni conservatrici e centriste. La democrazia d’altronde, come diceva una volta Susan George, sociologa, politologa e scrittrice franco-statunitense, è fragile: “non è qualcosa che una volta ottenuta rimane tale e quale”. Bisogna insomma preservarla continuamente.

Silvia Ragusa su L’Inkiesta

10 falsi miti sull’indipendentismo catalano

Il País ha elencato e smentito 10 falsi miti sul referendum per l’indipendenza della Catalogna che dovrebbe tenersi domenica 1 ottobre: per esempio che la Spagna rubi i soldi dei catalani, i quali sarebbero più ricchi stando da soli, oppure che la Catalogna indipendente entrerà automaticamente nell’Unione Europea. Il País – che finora ha preso una posizione nettamente contraria al referendum, e vale la pena tenerlo a mente – ha selezionato questi falsi miti dagli slogan e dalla retorica politica usati dai leader indipendentisti catalani negli ultimi anni: alcuni si possono considerare falsi miti non perché c’è la certezza che non si realizzeranno mai, ma perché non c’è certezza che si realizzeranno, come invece sostengono i favorevoli all’indipendenza. Inoltre, questi non sono naturalmente gli unici argomenti dei favorevoli all’indipendenza della Catalogna.

1. La guerra del 1714 fu una guerra di secessione
Gli indipendentisti sostengono che la guerra di successione spagnola che fu combattuta all’inizio del Diciottesimo secolo fu in realtà una guerra di secessione della Catalogna dalla Spagna. Secondo questa interpretazione, la sconfitta dell’esercito catalano segnò la fine delle istituzioni autonome della Catalogna sperimentate durante l’Impero Carolingio e l’inizio di un periodo di sottomissione al potere spagnolo. Le cose però non andarono così, ha scritto il País.

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Il pugno di ferro contro la Catalogna è un errore

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Alla fine dei giochi non c’è stata una trattativa, neanche un cenno. Pura e semplice repressione. Giudiziaria e fisica, come nei moderni regimi autoritari che coprono le loro vergogne con le foglie di fico dei tribunali. E su una scala mai vista nell’Europa contemporanea, con centinaia di dirigenti politici minacciati. Lo stesso succederebbe, potenzialmente, a migliaia di altre persone se si concretizzasse la generica intimidazione rivolta contro i volontari che si sono offerti di aiutare nel referendum.

Ricordiamo che la questione non è reprimere l’indipendenza della Catalogna, ma il semplice svolgimento di una consultazione in cui i cittadini possano esprimersi liberamente sul loro progetto di paese. Non è una distinzione banale perché, secondo alcuni sondaggi affidabili, meno della metà dei catalani sarebbe favorevole all’indipendenza, mentre tre quarti della popolazione sostengono il diritto di decidere.

È difficile capire, in queste condizioni, l’ostinazione del Partito popolare (Pp) e del suo governo nel voler bloccare qualsiasi movimento che porti a un voto libero e regolare. Il governo catalano è accusato di non offrire garanzie sulla regolarità del referendum. Come possono esserci, se mancano i margini di legalità per la sua organizzazione?

Manuel Castells su Internazionale