Monthly Archives: novembre 2017

Como: l’estrema destra contro i volontari

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L’irruzione di un gruppo di naziskin nella sede di un’associazione di Como che si occupa di accoglienza e assistenza ai migranti. Le immagini spiazzanti del video, teste rasate che leggono frasi impronunciabili, la pacifica resistenza degli aggrediti. Torniamo a indagare l’ascesa delle destre estreme in Italia e in Europa.

Gli ospiti del 30 novembre 2017

Gianpaolo Rosso vice presidente ARCI di Como e direttore di Ecoinformazioni, a lui si deve il video che è circolato in tutta la rete, sensazione era un misto di paura perché poteva finire male insieme a una sensaziopne di fascisti su marte totale estraneità e alterità di queste persone

Simone Zazzera, inviato Giornale Radio Rai

Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, firma oggi l’editoriale “La minaccia del conformismo fascista che ricorda gli anni 20”

Saverio Ferrari, responsabile dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre e uno dei maggiori esperti italiani di estrema destra, firma oggi un lungo pezzo in proposito sul Manifesto

Andrea Mammone, storico, esperto di movimenti di estrema destra, insegna alla University of London

 

 

L’ordinario fascismo delle ragazzate

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Non c’è quotidiano o sito d’informazione che nei giorni scorsi non abbia ripreso la notizia del saluto fascista col quale un calciatore ha esultato sul campo di calcio di Marzabotto, esibendo la t-shirt con la bandiera della Repubblica di Salò indossata sotto la maglia della squadra. Al gesto fascista – presumiamo programmato, a meno che il giovane non sia solito indossare magliette con l’effige saloina e non sia affetto dalla sindrome di Stranamore – segue l’ormai usuale e collaudata ritualità: indignazione (dell’Anpi e dell’amministrazione comunale in primis, poi di vari esponenti politici), scuse goffe e poco credibili del protagonista (avrebbe inteso salutare il padre in tribuna), presa di distanza della squadra e della società (immaginiamo la vestizione tenuta nascosta dell’aspirante saloino nella nota segretezza dello spogliatoio), denuncia da parte della destra degli eccessi d’attenzione strumentale delle “maestranze antifasciste” (così le ha definite Forza Nuova), espiazione in forma di visita al sacrario delle vittime.

Atti del genere non sono nuovi, tutt’altro. Anzi, dobbiamo riconoscere che dal 2005 – quando l’allora giocatore della Lazio Paolo Di Canio più volte sotto la curva dei tifosi compì questo stesso teatrale gesto (e non era la prima volta) – sono ricorrenti e sempre più frequenti. Intendiamoci: l’indignazione è sacrosanta. E doverosa – quanto, assai probabilmente e sulla base di precedenti simili, priva di esiti giudiziari concreti – è la denuncia per apologia di fascismo a norma della legge Scelba del 1952 da parte dei carabinieri. Condivisibili pure le parole – non troppe, in verità – di condanna ed esecrazione del gesto.

Luca Baldissara sul Mulino

La minaccia del conformismo fascista che ricorda gli anni Venti

Il caso di Como inquieta più della violenza di Ostia. Pochi fotogrammi di un video che ci mostrano il ritorno di una destra fascista che si sente nel pieno diritto di cittadinanza democratica. La scena che abbiamo documentato è surreale. Ed è destinata a ripetersi ancora. Perché ci mostra il salto di qualità che i gruppi neonazisti stanno facendo in Italia, coscienti che la pregiudiziale contro di loro è caduta e che a destra ormai il ritorno di slogan, sigle e simboli che credevamo sepolti dalla storia è considerata normale da molti italiani.

Accade qualcosa di simile a ciò che avveniva negli anni Venti, quando ancora ripetevamo che non c’era alcun pericolo. Che tutto era normale. Che si trattava di gruppi isolati.
Ecco, un gruppo “isolato” di Skinhead è partito dal Veneto per una trasferta “ideologica” nel comasco.

