Monthly Archives: novembre 2017

Italia, un paese senza figli

famiglie

Molta “famiglia” nelle telefonate di stamattina, e quindi il nodo figli, lavoro, welfare. Dal caso della lavoratrice madre di un disabile, licenziata da Ikea, al crollo strutturale delle nascite in Italia, un vecchio problema che per anni abbiamo imputato (anche) alla crisi. Ma bastano le ragioni economiche a spiegare un paese che non fa più figli, o ci sono altri motivi valoriali, culturali, dove vince l’individuo?

Gli ospiti del 29 novembre 2017

Annalaura Zanatta, sociologa della famiglia, ha scritto per Il Mulino i libri Le nuove famiglie e I nuovi nonni

Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, il suo ultimo libro è Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro (Feltrinelli, 2017). Sul Corriere della Sera di domenica scorsa, il suo intervento “E’ finito l’individualismo? Si chiede di essere guidati”

Gianpiero Dalla Zuanna, (senatore Pd). Insegna Demografia all’Università di Padova, è stato preside della facoltà di Scienze Statistiche sempre a Padova. Il suo ultimo libro, appena uscito e scritto con Maria Castiglioni, è La famiglia è in crisi. Falso! (Laterza, 2017)

Marilisa Piga, autrice, insieme a Nicoletta Nesler, il lungometraggio Lunàdigas ovvero delle donne senza figli. Che parla di donne che non vogliono avere figli

Carola Ghio una dei vincitori del premio Solesin promosso da Allianz Global Assistance e aperto agli studenti e alle studentesse delle università italiane, ispirato agli studi e ai progetti della giovane ricercatrice veneziana scomparsa nell’attentato al teatro parigino del 2015

Francesco Billari Prorettore Università Bocconi

Bonus bebé dimezzato, superticket via solo per pochi

bimbi

E se i dati sulla natalità diffusi dall’Istat indicano una evidente difficoltà per le famiglie e in particolare per le donne a conciliare lavoro ed esigenze di vita, ieri è arrivata la notizia che il bonus bebè previsto in manovra potrebbe sì diventare strutturale, ma a un prezzo molto alto: durerà solo un anno, e non più tre, e il suo valore verrebbe dimezzato. Sarebbe pari a 80 euro solo nel 2018 (anno delle elezioni), ma nel 2019 e 2020 si ridurrebbe a 40 euro mensili per mancanza di risorse sufficienti: tanto che Ap, che ne ha fatto un cavallo di battaglia, chiede maggiori investimenti su tutti gli anni.

Confermata – almeno per il momento – l’esenzione dal superticket, ma riservata solo ai redditi più bassi, mentre verranno stanziati 50 milioni di euro (per i prossimi due anni) come fondo di ristoro per le vittime dei disastri bancari.

Tornando al bonus bebè, l’ultima versione dell’emendamento alla manovra prevede che il bonus varrà per il primo anno di età del bambino, o per il primo dopo l’adozione, e non più per tre anni. Per il 2018 saranno corrisposti alle famiglie 80 euro al mese, fino a 960 euro nel caso di nati a gennaio, mentre dal 2019 in poi l’assegno sarà di 40 euro al mese, per un massimo di 480 euro l’anno. La soglia Isee per accedere al beneficio resta fissata a 25 mila euro annui.

Antonio Sciotto sul manifesto

Perché i francesi fanno più figli di tutti

Martedì 15 marzo l’Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, ha diffuso i dati riguardo alla fertilità e alla nascita di bambini negli stati europei per il 2014. Il rapporto dice che il tasso di fertilità più alto d’Europa è quello della Francia, con 2,01 bambini nati per ogni donna. Il dato non è una novità: sono diversi anni che la Francia conserva questo primato, e come ha detto il demografo Ron Lesthaeghe «per quanto riguarda l’economia, è la Germania l’uomo forte d’Europa; ma quando si parla di demografia la Francia è la nostra donna fertile». Il secondo paese con il tasso di fertilità più alto è l’Irlanda, con 1,94, mentre per l’Italia è di 1,37 bambini per donna, più alto solo di quello di Grecia, Spagna, Cipro, Polonia e Portogallo. Il motivo per cui le donne francesi fanno più figli di quelle degli altri paesi europei è che da diversi anni la Francia ha adottato una serie di politiche per aumentare gli aiuti alle famiglie con figli, senza però discriminare i genitori sposati da quelli conviventi, e incentivando le donne a non lasciare il proprio lavoro per occuparsi dei figli. L’Istituto nazionale di studi demografici francese è stato visitato negli ultimi anni diverse volte da studiosi giapponesi e sudcoreani, due paesi dove la popolazione sta diminuendo moltissimo, che hanno cercato di capire quali sono le politiche francesi che hanno fatto aumentare il tasso di fertilità.

