Monthly Archives: ottobre 2017

Unesco: patrimonio dell’umanità?

unesco

Gli Usa lasciano l’Unesco, accusata di avere un pregiudizio anti israeliano. Non è la prima volta che accade, la decisione di Trump ricalca infatti in parte quella di Regan che accusò l’agenzia che tutela i beni culturali nel mondo di avere posizioni filo sovietiche. Peserà sulla decisione americana anche il ruolo crescente di una parte di mondo arabo nel campo della cultura e dell’arte, ma soprattutto pesa il conflitto tra Palestina e Israele. Una questione insomma solo apparentemente culturale che è invece fortemente geopolitica.

Gli ospiti del 13 ottobre 2017

Simone Verde, storico dell’arte, direttore del Complesso monumentale Pilotta di Parma, responsabile ricerca scientifica e Pubblicazioni per France-Muséums/Louvre Abu Dhabi dove ha anche coordinato l’equipe scientifica dell’Agence France-Muséums. Ha lavorato molto, ed è coautore e cofirmatario, del documento commissionato da Hollande al Louvre sulla riforma dell’Unesco. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo il libro Cultura senza capitale (Marsilio, 2014)

Massimo Lomonaco, capo corrispondente ANSA Tel Aviv

Maria Paola Azzario Chiesa, presidente del Centro per l’UNESCO di Torino e della federazione italiana dei club e centri per l’Unesco e vicepresidente europea. Ha firmato anche un libro L’Italia per l’Unesco. 50 anni della Commissione italiana (Armando, 1999).

 

Roberto Toscano, ex ambasciatore in Iran e in India, attualmente vive in Spagna, scrive oggi su Repubblica sull’Unesco

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Siti Unesco italiani da spianare. Consigli a Trump

Siti Unesco italiani da spianare. Consigli a TrumpLa fuoriuscita degli Stati Uniti dall’Unesco forse non sarà minacciosa come lo sarebbe l’uscita della Turchia dalla Nato o quella di Pyongyang dalla Convenzione di Ginevra, se mai ci è entrata . Ma per un paese come l’Italia, che detiene il record di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’Unesco (53) e tanto sta investendo, alla faccia di Tomaso Montanari, per valorizzare le sue bellezze, l’occasione di un aiutino, un nudge, da parte di Trump è ghiotta. Se non gl’importa più dell’Unesco, e ha voglia di bombardare qualche sito tanto per fare allenamento, ci sono un po’ di posti a cui anche a noi farebbe comodo dare una rassettata.

Ne suggeriamo qualcuno. Il centro storico di Roma, così poi magari la Raggi si decide a ripulirlo. Le Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa, così possono bruciare in pace senza che Di Maio sia costretto tutte le estati a chiedere i Canadair a Macron. Il Cenacolo Vinciano, che a Milano di cinesi in gita non ne possiamo più. Per non parlare dei siti in predicato, che sono altrettanti. Come i vigneti coi muretti a secco della Valtellina, tanto per fare uno sgarbo a Ermanno Olmi. Insomma ci aiuti il fuoriuscito Trump a fare dell’Italia un dalemiano “paese normale”. E se ha bisogno un titolo per la missione, c’è sempre il berlusconiano “il paese che amo”.

Maurizio Crippa su Il Foglio

Le troppe distrazioni dell’Italia sull’Unesco

disegno di Conc

La decisione statunitense di lasciare, entro il 31 dicembre, l’Unesco (che non finanziavano più già dal 2011), a causa della sua comprovata ostilità allo Stato di Israele, non è manifestamente impropria e sarà utile, si spera, a puntare un riflettore sull’inesorabile deriva presa negli ultimi decenni dall’agenzia culturale delle Nazioni Unite. A partire dal 2018 gli Stati Uniti resteranno a Parigi dove ha sede l’Unesco come «osservatori», sia pure da «non membri». È una decisione presa in extremis, appena un attimo prima che sia nominato alla guida dell’Unesco stessa un esponente politico del Qatar, Hamad bin Abdulaziz Kawari, che, al primo voto per l’importante incarico, ha ottenuto il maggior numero di suffragi. E il Qatar — ricordiamolo — è da tempo identificato come uno dei quattro o cinque Paesi al mondo più inclini ad alimentare il fondamentalismo islamico. In Italia questo problema è poco avvertito ed è ipotizzabile che all’origine della nostra distrazione sia la generosità con la quale l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani si è sempre mostrato disponibile a investire nel nostro Paese. L’indulgenza italiana nei confronti del Qatar è iniziata ai tempi del governo presieduto da Mario Monti: l’economia — per usare un eufemismo — andava male e i soldi dell’emirato, in quell’emergenza, furono considerati benvenuti. Vanno inserite in questo quadro una serie di operazioni immobiliari e finanziarie in Italia.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera

Chi è l’emiro che compra mezza Europa. Calcio, aerei, alta moda e finanza

Grattacieli e moschee, banche e compagnie petrolifere, maison della moda e hotel di lusso, campioni di calcio e navi militari: nonostante le apparenze c’è una strategia dietro la compulsiva campagna acquisti dell’emiro Tamim bin Hamad al Thani, capo della potente dinastia del Qatar. Cosa lega i circa 600 milioni di euro messi sul piatto per portare Neymar dal Barcellona al Paris Saint-Germain ai 5 miliardi di commesse a Fincantieri per sette navi militari, per restare solo agli ultimi affari?Il «puritanesimo soft» del giovane emiro qatariota secondo l’Economist, l’intenzione di esportare l’Islam politico in Europa coniugando sport e religione, arte e affari, cultura e turismo. Da qui lo shopping senza tregua, l’acquisto di quote e partecipazioni in tutte le grandi società europee, che siano francesi o tedesche, italiane o inglesi, unito al supporto ai Fratelli Musulmani, sia finanziario che mediatico, attraverso i microfoni di Al Jazeera. Da qui l’esibizione di una grandeur che è una sfida agli altri Stati del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita. Che ha spinto Trump a mettere al bando il Qatar, stringere attorno all’emirato un cordone di sicurezza per disinnescare la strategia, che in Libia e Siria ha provocato disastri.

Pino Blasio su Quotidiano.net