Si tratta di uno dei gruppi neofascisti più antichi e forti della destra estrema italiana. Non hanno in mente di menare le mani, ma di spaventare le menti. Di interrompere la vita democratica del Paese comparendo dal nulla, di congelare per qualche minuto il diritto di discussione durante una riunione di “Como senza frontiere”, una rete che unisce decine di associazioni che si occupano di migrazioni. Siamo a Como al chiostrino di Santa Eufemia.

Tommaso Cerno su Repubblica

Saluti nazisti e croci runiche: viaggio dentro la comunità che nega l’Olocausto

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La runa di legno stava lì, sdraiata nel giardino ingabbiato da una rete metallica: la runa Tiwaz, simbolo dei guerrieri di Odino, mitologia germanica che influenzò l’ascesa del Terzo Reich. I neonazisti varesotti l’altro giorno l’hanno portata al monte San Martino e, posando in parata, hanno profanato il sacrario simbolo della lotta partigiana contro le SS nel ’43. “L’anno scorso ci hanno fermato i carabinieri…”, taglia corto il capo dei Do.Ra., Alessandro Limido. Sul retro del villino una massicciata di cemento. “Non abbiate paura del cane… Preoccupatevi del padrone” è scritto sul cartello al civico 8 di via Papa Giovanni XXIII. Due disegni: un bulldog e una mano che stringe la pistola. Se non fosse per quel benvenuto sinistro e per niente astratto (ad aprile Limido ha massacrato di botte un ladro che stava rubando un’auto sotto casa), si direbbe che l’atmosfera è quasi familiare. Hinterland di Varese: c’erano una volta Bossi e la Lega. Il Pil trainato dall’industria aeromeccanica. Oggi ci sono i naziskin. “Siamo nazionalsocialisti. Neghiamo l’Olocausto. Sono stati gli ebrei, per difendere il capitalismo, a volere la guerra contro Hitler e Mussolini: non il contrario. Da qui parte la nostra attivita’, dalla controinformazione alle iniziative sul territorio”.

Paolo Berizzi su Repubblica

Italia, un paese senza figli

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Molta “famiglia” nelle telefonate di stamattina, e quindi il nodo figli, lavoro, welfare. Dal caso della lavoratrice madre di un disabile, licenziata da Ikea, al crollo strutturale delle nascite in Italia, un vecchio problema che per anni abbiamo imputato (anche) alla crisi. Ma bastano le ragioni economiche a spiegare un paese che non fa più figli, o ci sono altri motivi valoriali, culturali, dove vince l’individuo?

Gli ospiti del 29 novembre 2017

Annalaura Zanatta, sociologa della famiglia, ha scritto per Il Mulino i libri Le nuove famiglie e I nuovi nonni

Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, il suo ultimo libro è Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro (Feltrinelli, 2017). Sul Corriere della Sera di domenica scorsa, il suo intervento “E’ finito l’individualismo? Si chiede di essere guidati”

Gianpiero Dalla Zuanna, (senatore Pd). Insegna Demografia all’Università di Padova, è stato preside della facoltà di Scienze Statistiche sempre a Padova. Il suo ultimo libro, appena uscito e scritto con Maria Castiglioni, è La famiglia è in crisi. Falso! (Laterza, 2017)

Marilisa Piga, autrice, insieme a Nicoletta Nesler, il lungometraggio Lunàdigas ovvero delle donne senza figli. Che parla di donne che non vogliono avere figli

Carola Ghio una dei vincitori del premio Solesin promosso da Allianz Global Assistance e aperto agli studenti e alle studentesse delle università italiane, ispirato agli studi e ai progetti della giovane ricercatrice veneziana scomparsa nell’attentato al teatro parigino del 2015

Francesco Billari Prorettore Università Bocconi

Bonus bebé dimezzato, superticket via solo per pochi

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E se i dati sulla natalità diffusi dall’Istat indicano una evidente difficoltà per le famiglie e in particolare per le donne a conciliare lavoro ed esigenze di vita, ieri è arrivata la notizia che il bonus bebè previsto in manovra potrebbe sì diventare strutturale, ma a un prezzo molto alto: durerà solo un anno, e non più tre, e il suo valore verrebbe dimezzato. Sarebbe pari a 80 euro solo nel 2018 (anno delle elezioni), ma nel 2019 e 2020 si ridurrebbe a 40 euro mensili per mancanza di risorse sufficienti: tanto che Ap, che ne ha fatto un cavallo di battaglia, chiede maggiori investimenti su tutti gli anni.