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Figli e lavoro: su 10 donne che si dimettono, 8 sono mamme

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Le mamme che lavorano fuori casa hanno quasi tutte una caratteristica in comune. Come le lumache, la casa se la portano dietro. Riesce loro la quadratura del cerchio. Sono attente, presenti e precise sul lavoro. E sono attente, presenti e precise per la famiglia. Lo hanno fatto, con tenacia e spavento, molte mamme lavoratrici fuori casa della generazione del dopo femminismo. Quelle che adesso hanno i figli di vent’anni e più. Pare invece che abbiano dubbi e siano piuttosto demoralizzate le mamme più giovani, quelle al primo figlio. Nel 2016, secondo l’Ispettorato del lavoro, erano mamme quasi 8 donne su 10, di quelle che hanno dato le dimissioni dal loro posto di lavoro. E 4 di loro, su dieci , hanno detto che la ragione era la difficoltà a gestire insieme figli e lavoro. Il tema è sdrucciolevole. Proprio per questo, io credo, è necessario parlarne. Non a caso, proprio ieri ci hanno detto che in Italia l’occupazione femminile su base mensile è 48,9% contro il 68,5% dell’Europa. Perché non poche mamme (ormai l’età media in cui si fa il primo figlio supera i 30 anni) si arrendono? Certamente per il denaro. Il denaro che serve a pagare la baby sitter, che spesso si porta via lo stipendio del lavoro. Per gli asili che non ci sono, per i posti al nido che sono una lotteria.Per i nonni che hanno da fare. E poi, io penso, anche per un carico emotivo che le mamme di vent’anni non avevano. Le mamme trentenni hanno aspettato tanto, sono adulte, sono consapevoli del miracolo di avere un figlio. Non vogliono delegarne la crescita a un’altra. Per promuovere la loro.

Finito l’individualismo? Si chiede di essere «guidati»

«Finalmente puoi lasciarti guidare». Recita così la nuova pubblicità di una nota marca automobilistica che campeggia in questi giorni per le strade delle nostre città. Sempre attentissimo a trovare il punto di contatto più efficace tra i prodotti da commercializzare e i sommovimenti profondi che attraversano la società, il linguaggio pubblicitario è spesso capace di cogliere con millimetrica precisione lo spirito del tempo.

Tutti, ad esempio, ci ricordiamo ancora alcuni degli slogan che ci hanno accompagnato negli ultimi decenni. «Tutto intorno a te» e «power to you» non hanno forse colto alla perfezione quella stagione individualistica ed espansiva che la crisi ha svelato nella sua illusorietà? Così, oggi come ieri, è ancora una volta la pubblicità a pennellare il clima sociale che caratterizza i nostri giorni.In questo caso, esso riesce a cogliere la congiunzione di almeno tre fattori che ci stanno «guidando», senza che ne siamo abbastanza consapevoli.

Mauro Magatti sul Corriere della Sera

Via dal lavoro ma non solo per i figli I rischi per le casalinghe temporanee

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Prima c’erano le “opting out”, madri professionalmente affermate e con buone posizioni di carriera che a un certo punto decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi alla cura dei figli. Di loro parlava, nel 2008, Pamela Stone nell’omonimo libro prima dello scoppio dei mutui subprime. Oggi ci sono le “giving-up”, quelle che ripiegano sul domestico perché, al contrario delle manager di successo raccontate dalla Stone, sul mercato del lavoro uno spazio non l’hanno mai davvero trovato, a causa del precariato o della mancata possibilità di conciliare vita e lavoro. La lettera al Corriere della mamma lavoratrice che non ce l’ha fatta ha portato alla ribalta un fenomeno su cui la sociologia ha iniziato a interrogarsi di recente, quello delle madri “temporaneamente” inattive, giovani e altamente qualificate. E lo ha fatto, non a caso, in Italia, dove la precarizzazione dei rapporti di lavoro, l’inattività giovanile e il mancato assorbimento dell’offerta di lavoratori ad elevata professionalità è più forte che altrove. Di queste “casalinghe temporanee” se ne sta occupando Annalisa Tonarelli, assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze. Un lavoro, il suo, che nasce da una precedente indagine, già raccontata dalla 27Ora , nella quale, assieme a Franca Alacevich, individuava quattro “archetipi” di casalinga: la grateful, che ha scelto di stare a casa spinta da una forte motivazione; la forzata, che lo diventa perché ha perso il lavoro; la taylored, a cui il vestito della donna di casa le è stato fin da sempre cucito addosso. E infine la temporanea, quella con alle spalle un percorso professionale incompiuto, fatto di contratti precari e instabili, che a un certo punto sceglie di dedicarsi alla cura dei figli. È su quest’ultima tipologia che si basa la seconda ricerca di Tonarelli, che fino ad ora ha raccolto una quarantina di interviste. Una ricerca interessante perché indaga quello “spazio di mezzo” che sta tra la scelta individuale e le costrizioni strutturali, facendo luce da un lato sull’ambivalenza delle “preferenze” e dall’altra sulla capacità di queste donne di risemantizzare la loro nuova condizione, nell’attesa (realistica?) di reinserirsi un giorno nel mercato del lavoro.

Camilla Gaiaschi sulla 27esimaora