Monthly Archives: ottobre 2017

Università che passione. Ascolta la puntata

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Il rapporto dell’Ocse “Strategia per le competenze” fotografa, in Italia e all’estero, il rapporto tra studio universitario e lavoro: si parla di impieghi che non soddisfano né economicamente né le proprie passioni, lavori che puniscono le competenze. Quali sono le vostre esperienze in tema di lavoro, passione e competenze?

Gli ospiti del 6 ottobre 2017

Raffaele Trapasso, curatore del rapporto Ocse “Strategia delle competenze”

Ivano Dionigi, Presidente AlmaLaurea

Claudio Giunta, insegna Letteratura italiana all’ Università di Trento, il suo ultimo libro è il saggio “E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica” (Il Mulino, 2017)

Patrizio Bianchi, economista, già rettore dell’Università di Ferrara e professore onorario. È economic advisor del governatore della provincia cinese del Guandong e professore onorario presso la South China university of technology di Canton

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La piazza della città di radio3

Se un dottorando vale mille euro al mese

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Ad aprile il governo ha previsto l’assunzione di duemila giovani nella pubblica amministrazione e adesso si parla di un ulteriore piano straordinario di concorsi pubblici per sostituire le 500 mila persone che andranno in pensione nei prossimi quattro anni (un sesto del totale). Il governo ha anche annunciato un piano da 2,5 miliardi di decontribuzioni per gli under30 così da sbilanciare il costo del lavoro a favore dei giovani e incentivare le assunzioni a tempo indeterminato.

Bene. Ma in un Paese dove troppo a lungo si sono confusi flessibilità e precariato, i giovani non dovrebbero illudersi che un posto di lavoro ben retribuito sia lì ad attenderli. Bisogna essere capaci di mettersi nella condizione di produrre valore aggiunto.

In quest’ottica, l’educazione è l’arma più potente per cambiare il mondo e l’investimento in conoscenza è quello che da sempre genera i rendimenti maggiori. Allora la scuola e l’università sono i luoghi primari di produzione del bene pubblico di maggior valore, che come tale deve essere trattato dallo Stato.

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Se ne vanno giovani e laureati: la nostra vita di genitori nell’Italia dei figli lontani

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Li chiamano cervelli in fuga, talenti, ma spesso sono soltanto dei giovani laureati o studenti che preferiscono tentare la loro fortuna e la loro carriera nel mercato globale, fuori dai confini. Nel 2015, ultimo dato disponibile certificato dall’Istat, sono stati 23 mila, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno prima. E sono dati per difetto. Con una sola certezza: rispetto a tutte le emigrazioni precedenti dalla fine dell’Ottocento in poi, questa è la prima migrazione di giovani che partono con il diploma in tasca. E lasciano qui un’Italia con i figli lontani.

Se si considerano i cittadini italiani emigrati con più di 24 anni, il 31 per cento ha la laurea: la media di laureati tra i cittadini italiani è del 14,8 per cento. E questa diaspora è un fenomeno che aumenta proprio mentre gli spostamenti all’interno del nostro Paese sono in diminuzione costante. «Nelle precedenti emigrazioni chi partiva erano gli scarsamente acculturati e preparati che non trovavano più lavoro in Italia, ora parte la meglio gioventù, un capitale umano molto elevato – spiega Antonio Schizzerotto, professore di sociologia a Trento e che ha collaborato per il Mulino al volume «Generazioni disuguali» – Si tratta di un vero e proprio impoverimento del nostro Paese che esporta medici e ingegneri e importa badanti.

Gianna Fregonara sul Corriere della Sera

Dalla scuola all’università: così l’Italia è l’ultima della classe

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Un Paese intrappolato in un basso livello di competenze. Così l’Ocse fotografa l’Italia nel suo ultimo report dedicato al nostro sistema formativo. I ritardi accumulati dal nostro sistema educativo sono molti. E cominciano dai primi anni in cui i nostri ragazzi frequentano i banchi di scuola fino all’università ripercuotendosi sulle competenze di chi è già entrato nel mondo del lavoro.

Guarda il video sul sito del Sole24Ore

Ocse: Italia in fondo per numero di laureati, troppi titoli umanistici

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ROMA – Troppi laureati in materie letterarie, ma pochi in totale nel nostro Paese. Arriva la bocciatura dell’Ocse sull’orientamento scolastico e universitario. A mettere a nudo le debolezze italiane è “Education at a glance 2017″, l’annuale report sull’educazione nei Paesi a economia avanzate, una delle più autorevoli pubblicazioni sul tema dell’istruzione. “Personalmente – spiega Francesco Avvisati, tecnico dell’Ocse e autore, insieme a Giovanni Maria Semeraro, della nota che riguarda l’Italia – non direi mai che ci sono troppi laureati: la cultura non è mai troppa. Ci sono troppi laureati in Lettere e faticano a trovare un impiego che corrisponda alle loro qualifiche. D’altro canto, nel sistema universitario non trovano passerelle per ri-orientarsi verso discipline dove gli sbocchi occupazionali sono migliori”.