Confermata – almeno per il momento – l’esenzione dal superticket, ma riservata solo ai redditi più bassi, mentre verranno stanziati 50 milioni di euro (per i prossimi due anni) come fondo di ristoro per le vittime dei disastri bancari.

Tornando al bonus bebè, l’ultima versione dell’emendamento alla manovra prevede che il bonus varrà per il primo anno di età del bambino, o per il primo dopo l’adozione, e non più per tre anni. Per il 2018 saranno corrisposti alle famiglie 80 euro al mese, fino a 960 euro nel caso di nati a gennaio, mentre dal 2019 in poi l’assegno sarà di 40 euro al mese, per un massimo di 480 euro l’anno. La soglia Isee per accedere al beneficio resta fissata a 25 mila euro annui.

Antonio Sciotto sul manifesto

Perché i francesi fanno più figli di tutti

Martedì 15 marzo l’Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, ha diffuso i dati riguardo alla fertilità e alla nascita di bambini negli stati europei per il 2014. Il rapporto dice che il tasso di fertilità più alto d’Europa è quello della Francia, con 2,01 bambini nati per ogni donna. Il dato non è una novità: sono diversi anni che la Francia conserva questo primato, e come ha detto il demografo Ron Lesthaeghe «per quanto riguarda l’economia, è la Germania l’uomo forte d’Europa; ma quando si parla di demografia la Francia è la nostra donna fertile». Il secondo paese con il tasso di fertilità più alto è l’Irlanda, con 1,94, mentre per l’Italia è di 1,37 bambini per donna, più alto solo di quello di Grecia, Spagna, Cipro, Polonia e Portogallo. Il motivo per cui le donne francesi fanno più figli di quelle degli altri paesi europei è che da diversi anni la Francia ha adottato una serie di politiche per aumentare gli aiuti alle famiglie con figli, senza però discriminare i genitori sposati da quelli conviventi, e incentivando le donne a non lasciare il proprio lavoro per occuparsi dei figli. L’Istituto nazionale di studi demografici francese è stato visitato negli ultimi anni diverse volte da studiosi giapponesi e sudcoreani, due paesi dove la popolazione sta diminuendo moltissimo, che hanno cercato di capire quali sono le politiche francesi che hanno fatto aumentare il tasso di fertilità.

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Figli e lavoro: su 10 donne che si dimettono, 8 sono mamme

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Le mamme che lavorano fuori casa hanno quasi tutte una caratteristica in comune. Come le lumache, la casa se la portano dietro. Riesce loro la quadratura del cerchio. Sono attente, presenti e precise sul lavoro. E sono attente, presenti e precise per la famiglia. Lo hanno fatto, con tenacia e spavento, molte mamme lavoratrici fuori casa della generazione del dopo femminismo. Quelle che adesso hanno i figli di vent’anni e più. Pare invece che abbiano dubbi e siano piuttosto demoralizzate le mamme più giovani, quelle al primo figlio. Nel 2016, secondo l’Ispettorato del lavoro, erano mamme quasi 8 donne su 10, di quelle che hanno dato le dimissioni dal loro posto di lavoro. E 4 di loro, su dieci , hanno detto che la ragione era la difficoltà a gestire insieme figli e lavoro. Il tema è sdrucciolevole. Proprio per questo, io credo, è necessario parlarne. Non a caso, proprio ieri ci hanno detto che in Italia l’occupazione femminile su base mensile è 48,9% contro il 68,5% dell’Europa. Perché non poche mamme (ormai l’età media in cui si fa il primo figlio supera i 30 anni) si arrendono? Certamente per il denaro. Il denaro che serve a pagare la baby sitter, che spesso si porta via lo stipendio del lavoro. Per gli asili che non ci sono, per i posti al nido che sono una lotteria.Per i nonni che hanno da fare. E poi, io penso, anche per un carico emotivo che le mamme di vent’anni non avevano. Le mamme trentenni hanno aspettato tanto, sono adulte, sono consapevoli del miracolo di avere un figlio. Non vogliono delegarne la crescita a un’altra. Per promuovere la loro.

