Via dal lavoro ma non solo per i figli I rischi per le casalinghe temporanee

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Prima c’erano le “opting out”, madri professionalmente affermate e con buone posizioni di carriera che a un certo punto decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi alla cura dei figli. Di loro parlava, nel 2008, Pamela Stone nell’omonimo libro prima dello scoppio dei mutui subprime. Oggi ci sono le “giving-up”, quelle che ripiegano sul domestico perché, al contrario delle manager di successo raccontate dalla Stone, sul mercato del lavoro uno spazio non l’hanno mai davvero trovato, a causa del precariato o della mancata possibilità di conciliare vita e lavoro. La lettera al Corriere della mamma lavoratrice che non ce l’ha fatta ha portato alla ribalta un fenomeno su cui la sociologia ha iniziato a interrogarsi di recente, quello delle madri “temporaneamente” inattive, giovani e altamente qualificate. E lo ha fatto, non a caso, in Italia, dove la precarizzazione dei rapporti di lavoro, l’inattività giovanile e il mancato assorbimento dell’offerta di lavoratori ad elevata professionalità è più forte che altrove. Di queste “casalinghe temporanee” se ne sta occupando Annalisa Tonarelli, assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze. Un lavoro, il suo, che nasce da una precedente indagine, già raccontata dalla 27Ora , nella quale, assieme a Franca Alacevich, individuava quattro “archetipi” di casalinga: la grateful, che ha scelto di stare a casa spinta da una forte motivazione; la forzata, che lo diventa perché ha perso il lavoro; la taylored, a cui il vestito della donna di casa le è stato fin da sempre cucito addosso. E infine la temporanea, quella con alle spalle un percorso professionale incompiuto, fatto di contratti precari e instabili, che a un certo punto sceglie di dedicarsi alla cura dei figli. È su quest’ultima tipologia che si basa la seconda ricerca di Tonarelli, che fino ad ora ha raccolto una quarantina di interviste. Una ricerca interessante perché indaga quello “spazio di mezzo” che sta tra la scelta individuale e le costrizioni strutturali, facendo luce da un lato sull’ambivalenza delle “preferenze” e dall’altra sulla capacità di queste donne di risemantizzare la loro nuova condizione, nell’attesa (realistica?) di reinserirsi un giorno nel mercato del lavoro.

Camilla Gaiaschi sulla 27esimaora

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