Università che passione. Ascolta la puntata

7302017_detrazione_per_i_contributi_versati_per_il_riscatto_della_laurea

Il rapporto dell’Ocse “Strategia per le competenze” fotografa, in Italia e all’estero, il rapporto tra studio universitario e lavoro: si parla di impieghi che non soddisfano né economicamente né le proprie passioni, lavori che puniscono le competenze. Quali sono le vostre esperienze in tema di lavoro, passione e competenze?

Gli ospiti del 6 ottobre 2017

Raffaele Trapasso, curatore del rapporto Ocse “Strategia delle competenze”

Ivano Dionigi, Presidente AlmaLaurea

Claudio Giunta, insegna Letteratura italiana all’ Università di Trento, il suo ultimo libro è il saggio “E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica” (Il Mulino, 2017)

Patrizio Bianchi, economista, già rettore dell’Università di Ferrara e professore onorario. È economic advisor del governatore della provincia cinese del Guandong e professore onorario presso la South China university of technology di Canton

Ascolta la puntata 

La piazza della città di radio3

Comments

comments

6 commenti

  • Buongiorno,
    ho 35 anni e sono dottore magistrale in filosofia dal 2010, ma non ho mai esercitato. Lavoro come insegnante di nuoto e di acquagym presso 3 piscina della mia città, Torino. Mi barcameno, uno stipendio lo faccio ma senza contributi e senza mutua. Certo, mi guardo attorno, ma meno che cinque anni fa, di sicuro. Il mondo del lavoro offre davvero di meglio di un lavoro a contatto con le persone, con i bambini, senza il fiato sul collo di un capoufficio. In questa nicchia, i miei studi sono serviti per avere una forma mentis, più che per lavorare. Sono più vicino all’essere un cittadino consapevole che un lavoratore capace di accendere le sue competenze.
    L’università cosa deve formare? L’uno o l’altro? L’università dovrebbe essere utile alla comunità di persone o al mercato?
    Oggi sappiamo ancora pensare a una comunità di persone che non sia il mercato?

  • Buongiorno, sono un ventottenne laureato in filosofia. Quando ho scelto questa facoltà è stato difficile non notare la (pur dissimulata) disperazione dei miei genitori, convinti che si sarebbe trattato di un suicidio lavorativo. Così non è stato: avendo iniziato a collaborare per diverse testate locali (e nazionali) durante gli anni dell’università, ho raggiunto l’autonomia economica ancora prima di laurearmi (ormai tre anni fa), e da allora vivo in un appartamento di cui pago affitto e bollette – tutto ciò senza rinunciare alla passione per la filosofia.

    Sono di certo stato fortunato, e mi è ben nota la piaga della disoccupazione giovanile, ma è proprio attraverso la passione per la filosofia che ho iniziato a mettere in discussione quella serie di “credo” su cui si fonda la nostra società: perché per vivere “bene” bisogna guadagnare (almeno) 1200 euro al mese? Chi l’ha detto che la giornata lavorativa deve essere di 8 ore? Ha veramente senso comprarsi un’automobile quando ci si può spostare in bicicletta? E che dire di quei beni superflui (che per Pier Paolo Pasolini rendono «superflua la vita») di cui ci circondiamo per sentirci meno soli?
    Si può essere felici anche con 500 euro al mese (ora ne guadagno un po’ di più, ma per oltre un anno le mie entrate sono state queste), e lavorando al massimo 4 ore al giorno.
    Lavorare meno, lavorare tutti: in tal modo risolveremmo in un colpo solo il dramma della disoccupazione e quello legato alla possibilità da parte dei datori di lavoro di abbassare il costo di lavoro facendo leva su quello che Marx chiamava «esercito industriale di riserva».

    Stefano

  • Sono ingegnere elettronico, ho 60 anni, lavoro in un’azienda metalmeccanica da 30 anni. Lamento il fatto che i lavori più interessanti vengono affidati a consulenti esterni, noi dipendenti laureati e specializzati, veniamo demansionati. Siamo ormai rassegnati a un ruolo di secondo piano, non vediamo alcuna prospettiva di crescita professionale da troppo tempo.

  • L’Università italiana , per quanto riguarda le facoltà tecniche come Ingegneria, è rimasta indietro rispetto al mondo dell’Industria reale. Vengono laureati ingegneri che non conoscono le tecnologie moderne.
    C’e’ uno scollamento culturale di almeno un ventennio, tra quello che si insegna e quello che si fa nelle aziende italiane.

  • daniele piovesan

    La nostra “cultura” arcaica è schiava dell’assunto secondo il quale bisogna lavorare per vivere e non vivere per lavorare, nulla di più autolesionistico, la verità è che non c’è nulla al mondo che faccia stare bene come alzarsi la mattina sapendo di dover fare qualcosa che ti piace per poi addormentarsi la sera aspettando la nuova giornata per continuare quello che hai appena interrotto.

  • Quello che scorggia molti giovani studenti è, ad esempio nelle facoltà tecniche come Informatica, il fatto che le materie più interessanti vengono trattate solo dal terzo anno in avanti. Infatti, il primo biennio è dedicato a noiose trattazioni di Matematica, con nozioni molto impegnative che non hanno nulla a che fare con la tematica principale. I programmi vanno riformati e standardizzati per tutte le facoltà italiane, prendendo a modello i migiori (es Palermo) e migliorando i peggiori (es Genova)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Notify me by email when my comment gets approved.