Finito l’individualismo? Si chiede di essere «guidati»

«Finalmente puoi lasciarti guidare». Recita così la nuova pubblicità di una nota marca automobilistica che campeggia in questi giorni per le strade delle nostre città. Sempre attentissimo a trovare il punto di contatto più efficace tra i prodotti da commercializzare e i sommovimenti profondi che attraversano la società, il linguaggio pubblicitario è spesso capace di cogliere con millimetrica precisione lo spirito del tempo.

Tutti, ad esempio, ci ricordiamo ancora alcuni degli slogan che ci hanno accompagnato negli ultimi decenni. «Tutto intorno a te» e «power to you» non hanno forse colto alla perfezione quella stagione individualistica ed espansiva che la crisi ha svelato nella sua illusorietà? Così, oggi come ieri, è ancora una volta la pubblicità a pennellare il clima sociale che caratterizza i nostri giorni.In questo caso, esso riesce a cogliere la congiunzione di almeno tre fattori che ci stanno «guidando», senza che ne siamo abbastanza consapevoli.

Mauro Magatti sul Corriere della Sera

Via dal lavoro ma non solo per i figli I rischi per le casalinghe temporanee

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Prima c’erano le “opting out”, madri professionalmente affermate e con buone posizioni di carriera che a un certo punto decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi alla cura dei figli. Di loro parlava, nel 2008, Pamela Stone nell’omonimo libro prima dello scoppio dei mutui subprime. Oggi ci sono le “giving-up”, quelle che ripiegano sul domestico perché, al contrario delle manager di successo raccontate dalla Stone, sul mercato del lavoro uno spazio non l’hanno mai davvero trovato, a causa del precariato o della mancata possibilità di conciliare vita e lavoro. La lettera al Corriere della mamma lavoratrice che non ce l’ha fatta ha portato alla ribalta un fenomeno su cui la sociologia ha iniziato a interrogarsi di recente, quello delle madri “temporaneamente” inattive, giovani e altamente qualificate. E lo ha fatto, non a caso, in Italia, dove la precarizzazione dei rapporti di lavoro, l’inattività giovanile e il mancato assorbimento dell’offerta di lavoratori ad elevata professionalità è più forte che altrove. Di queste “casalinghe temporanee” se ne sta occupando Annalisa Tonarelli, assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze. Un lavoro, il suo, che nasce da una precedente indagine, già raccontata dalla 27Ora , nella quale, assieme a Franca Alacevich, individuava quattro “archetipi” di casalinga: la grateful, che ha scelto di stare a casa spinta da una forte motivazione; la forzata, che lo diventa perché ha perso il lavoro; la taylored, a cui il vestito della donna di casa le è stato fin da sempre cucito addosso. E infine la temporanea, quella con alle spalle un percorso professionale incompiuto, fatto di contratti precari e instabili, che a un certo punto sceglie di dedicarsi alla cura dei figli. È su quest’ultima tipologia che si basa la seconda ricerca di Tonarelli, che fino ad ora ha raccolto una quarantina di interviste. Una ricerca interessante perché indaga quello “spazio di mezzo” che sta tra la scelta individuale e le costrizioni strutturali, facendo luce da un lato sull’ambivalenza delle “preferenze” e dall’altra sulla capacità di queste donne di risemantizzare la loro nuova condizione, nell’attesa (realistica?) di reinserirsi un giorno nel mercato del lavoro.

Camilla Gaiaschi sulla 27esimaora

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