Lauree in Italia, la metà della media Ocse. L’Italia registra appena il 18% di laureati, contro il 37% della media nella zona Ocse: il dato più basso dopo quello del Messico. Nel gruppo dei dodici Paesi di riferimento siamo ultimi.Germania, Portogallo, Francia e Spagna hanno medie decisamente superiori. La Svizzera è al 41 per cento, Stati Uniti e Regno Unito al 46 per cento. Male anche il dato sul conseguimento di una prima laurea al 35%, il quarto più basso dopo Ungheria, Lussemburgo e Messico.

Continua a leggere l’articolo di Salvo Intravaia su Repubblica

Il disastro dell’università italiana ha origini nell’incapacità di fare riforme

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Non credo che sia inopportuno rilevare che la recente sentenza del Tar del Lazio contro il numero chiuso nei corsi di laurea umanistici dell’Università di Milano, è solo l’ultimo capitolo di una lunga e sciagurata politica delle nostre classi dirigenti verso l’Università italiana. Proviamo a richiamare le tappe essenziali di tale politica. Ne ricaveremo dei ragguagli utilissimi. Nel 1969, su proposta del parlamentare socialista Tristano Codignola, fu completamente liberalizzato l’accesso all’università: qualunque diplomato poté iscriversi a qualunque facoltà. Si innescò così un processo a catena, disastroso sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo. Tra il 1970 e il 1975 gli iscritti crebbero da 681.000 a 936.000, e raggiunsero il milione nel 1980-81. Le Università, con le strutture e le risorse di cui disponevano, non erano assolutamente in grado di accogliere una tale massa di studenti. Il livello dei corsi dovette abbassarsi notevolmente (furono avanzate richieste, in taluni casi accolte, di svolgere corsi di greco e di latino su testi in italiano: molti studenti, infatti, provenivano da scuole in cui non venivano insegnate le lingue antiche). La maggior parte dei nuovi studenti si indirizzò verso le facoltà umanistiche, ritenute più facili (Lettere, Scienze politiche, Giurisprudenza, eccetera). Col risultato di conseguire lauree inutilizzabili sul mercato del lavoro: donde un aumento assai cospicuo della disoccupazione intellettuale, e un disagio e una frustrazione sempre crescenti fra i giovani e le loro famiglie.

Giuseppe Bedeschi sul Foglio 

L’Università italiana al bivio

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Mentre le prime pagine sono occupate dalla notizia dell’ennesima indagine sui concorsi universitari sarebbe bene non disgiungere ogni valutazione dallo stato di sofferenza attuale dell’università, che è quello denunciato dai docenti universitari con l’inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione. L’astensione sta conseguendo percentuali di adesione significative ma le motivazioni che ne sono alla base credo che si possano dire patrimonio comune alla grandissima parte dei docenti universitari italiani e anche alle comunità degli studenti, a cui è stato procurato, con mille cautele, un minimo danno e che sembrano appoggiare largamente la protesta.

I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale del piano inclinato di dismissione del sistema universitario italiano, dell’atteggiamento d’insufficiente attenzione (per usare un eufemismo, come si vedrà) dei governi rispetto alla ricerca scientifica, della considerazione che si ha per il ruolo sociale del docente universitario, per la qualità della formazione della classe dirigente.
Continua a leggere Marco Plutino sull’HuffingtonPost

Ocse: «In Italia pochi laureati e poco valorizzati»

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Negli ultimi quindici anni la performance economica dell’Italia è apparsa “piuttosto fiacca”: a fronte dei «miglioramenti nei tassi di occupazione, la produttività è rimasta stagnante, anche a causa di un livello di competenze relativamente basso, di una debole domanda di competenze avanzate e di un uso limitato delle competenze disponibili». «Ravvisando la necessità di intervenire, il governo italiano ha varato un ambizioso pacchetto di riforme”, che “compongono una strategia di lungo periodo che comprende lo sviluppo e l’attuazione di politiche di promozione delle competenze».

Attuare le riforme
Per questo l’Ocse sottolinea come nell’ambito della “Strategia nazionale per le competenze dell’Italia”, realizzata tra il luglio 2016 e il marzo 2017, «più di duecento stakeholder (rappresentanti il mondo delle imprese, dei lavoratori, dell’istruzione, degli istituti di ricerca e il governo) hanno rilevato la necessità di migliorare l’implementazione di queste riforme al fine di renderle più efficaci». Perché, non finisce mai di ribadirlo l’Ocse nel rapporto sulla “Strategia per le competenze dell’Ocse” dedicato all’Italia, la politica delle competenze deve essere considerata una priorità per l’intero paese, giungendo al pieno compimento delle riforme attuali, dalla Buona scuola al Piano Scuola digitale, dal Jobs Act al Piano per l’Industria 4.0.

Pierangelo Soldavini sul Sole24Ore